IERI E OGGI

Le prfoessioni

  • A PROPOSITO
    DI MUSSOLINI
    Un "piccolo" che volle essere "grande"

    LUDOVICO FULCI

    La storia di un paese è in qualche modo la storia di chi lo ha rappresentato. Se questo è vero alla coscienza di una nazione, lo è ancora di più alla coscienza di un popolo che a quella nazione sia vicino per ragioni storico – politiche. Quale più quale meno, a tutti i vicini di casa un popolo appare diverso da quel che crede d'essere quando pensa ai tratti costitutivi della propria identità culturale. Questa cosa che vale per tutti, vale in modo particolare per noi italiani che siamo, agli occhi delle altre nazioni europee “consorelle”, un bel po' diversi da come sembriamo a noi stessi. E' un fatto che noi ci consideriamo intelligenti, creativi, fantasiosi e geniali, mentre gli altri ci vedono vanagloriosi, imbroglioni, inattendibili e poco seri. Il divario nel giudizio è considerevole ed è bene che da parte nostra se prenda atto. La storia non ci ha certo aiutati. Arrivati quasi per ultimi a darci una forma di Stato indipendente, dopo che Inghilterra, Francia, Spagna, Olanda, Svezia, Norvegia avevano ormai da lungo tempo raggiunto questo traguardo, che era bene o male visto come traguardo di civiltà, abbiamo voltato le spalle alle conquistate libere istituzioni, cadendo in una dittatura come quella fascista. 1.Il fascismo visto dai non italiani: l'immaturità politica di un popolo Il punto grave, tanto da allarmarci, è che quell'infantilismo morale e civico, che all'uomo medio italiano viene rimproverato ogni volta che si atteggia a don Giovanni, o preferisce lo stadio a uno straccio di impegno civico, si converte nell'accusa d'essere noi italiani incapaci di gestirci autonomamente, perché refrattari alla democrazia, che può fondarsi solo su un maturo senso civico dei cittadini. Siamo considerati gente neanche troppo brava, capace di tirare quattro calci a un pallone, di fare complimenti magari pesanti a una bella turista, e di proteggerci l'un l'altro in una catena di omertà. Il giudizio è severissimo, per poco che si conosca la mentalità dei popoli del Nord - Europa...

    data: 19/03/2019 10.30

  • SERVE UNA LINEA UNITARIA
    DELLE REGIONI PROGRESSISTE
    E MERIDIONALI

    BEPPE LOPEZ (*)

    La spaccatura dell’Italia fra regioni ricche e regioni povere? Fra Regioni virtuose e Regioni spendaccione? Fra italiani del Nord con risorse e servizi adeguati002C e italiani del Sud con risorse e servizi da terzo mondo? Per ora la “secessione dei ricchi” è stata bloccata. Concordata fra la ministra leghista e i due presidenti leghisti di Lombardia e Veneto (ai quali si è accodato il piddino presidente dell’Emilia-Romagna, pur con qualche distinguo), è saltata solo all’ultimo momento, il 14 febbraio, in consiglio dei ministri. Era previsto che non passasse nemmeno in Parlamento. Grazie al cielo, la gran parte dei ministri del M5S, viste le enormi risorse e competenze che il provvedimento avrebbe loro sottratto, sono insorti. Ma non c’è dubbio che i leghisti ci riproveranno. E’ troppo ghiotta l’occasione di ottenere di fatto la secessione - che la barbara Lega Nord delle origini mancò - approfittando della propria dominanza sul governo e della fragilità e delle incertezze della leadership pentastellata. Bisognerà vedere se Di Maio, avendo dalla sua il gruppo parlamentare più numeroso, sarà in grado di dire no alle pretese di Salvini, così come fece a suo tempo Berlusconi con Bossi. E la Regione Puglia che fa? Che intende fare? La tentazione di accettare la “sfida” delle regioni virtuose del Nord Emiliano l’ha indubbiamente avuta. Ancora alla vigilia del 14 febbraio, pensava di inoltrare al governo richiesta analoga, se non a quelle avanzate dai due presidenti del lombardo-veneto, a quella del presidente emiliano-romagnolo, per una “autonomia rafforzata” rispettivamente da ben ventitré e quindici nuove materie (in aggiunta alle sedici originariamente fissate nella Costituzione e a quelle ancora più consistenti riconosciute con la riforma del Titolo V del 2001, che al contrario fissava in diciassette le materie di esclusiva statale, abbandonandone numerose “di legislazione concorrente” e attribuendo alle Regioni “la potestà legislativa in riferimento ad ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato”). Ma il presidente della Regione Puglia si è ritrovato al centro anche di pressioni e pareri di segno opposto e di iniziative poco chiare da parte di esponenti del centrosinistra ...

    data: 21/02/2019 12.13

  • Regionalismo
    differenziato?
    Ricordarsi
    di Salvemini
    e di 70 anni
    di fallimenti

    BEPPE LOPEZ (*)

    Può un sovranista nazionalista comportarsi da sovranista regionalista? Sembrerebbe una contraddizione in termini. E invece la Lega, proprio con questa doppia faccia, sta imponendo al governo il sedicente “regionalismo differenziato”: amica degli abruzzesi e dei pastori sardi dalla Tv, sui social e nei comizi, ma nelle istituzioni realizzatrice dell’antico sogno dell’autonomia economica e funzionale delle regioni ricche. Per ora il progetto è stato bloccato, all’ultimo momento utile, in consiglio dei ministri, su iniziativa dei capi-dicastero pentastellati: si sono accorti delle molte, troppe competenze e risorse di cui sarebbero stati privati lo Stato centrale e loro stessi. Ma è sicuro che i leghisti non molleranno. La Lega di Bossi (e del giovane Salvini) voleva la secessione del Nord e l’azzeramento dello Stato italiano, e ce l’aveva con i meridionali, brutti, sporchi e cattivi. La Lega di Salvini sinora ha mostrato la faccia feroce con l’Europa (sino a far sospettare di volerne l’azzeramento) e con i migranti morti di fame. Ma improvvisamente ecco riemergere, con la decisioni di riconoscere “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” alle Regioni a statuto ordinario – su iniziativa di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna (quest’ultima, a guida Pd, con qualche distinguo) - una concreta secessione. Qualcuno l’ha definita in “doppiopetto”, per i modi felpati, quasi riservati, con cui questa volta la Lega stava per riuscire nel proprio intento e ci riuscirà, se verranno a mancare vigilanza democratica e capacità di controproposte unitarie da parte della sinistra e dei progressisti. Tutto questo, grazie al 17% circa del 73% del corpo elettorale ottenuto da Salvini nelle elezioni politiche del 2018, alla oggettiva debolezza del suo alleato Di Maio e soprattutto a Berlusconi e Renzi, che hanno continuato ad annullare, pur per ragioni e con metodi diversi, qualsiasi capacità di reazione da parte rispettivamente del centrodestra e del centrosinistra...

    data: 19/02/2019 09.33

  • Quel cambio
    di direttore
    non è significativo
    solo del destino
    di un giornale

    BEPPE LOPEZ (*)

    Se fa un po’ sorridere la dichiarazione di “orgoglio” dell’uscente direttore di Repubblica, Mario Calabresi, laddove vanta che “la discesa delle copie si è dimezzata: era al 14 ora è sotto il 7”, i suoi editori avrebbero comunque torto se l’avessero licenziato per la sua incapacità di reagire al calo di vendite, peraltro sofferto un po’ da tutti i quotidiani non solo in Italia. Proprio essi, Marco e Rodolfo De Benedetti, l’avevano assunto nel gennaio 2016, quando Calabresi, pur essendo considerato un bravo giornalista, già allora non vantava certamente un curriculum e una reputazione di gran confezionatore di prodotti giornalistici. Sapevano bene il tipo di direttore che prendevano dalla Stampa, nel dicembre 2015 – tre mesi prima che incorporassero nel gruppo Espresso anche l’antica testata torinese – per affidargli il timone della nave ammiraglia. Uno scrittore, uno con una sua “visione del mondo”. Insomma, non un professionista alla maniera di Carlo Verdelli, scelto ora dai due eredi De Benedetti per prendere in mano, dal 19 febbraio, il timone del quotidiano che fu, ai tempi d’oro, il più venduto e insieme il più autorevole in Italia. Già prima della direzione triennale di Calabresi, la Repubblica aveva perduto durante la direzione ventennale di Ezio Mauro - a parte il titolo di “più venduto” evaporato sin dalla seconda fase dell’altrettanto ventennale direzione del fondatore Eugenio Scalfari – anche quello di “più autorevole”. Il Corriere della Sera, a cominciare dalla direzione di Paolo Mieli, nei primi anni Novanta, aveva assorbito la lezione scalfariana, reagendo e riconquistando l’un titolo e l’altro ...

    data: 12/02/2019 11.44

  • SE SI ARRIVA
    A METTERE
    SOTTO ACCUSA
    CAMILLERI
    PER LESA
    INUMANITA'...

    GIUSEPPE MARCHETTI TRICAMO

    C’era un’intera isola, con la sua atmosfera e la sua storia e la voglia di raccontarla, dentro la valigia (tenuta serrata per anni) di quell’uomo sapiente, che non era ancora lo scrittore celebrato dalle classifiche dei libri più venduti. Il suo viaggio era stato lungo. La Freccia del Sud, il treno che aveva già svuotato il Meridione, aveva percorso la Sicilia, mentre il suo sguardo ancora giovane indugiava sui luoghi che un giorno avrebbe raccontato. Sui mulini a vento delle saline, sui bagli prigionieri dei boschi di carrubi, sulle spianate di ulivi, di mandorli e di agrumi (esuberanti e lucenti come nei quadri di Guttuso) racchiusi dai muretti a secco in pietra bianca, sui vigneti fecondi d’uva che sarebbe diventata un buon vino Zibibbo e Nero d’Avola, sui resti archeologici del passaggio di greci, romani, arabi e normanni, su un falco pellegrino naufrago nel vento, sulla Madonna nera in cima all’acropoli di Tindari, e poi, attraversando lo Stretto di Messina, sui fuochi dei carbonai dell’Aspromonte che all’orizzonte si confondevano con le stelle del cielo di Calabria. Mentre si perdevano lontani i profumi di zolfo e di gelsomino. A Roma, fece programmi quando la televisione era colta, e anche cinema e teatro. Lui, il futuro scrittore, frequentò per lungo tempo il tenente Sheridan e il commissario Maigret ma anche Eduardo De Filippo, che recitava in una lingua mischiata di italiano e napoletano stretto. È lì, lo afferma lui stesso, che ha imparato il mestiere di scrivere gialli e, forse, con Eduardo ha percepito l’efficacia letteraria della convivenza del dialetto con l’italiano. Al momento di abbandonare il lavoro in Rai, per sopraggiunti limiti di età e con un consuntivo di 1300 regie radiofoniche, 120 teatrali, 80 televisive, è certamente appagato ma ha ancora tanta voglia di misurarsi con il mondo. E, sulla soglia della terza età, al giro di boa (che sarà il titolo di un suo libro del 2003), la sua smania di scrittura, accantonata per anni, prende il sopravvento...

    data: 04/02/2019 09.22

  • PERCHE'
    NON TORNI
    QUELL'ORRORE
    CONSENTITO
    DALLA MODERNITA'

    CESIRA FENU

    Il 27 Gennaio 1945 l’Armata Rossa nella sua inarrestabile avanzata verso Berlino liberava il Lager di Auschwitz. Ciò che si presentò ai liberatori lo descrive bene Primo Levi in Se questo è un uomo: larve umane che si aggiravano tra le baracche ormai abbandonate in seguito al trasferimento dei deportati verso Ovest in quelle terribili marce della morte a piedi o su carri merci scoperti sferzati dal gelo di un inverno particolarmente freddo che falcidiò i sopravvissuti. Primo Levi, malato costretto in infermeria, si salvò proprio per questo motivo ma rimase per tutta la sua vita ferito nell’animo e, condannato a ricordare perché i sommersi, i musulmani, come egli li ha definiti in “I sommersi e i salvati”, non fossero sommersi per sempre dal mare della dimenticanza, fu travolto e si tolse la vita. Anche Elie Wiesel, Premio Nobel per la Pace, descrisse in pagine memorabili, allucinate, in quella terribile discesa agli Inferi che è La Notte (Giuntina), l’esperienza di Auschwitz e della marcia della morte cui furono costretti i deportati per non lasciare tracce della nefandezza compiuta dai nazisti. Sia Primo Levi che Wiesel persero la fede perché, pensarono, se esiste Auschwitz non può esistere Dio. Tante sono le testimonianze di chi si è salvato e ora che gli ultimi sopravvissuti scompaiono si fa più urgente la necessità di raccogliere racconti diretti perché quando non ci sarà più alcuno a raccontare non si perda il ricordo del Male assoluto, il buco nero del Novecento, come scrive Otto Friedrich in Auschwitz. Storia del Lager, 1940 – 1945 (Baldini Castoldi Dalai), evento centrale del secolo scorso: quello che divide la storia umana in prima e dopo Auschwitz. Liliana Segre, nominata dal Presidente Mattarella Senatrice a vita, tra le pochissime sopravvissute, da decenni impegnata nell’opera di sensibilizzazione nelle scuole, ha affidato i suoi ricordi e il suo messaggio politico a Giuseppe Civati ne Il mare nero dell’indifferenza (people). Ella fu tra i soli 25 bambini italiani di età inferiore ai quattordici anni sopravvissuti dei 776 deportati ad Auschwitz. Con parole toccanti descrive la separazione dal carissimo papà appena giunti nel Lager. Si tenevano per mano e pian piano dovettero sciogliere quel contatto, la vita, per seguire il proprio destino...

    data: 27/01/2019 09.49

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