DIARIO: 11 SETTEMBRE

Le prfoessioni

  • IL SORRISO
    DI GENNIE,
    CHE LAVORAVA
    AL 105° PIANO
    DELLA TORRE UNO

    GIUSEPPE MARCHETTI TRICAMO

    Tutti ricordiamo dove eravamo alle 14:46 di quel martedì 11 settembre 2001. Io ero in Rai, nei corridoi di viale Mazzini. Stavo passando davanti a una stanza vuota. La porta era aperta. C’era un televisore acceso. Le immagini che scorrevano facevano pensare a un film di fantascienza: due aerei si abbattevano su due torri, che venivano immediatamente avvolte da fumo e fiamme per poi implodere in meno di un’ora. Non erano effetti speciali. Non era fantascienza. Quelle erano le Torri gemelle di New York. E quella che stavo vedendo era un’agghiacciante dolorosa realtà che un’edizione straordinaria del Tg3 stava mandando in onda. Quelle immagini sono rimaste scolpite nella mente, stabilmente. Non ricordo i suoni, le urla, le sirene, il frastuono del crollo. No, perché ogni frame ha catturato la mia attenzione a scapito del sonoro, non meno straziante. Da quel momento è cambiata la storia del mondo. A quel giorno, così drammatico e sciagurato, si ascrive la genesi di un temuto declino americano e di una frenata della leadership degli Usa a sostegno della democrazia, della libertà e dei diritti umani in un mondo ferito che stava mutando. In molti, nel tempo, hanno visitato quel luogo, il World Trade Center. Ci sono stato anch’io. A me ha colpito una locandina che stava in un angolo del Museo della memoria: c’era stampato sopra un sorriso solare che però non riusciva a dare calore a quel posto gelido che è rimasto tale, immutato nella mente del mondo. Quel sorriso era di Gennie: aveva 27 anni, lavorava al 105° piano della Torre Uno e viveva a Brooklyn vicino ai genitori. Accanto a quel sorriso l’appello dei suoi cari staccato dai muri di Manhattan che, assieme ad altri lunghi murales, ha gridato al mondo il dolore atroce della famiglia, di New York e degli Usa. Messaggi d’amore e di speranza. Missing, we need your help. C’era anche una reliquia struggente: il portafoglio di Gennie, bruciacchiato e accartocciato recuperato sul tetto dell’Hotel Marriot...

    data: 10/09/2021 15:14

  • LA SOPPRESSIONE
    DEI PARTITI
    POLITICI SECONDO
    SIMONE WEIL
    E FERRAROTTI

    CESIRA FENU

    A settant’anni dalla traduzione da parte di Franco Ferrarotti – docente emerito di Sociologia alla Sapienza Università di Roma – del saggio di Simone Weil Note sur la soppression générale des partis politique pubblicata su Rivista di Comunità, organo del Movimento Comunità fondato da Adriano Olivetti, Marietti 1820 ripropone questo libello con l’introduzione di Ferrarotti. Il saggio non perde col tempo la sua freschezza ed è molto interessante l’introduzione di Ferrarotti che appunta la sua attenzione sulla crisi dei partiti politici e a sua volta della ricerca sociologica che vede la scomparsa di uno dei suoi oggetti. Sottolinea Ferrarotti che i teorici “formalisti” della democrazia la ritengono una mera procedura senza considerazione di fattori psicologici, etici, ambientali. La democrazia finisce per essere decapitata e privata di aspetti valoriali. Assistiamo a una crisi dei partiti politici, alla necessità di un aspetto etico e valori propositivi da rendere concreta l’aspirazione all’utopia. La democrazia rischia – l’abbiamo constatato – un appiattimento nel parlamentarismo quanto una deriva autoritaria che privilegia le funzioni dell’esecutivo. Si ricorda che il partito politico ha origini nel movimento giacobino, figlio della Rivoluzione francese, con tendenza totalitaria. Abbiamo assistito e assistiamo giorno per giorno alla decadenza dei partiti, ricordo l’accusa di partitocrazia e dopo il delirio berlusconiano l’emergere nel nostro Paese di movimenti, espressione dell’universo massmediatico e dei social, che suscitano emozioni e parlano all’emotività degli elettori. Un populismo dilagante in un’Italia in crisi di ideali dopo la fine dei partiti di massa e la scomparsa delle ideologie che interpretavano la complessità narrandola in base a una visione totalizzante...

    data: 26/06/2021 20:57

  • VEDIAMO CHI E' VERAMENTE SGARBI. BRAVO CRITICO D'ARTE, VIOLENTO PERSONAGGIO TV OPPURE...

    Un documento straordinario. Tre articoli pubblicati su Repubblica e Repubblica.it negli ultimi quattro giorni costituiscono un’occasione unica di lettura e di conoscenza dei retroscena della vita pubblica in Italia. Protagonista è Vittorio Sgarbi, al quale tutte le televisioni, pubbliche e private, consentono ogni sera di esibirsi in “ospitate” più o meno imbarazzanti. Ma leggete, leggete questi tre pezzi di semplice cronaca, di semplice cronaca a dir poco raccapricciante – semplicemente ignorata dal resto dei giornali italiani – per avere un’idea definitiva su cosa si potrebbe scoprire grattandola la superficie della realtà televisiva e dei suoi protagonisti. Altro che “capra capra capra!”. Altro che cafonate e violenza verbale… 14 giugno. "ORA CHIAMO IL MINISTRO" COSÌ SGARBI OSTACOLÒ L’INCHIESTA SULLE TELE FALSE. LE TELEFONATE CON GALLITELLI, PINOTTI E FRANCESCHINI. IL CRITICO D’ARTE: "ERO INDIGNATO". OGGI C’È L’UDIENZA di Fabio Tonacci ROMA — Vittorio Sgarbi ha provato a interferire con l’inchiesta che lo riguardava. Interferire, condizionare, arginare, quantomeno smussare: il verbo più congruo varia a seconda del credito che si vuol dare alle telefonate che ha fatto subito dopo aver saputo del maxi sequestro di opere attribuite al maestro Gino De Dominicis. Era l’estate del 2014. Tele, tavole, pannelli e disegni ritenuti palesemente falsi dai periti della procura di Roma, ma certificati come autentici da Sgarbi e venduti ai collezionisti. Quando il vulcanico critico d’arte, adesso in corsa per l’assessorato alla Cultura del Comune di Roma col ticket di centrodestra Michetti-Matone, è stato informato dell’indagine, si è attaccato al telefono e ha chiamato, nell’ordine: il comandante generale dell’Arma, la presidenza del Consiglio, due ministri, un generale di brigata. Telefonate di cui è rimasta traccia negli atti...

    data: 17/06/2021 20:44

  • NAPOLEONE
    GIORNALISTA
    Primo uomo politico
    a capire la forza
    della comunicazione

    ROCCO TANCREDI

    Il 5 maggio di 200 anni fa moriva, nella sperduta isola di Sant’Elena, Napoleone Bonaparte oggi il personaggio più famoso al mondo (dopo Gesù Cristo) secondo Steven Skiena e Charles Ward. Il loro libro Who’s Bigger? nasce dalla creazione di un algoritmo che, setacciando il web, calcola la fama delle persone nel tempo. Sui libri di scuola abbiamo conosciuto il Napoleone generale, vincitore e sconfitto in molte campagne militari, Primo Console e, dopo il colpo di Stato del 1799, Imperatore. In questi giorni stampa e Tv stanno dedicando a questo personaggio storico notevole attenzione e molteplici approfondimenti. Nonostante questo, non viene adeguatamente evidenziato un altro aspetto di quest’uomo che, avendo conosciuto il potere della stampa durante la Rivoluzione francese, si fece giornalista. Qui di seguito pubblichiamo il capitolo del libro “Napoleone giornalista, lungimirante ma interessato”, di Rocco Tancredi (Lupetti editore, 2013) che illustra la situazione della stampa in quegli anni rivoluzionari e i motivi per cui Napoleone si interessò concretamente di comunicazione. Primo uomo politico a capire la forza della stampa e della comunicazione per rafforzare il proprio potere. LA STAMPA DURANTE LA RIVOLUZIONE FRANCESE Il potere della stampa durante gli anni della Rivoluzione francese condizionò anche i successivi governi che temevano il risorgere di un altro Jean-Paul Marat o Jacques Hébert. Questa preoccupazione indusse Napoleone a varare leggi liberticide contro la libertà di stampa. Soprattutto dopo essersi incoronato imperatore (si posò da solo la corona in testa), alla presenza del papa Pio VII, del corpo diplomatico e di tutti i dignitari di Francia, nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi. (2 dicembre 1804). L’imperatore, dopo aver lanciato critiche feroci a giornali e giornalisti che si mostravano ostili al suo governo, decise di intervenire...

    data: 04/05/2021 19:42

  • CONFESSO,
    ANCH'IO CREDEVO
    ALLORA CHE FOSSE
    NECESSARIA
    LA RIVOLUZIONE

    UMBERTO BINETTI

    La vicenda dei terroristi in attesa di estradizione in terra francese ha riportato in questi giorni alla mente di molti come me, militanti della sinistra extraparlamentare di quel periodo, fatti e vicende in realtà mai dimenticati e ben custoditi nella nostra memoria. Ovviamente non può non aver fatto effetto ascoltare la voce e le considerazioni di nomi oggi “importanti” come Paolo Mieli (a quei tempi militante di Potere Operaio) o Giampiero Mughini (direttore al tempo di Lotta Continua). Molto meno interessante potrebbe apparire la voce di chi militava e/o pensava come loro in quel tempo e che, in sostanza, si cibava dei loro articoli e delle loro affermazioni. Ma proprio per questo, invece, tali voci molto meno “note” - ma dedite ad ascoltare e leggere quelle autorevoli testimonianze - sono altrettanto degne di attenzione, se non altro per aver chiaro, poi, come tali pensieri espressi attraverso l’autorevolezza di certa informazione producessero o alimentassero un modus operandi negli anni di piombo. Io ero una di quelle voci comuni. Incorporato tra la massa degli studenti “nati” ideologicamente negli anni caldi del ’68, da poco fuoruscito dal Partito Comunista Italiano e prossimo militante nel giovane Partito Comunista d’Italia marxista-leninista, espressione di una nuova sinistra rivoluzionaria. Avevo perfino un “nomignolo”: mi chiamavano “Rosso antico”, non certo perché amassi il pregiato vermouth del tempo ma perché molto in linea con le idee marxiste. Già in quella giovanissima età, in effetti, avevo fatto mio un aforisma dello scrittore Mino Maccari (accreditato poi, nel tempo, a Ennio Flaiano): “In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti”. Avevo ben radicato nella mia mente che si stavano contrapponendo due estremismi e, pur accusando gli avversari/nemici di comportamenti totalitari e talvolta violenti, sapevo bene o meglio pensavo che non ci fosse stato per contrapporsi ad essi se non assumendo atteggiamenti simili. Gli opposti estremismi, per intenderci...

    data: 01/05/2021 19:28

  • Primo Maggio
    132 ANNI DI LOTTE
    PER IL LAVORO,
    LA LIBERTA',
    LA DEMOCRAZIA

    NUNZIO DELL'ERBA

    Quest’anno il 1° Maggio compie 132 anni da quando fu scelto come Festa dei lavoratori nel Congresso costitutivo della II Internazionale (1889). Su questa ricorrenza si è scritto molto in versi e in prosa per ricordare la lunga storia che accompagnò le vicende del movimento operaio. La data fu proposta dal socialista belga Èdouard Anseele (1856-1938), che la scelse come momento di aggregazione dei lavoratori intorno a precise finalità di miglioramento materiale. Così dal 1890 il 1° Maggio fu celebrato come rituale periodico che unì la richiesta per le otto ore ad una legislazione sociale più avanzata. In un numero unico intitolato «La Festa del lavoro», diffuso il 1° Maggio 1890 si indicarono come obiettivi primari la legislazione del lavoro, la riduzione della giornata lavorativa e la garanzia di un adeguato salario. In un altro numero unico del 1891, firmato «I socialisti operai», si proclamò quella ricorrenza come la più importante «festa cosmopolita». Così essa si inserisce storicamente nelle complesse vicende della società nazionale ed internazionale, caratterizzate da una forte carica rappresentativa di valori, di aspirazioni e di lotte per la libertà e la giustizia. Con il passare degli anni il 1° Maggio, soprattutto dopo la costituzione del Partito socialista (agosto 1892), divenne il luogo simbolico dell’emancipazione umana. Esso fu oggetto di propaganda politica, come si ricava dalla messe cospicua di opuscoli e di numeri unici che furono pubblicati per l’occasione su tutto il territorio nazionale. Dal paese più sperduto del Piemonte a quello della Sicilia si ebbe un susseguirsi di edizioni che celebravano il Primo Maggio come la «Pasqua del lavoratore». Forse per questo motivo cominciò a preoccupare le autorità governative, che considerarono la ricorrenza come foriera di disordini sociali. Esse infatti proibirono il 1° Maggio 1898 un varie città italiane quella ricorrenza con il pretesto che essa potesse tradursi in un’agitazione contro il carovita...

    data: 30/04/2021 19:46

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