STORIA DA LEGGERE

Le prfoessioni di Novembre

  • QUANTA REGRESSIONE NELLA SOCIETA'
    E NEL SISTEMA MEDIATICO
    SULLA QUESTIONE FEMMINILE

    MARIATERESA GABRIELE

    Mi chiedo come siamo arrivati a questo punto. Al punto che la Giornata contro la violenza sulle donne assuma un’importanza pari, se non superiore, all’8 marzo. Come siamo arrivati al punto che mezzo milione di ragazze, secondo statistiche non meglio definite, non lavorano né studiano; al punto che per ogni lavoro perso da un uomo ce ne sono 20 persi da donne (per forza, erano quasi tutte commesse o bariste…); al punto che siamo quasi a quota 100, diconsi 100 donne uccise dall’inizio del 2020 in Italia; al punto che il presidente del Consiglio, il papa, tutti, devono puntare i riflettori su questo tragico fenomeno che non sembra arretrare a questi moniti ma che anzi cresce di ora in ora. Proprio mentre tutti i tg e gli organi d’informazione, ieri, annunciavano, con la tempestività che ormai caratterizza ogni scadenza, la giornata dei delitti, proprio nella notte fra ieri e oggi ci sono stati due femminicidi: uno a Cadoneghe (Padova), dove un marito di 39 anni ha ucciso la madre trentenne dei suoi tre figli di 9, 7 e 4 anni, senza pietà, fra l’altro, per questi poveri bimbi che restano senza mamma; e a Catanzaro una donna è stata uccisa dall’amante. Natura passionale, si scrive. Di solito l’arma è bianca (coltellate se l’uccisa è solo lei ma anche fucilate se poi, sempre dopo, anche lui si suicida). Ci sono addirittura i funerali in chiesa (di solito negati ai suicidi) per il “bravo lavoratore” che nel Torinese, a Carignano, nemmeno un mese fa, l’8 novembre, ha sterminato la famiglia - la moglie che voleva separarsi e appariva ai suoi vicini “euforica”, così hanno scritto sui giornali, due gemellini maschio e femmina di appena due anni - e poi, solo poi, anche se stesso, di cui si sa solo che non aveva accettato la ventilata separazione, e che lavorava tantissimo tanto da aver costruito una villetta, desolatamente isolata. Fattaccio archiviato in fretta...

    data: 26/11/2020 09:26

  • SALVARE
    LA GAZZETTA DEL
    MEZZOGIORNO
    La riforma che
    non si fece nel 1993

    “La Gazzetta del Mezzogiorno rappresenta una realtà importante nel panorama editoriale e dell'informazione nazionale. Continueremo a seguire l'evoluzione della vicenda in vista del termine di luglio previsto per la vendita della testata, confidando che questo tempo serva a costruire le condizioni per il rilancio del giornale”. In questo passaggio della dichiarazione del sottosegretario all'Editoria, Andrea Martella, c’è la sintesi della situazione del quotidiano barese. In otto mesi se ne decide la sorte. Tutti a occuparsene e a preoccuparsene, giustamente. Dipendenti, sindacati, politica, società civile. Tutti a rilevarne il tradizionale peso nelle vicende baresi, pugliesi e – in una certa misura – meridionali. E’ inevitabile e utile, in questi casi, concentrarsi sui meriti della testata e sulla ricerca di una soluzione che ne consenta la sopravvivenza. Ma nemmeno in questi casi andrebbero totalmente ignorate le cause interne (all’azienda e al prodotto) che, insieme a quelle esterne (la pesante crisi generale dei giornali, tre/quattro decenni di abuso di posizione dominante da parte delle grandi conglomerate editorial-pubblicitarie nazionali ai danni dei giornali regionali, e il dilagare dell’online e della Rete), hanno concorso alla crisi di quello che era, sino agli anni Settanta, uno dei due capisaldi dell’informazione nel Sud continentale (con Il Mattino) e una delle più prestigiose testate regionali italiane. Pubblichiamo, per capire come si sia giunti alla profonda crisi attuale, il racconto significativo di un passaggio epocale per la Gazzetta. Siamo agli inizi degli anni Novanta, il crollo delle vendite è cominciato (dunque almeno un decennio prima dell’avvento della Rete), l’editore e direttore è Giuseppe Gorjux (ancora per poco in partnership con l’imprenditore Stefano Romanazzi)…Il racconto è tratto dal libro “Giornali e democrazia” (Glocal Editrice 2009) di Beppe Lopez, allora direttore della Quotidiani Associati. Gorjux, dopo vari tentennamenti, si decide e gli offre di trasferirsi a Bari per fare la Gazzetta del Mezzogiorno, innestando finalmente nella storia autarchica del giornale, per la prima volta, una esperienza giornalistica moderna (Lopez è stato a Repubblica dalla fondazione, ha fondato e diretto il Quotidiano strappando alla Gazzetta la leadership nel profondo Salento, dirige appunto la QA...)… Ma leggiamolo quell’episodio. Vi si parla...

    data: 22/11/2020 18:26

  • Ricordi.
    LE RAGAZZE
    DEL LICEO FLACCO
    E I LORO PROF

    MARIATERESA GABRIELE

    Quando approdai al liceo barese Quinto Orazio Flacco, avevo ovviamente completato il biennio del ginnasio. Approdai perché, a pensarci, quell’edificio austero anni Trenta, con i sui oblò e la vista sul mare ora oscurato dall’invadente autosilo, sembra proprio una nave. Ci ero arrivata dalle medie fatte in un piccolo, lontano paese di collina. La sfida era improba. Lo scetticismo di mio padre palese: “Sei stata brava ma vedremo adesso al liceo…”. In città, al prestigioso Flacco. Gli inizi furono belli, quasi giocosi. Eravamo tredicenni alle prese con professori vetusti, d’un’altra epoca, di quando le luci pubbliche, a gas, venivano accese ogni sera a mano. Donato Amoruso, la cui materia si estendeva dalle Lettere alla Geografia alla Storia, era un tipo severissimo, dall’aspetto dantesco: naso importante, piccolo, curvo, gli occhi di colore diverso (uno marrone e l’altro blu), un fil di voce, un cappotto liso e una sciarpa scozzese, si rintanava spesso in biblioteca e spaventava noi alunni per il sol fatto di spuntare da un armadio con un volume polveroso fra le mani. Ho saputo poi che lo soprannominavano “la salma”. Io però ne ho un tenero ricordo. Sulla sua preparazione non c’era da discutere. Dava dei temi poetici: sulle Madonne di Raffaello, sulle nostre famiglie, sul mare. Avere un 7 da lui allo scritto, era una vittoria. Era egli stesso un gran narratore. I suoi ricordi risalivano a un tempo anteriore alla Prima guerra mondiale ed erano i momenti più belli delle ore che trascorrevamo con lui. Asseriva che nell’ufficio di suo padre armatore, a Barletta, aveva conosciuto addirittura e qui assumeva un tono misterioso abbassava ancor più la voce… Mata Hari. Aveva poi il gran pregio di farci mandare a memoria le poesie più note, Leopardi in primis ma anche i canti della Divina Commedia, la vita dei re di Roma in latino. C’era una sola interrogazione, alla fine di ogni trimestre, ma in quella bisognava mostrare una conoscenza enciclopedica, quindi lo studio era davvero intenso. Ciò non tolse che noi della Quarta e Quinta G, classe mista, ci dessimo alla goliardia più sfrenata, sia pur innocua e infantile...

    data: 20/11/2020 12:10

  • QUARTIERE LIBERTA'
    RITORNO E FUGA
    Il racconto
    di Beppe Lopez

    In occasione del matrimonio fra Velardino e Momena, nel 1999, Vittorio era calato da Roma, con la moglie Serena, facendosi fra andata e ritorno un migliaio di chilometri. Ma quella macchina sua, una macchinona svedese, comoda e potente, pareva un salotto viaggiante. Allora Vittorio se ne tornava con piacere e di corsa, alla minima scusa, nella città dove era nasciuto, cresciuto e pasciuto. Così poteva godersi l’abbraccio sconfinato del mare Adriatico e del cielo bizantino... mangiarsi un centinaio di ricci di mare alla Forcatella di Torre Canne, accompagnati da uno stezzo di pane di Altamura e da due o tre bicchieri di Primitivo di Gioia del Colle (o di Manduria, in caso di emergenza)... cazzeggiare per qualche ora e farsi una canna, come ai vecchi tempi, con i compagni di gioventù al Bar Pellecchia, sul lungomare... inebriarsi dei ricordi di quando era piccininno e dell’aria che respirava nella casa di via Mirenghi ereditata da nonna Carmé: la manta di raso e la pupa sul letto, la fotografia di nonno Michele con i mustazzi all’insù e il lumino perpetuo, le tazzine di finta porcellana cinese nella credenza, il pergolato del terrazzino che faceva ancora un’uva amorosamorosa… E poi, sì, era sempre attirato – Vittorio non riusciva a negarselo – dalla possibilità di rivedere il fratello grande, magari pure per scazzarsi con lui, come spesso succedeva, a proposito delle questioni più sceme e di quelle più delicate. Da anni e anni, erano incapaci di stare insieme senza pizzuarsi come due galletti. Uno dei due, ad un certo punto, si sentiva obbligato ad arretrare, ad abbozzare, a ingrugnirsi, per non arrivare allo scontro. Pure perché, quando si arrivava allo scontro, dovevano passare poi mesi, prima che il “frate grande” facesse una telefonata al “frate piccinunno” e ricomenzàssero a frequentarsi. Ma Vittorio era legato visceralmente alla faccia e al grugno del fratello. E rivederlo, ognittanto, gli pareva una specie di passaggio obbligato per ritrovarsi, per fare i conti con la propria storia affettiva e con la propria parte emotiva...

    data: 11/11/2020 23:56