SAGGIO

Le prfoessioni di Dicembre

  • L'EUROPA
    UN SOGNO
    CHE NON DEVE
    SVANIRE

    GIUSEPPE MARCHETTI TRICAMO (*)

    Non può svanire il sogno dell’Europa unita, il sogno di Altiero Spinelli e dei confinati antifascisti di Ventotene, che già nel 1941 – con il loro Manifesto – auspicavano la libertà e l’unità del Continente. Non può essere vanificato lo spirito di Messina di Gaetano Martino, ministro italiano degli Esteri e dei suoi colleghi Jan Willem Beyen (Olanda), Antoine Pinay (Francia), Joseph Bech (Lussemburgo), Walter Hallstein (Germania) e Paul Henri Spaak (Belgio), che decisero di dare slancio all’idea d’Europa passando – con i Trattati di Roma – per la via dell’integrazione economica, considerata prologo necessario dell’unione politica. Non si può dimenticare il fervore riformista ed europeista di Ugo La Malfa (ministro per il Commercio estero) che vide nella liberalizzazione degli scambi commerciali (triennio 1951-1953) un tassello fondamentale per la costruzione di una maggiore unità politica ed economica dell’Europa occidentale. Non può essere cancellata la speranza di Alcide De Gasperi, Jean Monet, Konrad Adenauer e di quanti hanno ridato dignità, giustizia sociale, prosperità, competitività e sensibilità umanitaria a un continente devastato dalle dittature e dalla guerra. Pensare a una Europa unita quando molti Paesi erano ancora in fiamme «è la stata la più grande conquista di pace nella storia umana, in questa parte del mondo» (Walter Veltroni, la Repubblica, 29 agosto 2018). Queste sono pagine importanti e coraggiose della nostra storia e della memoria di noi che amiamo l’Europa, di noi cittadini europei. Sono momenti che, anche se non li abbiamo vissuti direttamente, ci appartengono perché ci hanno lasciato ricordi, emozioni, esperienza, sapere e una forte vocazione democratica e comunitaria. In quest’ottica, consideriamo nostro anche l’appello che Winston Churchill lanciò nel 1946, dall’Università di Zurigo, per «una sorta di Stati Uniti d’Europa», tradito, però, con la Brexit, dai suoi connazionali. In realtà è stata una piccola percentuale di elettori che ha fatto prevalere la decisione di fare uscire la Gran Bretagna dall’Unione Europea. È stata una scelta felice?...

    data: 30/12/2018 17.41

  • QUASI DIMEZZATA
    IN CINQUE ANNI
    LA DIFFUSIONE
    DEI QUOTIDIANI
    IN ITALIA

    L’industria dell’informazione non gode di buona salute. Si sa. Ma a raccontare questo ormai lungo malanno intervengono ora, impietosamente, i numeri messi insieme dal focus che R&S Mediobanca ha dedicato al mondo dell’editoria italiano per quello che riguarda il periodo 2013-2017 (con appendice sui 9 mesi del 2018) e il suo confronto con la situazione nel resto del mondo. C’è chi ha sintetizzato così: in 5 anni l’editoria ha perso ricavi per 1,2 miliardi e il 40% delle copie cartacee e tra i big solo Cairo in attivo. In effetti il quadro complessivo dice che il giro d’affari nel settore è sceso a 3,5 miliardi di euro (-20,2% sul 2013 e -6% sul 2016), che c’è stato un crollo del 40,5% della diffusione cartacea dei quotidiani, che si sono tagliati 3.301 dipendenti (un quinto della forza lavoro) e accumulate perdite per 1,2 miliardi di euro. Il giro d’affari mondiale, nel 2017, è risultato in diminuzione, attestandosi a 150 miliardi di dollari complessivi, -2,2% sul 2016 e -8,6% sul 2013. La raccolta di pubblicità cartacea, con un -30,8% sul 2013, ha registrato una performance molto deludente, ma a fare da contraltare ci sono gli aumenti della diffusione cartacea (+3,4%), della pubblicità digitale (+41,3%) e soprattutto della diffusione digitale (+179%). E nonostante la crescita del digitale, nel 2017 l’89,5% del giro d’affari mondiale proviene ancora dalla carta stampata, segno di come a livello globale la gran parte degli investimenti pubblicitari e delle vendite si concentri ancora sui canali tradizionali. In Italia, nel 2017 si conferma il trend decrescente della diffusione cartacea, diminuita nell’ultimo anno di circa 400 mila copie al giorno, passando da 2,6 milioni a 2,2 milioni (-15,4% sul 2016 e -40,5% sul 2013). A livello mondiale...

    data: 14/12/2018 11.43

  • QUANTA GENTE
    ALLE RASSEGNE
    LETTERARIE.
    MA PERCHE'
    I LETTORI CALANO?

    TERESA MADONIA

    Si è appena conclusa l’edizione 2018 della Fiera della piccola e media editoria di Roma, Più libri più liberi. Presenza di pubblico in crescita e risultati soddisfacenti per gli espositori. Del resto in base ai dati Istat al momento disponibili, quelli pubblicati a fine 2017 e relativi al 2016, più della metà degli editori (51,2%) decide ogni anno di partecipare a saloni letterari in Italia e all’estero; e se questo accade vuol dire che, oltre a voler rimarcare la propria esistenza (soprattutto se si è piccoli), forse un ritorno economico c’è. A partecipare alle fiere sono tre grandi editori su quattro (77,5%), quasi due medi editori su tre (65,1%) e il 37% dei piccoli editori. Gli eventi quali fiere, festival, saloni della lettura sono al terzo posto tra i canali più efficaci di distribuzione, subito dopo librerie indipendenti, le librerie on-line e i siti e-commerce. Ma alla progressiva crescita degli eventi a tema libro, si registra lo stesso incremento della lettura? La risposta è no. Purtroppo.A partire dal 2010, e la tendenza continua negli ultimi anni, si è registrato un calo sensibile dei lettori. Si è passati dal 46,8 % del 2000 al 40,5% del 2016. Dato che sembra essersi stabilizzato anche nel 2017 e nel primo semestre 2018, secondo le statistiche dell’Ufficio Studi dell’AIE. Ma in base al rapporto diffuso dallo stesso ufficio ad aprile 2018, il mercato del libro ha chiuso il 2017 con 2.773 miliardi di euro di fatturato, con una percentuale di incremento nel 2017 pari al 2,8 %. Allora ci si chiede, perché cresce il fatturato ma non il numero dei lettori? Le risposte sono molteplici e vanno cercate nella crescita del numero delle case editrici attive – nel 2017 sono 4.902 quelle che hanno pubblicato almeno un titolo nel corso dell’anno (+0,5% rispetto al 2016) – ; nell’aumento del 10,1% della vendita dei diritti di edizione all’estero e nel calo del 2,5% nell’acquisto degli stessi; nel rialzo dei prezzi. A dire il vero quest’ultima motivazione è controversa. C’è chi sostiene, come l’AIE, che i prezzi medi di copertina (non ponderati e alla produzione) siano rimasti sostanzialmente stabili e rispetto al 2010 continuino a essere di quasi 3 euro inferiori...

    data: 11/12/2018 22.26

  • IL CORAGGIO DELLA VERITA'
    Cento anni fa
    nasceva Solženicyn

    NUNZIO DELL'ERBA

    Il centenario della nascita (Kislovodsk, 11 dicembre 1918) e il decennale della morte (Troice-Lykovo Mosca, 3 agosto 2008) hanno riproposto all’attenzione l’opera letteraria di Alexkandr Isaevič Solženicyn. Essa, per alcuni anni dimenticata, è ritornata in auge per la mostra fotografica che si è tenuta dal 7 al 17 novembre presso l’Università Statale di Milano. La mostra ha ripercorso il suo itinerario letterario, che cominciò con il suo romanzo Una giornata di Ivan Denisovič, proseguì con il suo Arcipelago Gulag e si concluse con altri romanzi come L’uomo nuovo. Tre racconti. In questi giorni presso la Maire du Vème Arrondissement 21 Place du Panthéon si tiene un’altra mostra che ripropone l’opera letteraria di Solženicyn con l’esposizione di manoscritti, di fotografie, di edizioni rare, raccolti nel catalogo intitolato Un écrivain en lutte avec son siécle (Èditions des Syrtes, Paris 2018, p. 300) e curato da Georges Nivat, traduttore e profondo conoscitore della letteratura russa. Il catalogo offre uno spaccato esistenziale di Solženicyn che trascorse otto anni in diversi campi di concentramento. Il dissidente sovietico fu arrestato nel febbraio 1945 per avere criticato a Stalin in una lettera privata (intercettata) ad un suo amico. Solo nel 1953, scontata la pena detentiva, fu inviato per tre anni al confino nel villaggio di Kol Terek nel Kazakistan, dove gli fu concesso di lavorare come insegnante. Proprio nella steppa kazaka ebbe le prime idee di narrare il suo vissuto personale in un romanzo. Nel 1954 Solženicyn fu colpito da un tumore e ricoverato a Taskent, dove riordinò i suoi pensieri sugli orrori dei lager con una «scrittura a memoria» che trascrisse su carta solo dopo la liberazione in condizioni difficili Nel novembre 1962 Solženicyn pubblicò sulla rivista «Novyi Mir» (organo degli scrittori sovietici) Una giornata di Ivan Denisovič, in cui raccontò la giornata tipica di un deportato e denunciò i misfatti del sistema oppressivo di Stalin. Nel gennaio 1963 il saggio, pubblicato da Einaudi e da Garzanti, cominciò a circolare anche in Italia, dove contribuì a far conoscere l’orrore dei campi di concentramento, trascurato nel processo di destalinizzazione avviato da Nikita Chruščëv...

    data: 10/12/2018 13.21

  • ECHI D'ECO
    Il tempo dilatato
    del leggere
    nel nuovo libro
    di Marchetti Tricamo

    Il titolo, il contenuto e il registro dominante nel nuovo, atteso libro di Giuseppe Marchetti Tricamo – Il tempo dilatato, sottotitolo: Riflessioni sul senso della lettura – sono esplicitamente ispirati al pensiero di Umberto Eco. Il grande semiologo affermava infatti che “chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita, la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la letteratura è un’immortalità all’indietro”. Quello che Marchetti Tricamo invita a fare è un viaggio, un’escursione tra le parole di quei libri che a ogni nuova lettura regalano uno spicchio di conoscenza in più. È un viaggio, appunto, in un tempo dilatato, quello in cui ci si concede una lettura diversa, migliore, consapevole. Perché essere colti, sapere, conoscere, riflettere, essere credibili rappresenta oggi un'opportunità per noi e per tutto il Paese. Lo spazio ci si invita a frequentare non è quello virtuale che, spesso, tende a disumanizzarci, a ingannare il nostro cervello fino a manipolarlo e a estraniarlo dalla vita quotidiana per proiettarlo in un futuro illusorio e fallace. È quello vero. È una realtà che letta a posteriori non muta, rimane realtà. C’è da parte dell’autore un invito a un colloquio diretto e immediato, a una contestualità delle interazioni che caratterizzano la vita vera. Anche se in questo libro un pizzico di virtuale c’è ed è riferito alla memoria e alla rappresentazione del passato, e c’è, naturalmente, pure un minimo di immaginazione. Si andrà oltre le parole e si faranno, nelle pagine del libro, molti incontri con chi legge (specie rara e in via di estinzione) e chi non legge, si approfondirà la conoscenza di scrittori, si andrà in luoghi lontani, si visiteranno città vere e di carta tutte legate al mondo della letteratura. Il tempo dilatato è anche un’esplorazione del mondo dell’editoria per conoscere il suo stato di salute ...

    data: 04/12/2018 21.41

  • REBECCA, OVVERO:
    LA PRIMA MOGLIE
    OVVERO: CHE LIBRI CHE SI FACEVANO UNA VOLTA...

    VALENTINA CHIARINI

    La decisione di scrivere su Rebecca, uscito nel 1938 - o La prima moglie, titolo dato all’edizione del 1971 che era stata regalata a mia sorella - non è stata presa solo in quanto parte della lista (piuttosto lunga ed eterogenea) dei miei romanzi di formazione, ma anche in seguito alla lettura di Vera, di Elisabeth von Arnim; si è detto che la Du Maurier si sarebbe ispirata a questo romanzo. Libro ben scritto ma secondo me noiosissimo (come del resto l’altro romanzo della von Arnim che ho letto, La fattoria dei gelsomini), l’unica cosa in comune con il romanzo della Du Maurier è che una ventenne sposa un vedovo di quarant’anni. Il secondo motivo è che a leggere recensioni e retro delle copertine la maggior parte dei romanzi che escono in questi anni sono capolavori e successi mondiali. Sembra quasi che le opere minori non esistano più, o comunque non vengano prese in considerazione. Eppure è tanto bello leggere opere di vero “artigianato”, quello che cesella con sapienza le frasi, che non sovrabbonda di parole, di aggettivi, di concetti, e che sa esattamente quali scegliere in un gioco di incastri che non soltanto tiene desta l’attenzione, ma dipinge e trasmette in poche righe caratteri, volti, situazioni. E mica è facile. Daphne Du Maurier ci riesce. Il primo capitolo si apre così: “Sognai l’altra notte di tornare a Manderley”. E prosegue con il racconto del sogno, in un’atmosfera rarefatta e ambigua. Successivamente inizia la storia vera e propria, raccontata in prima persona dalla giovanissima “dama di compagnia” di una ricca signora americana, la signora Van Hopper, la cui principale occupazione è quella di introdursi in qualsiasi ambiente compaiano celebrità. Così vivida che sembra di essere lì a guardarla. La scena iniziale si svolge nel ristorante di un grande albergo di Montecarlo; maître e camerieri, con istinto infallibile, intuiscono immediatamente la condizione della ragazza - una personcina da annoverare, se non tra la servitù vera e propria, come appartenente a una classe sociale che non conta nulla - e le rifilano una fetta di prosciutto tagliata male, che probabilmente qualcun altro aveva respinto e rimandato in cucina ...

    data: 01/12/2018 10.34