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Le prfoessioni di Aprile

  • AVVERTIRE
    DE BENEDETTI,
    ELKANN
    E TRAVAGLIO
    CHE, GUARDANDO
    ALL'INDIETRO,
    NON SI VA AVANTI

    BEPPE LOPEZ (*)

    Il canto del cigno di De Benedetti, le ruvidezze di Elkann, i riferimenti storici di Molinari, le ambizioni di Giannini, l’avventura di Stefano Feltri, l’operazione-consolidamento di Travaglio… I temi importanti, in questo tornante della storia dei quotidiani italiani di area progressista, diciamo così, non si esauriscono con sei nomi: si pensi solo al Corriere della Sera, al Manifesto e alle forti interferenze reciproche con l’informazione televisiva pubblica e privata (dove in particolare Umberto Cairo vigila e tiene a freno, a stento, una forte capacità di iniziativa). Ma indubbiamente, sono tre le domande che ora vanno per la maggiore. 1) Quale giornale ha in mente Carlo De Benedetti e quale Domani riusciranno concretamente a fare lui e la squadra di giornalisti guidati dal giovane Stefano Feltri? 2) Quale Repubblica, alla fine, starà in campo, dopo il traumatico cambio d’editore, lo sbrigativo cambio di direttore, l’attuale stato di frustrazione e di disorientamento della redazione e soprattutto dopo le novità e le ristrutturazioni che verranno, in conseguenza anche della strategia editoriale – tutta da decifrare e probabilmente in gran parte da definire – di un gruppo cui fanno capo, insieme a molto altro, tre testate quotidiane di storica rilevanza e tredici quotidiani locali? 3) Riuscirà Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, al di là della (poco) rinnovata veste grafica e dell’arrivo di Gad Lerner, a cogliere quest’occasione storica per rosicchiare “da sinistra” posizioni di mercato alla grande testata fondata da Scalfari? E’ significativo ciò che viene immediatamente di rilevare a proposito di quella che dovrebbe essere la novità assoluta, Domani. Ricordate i giornali ottocenteschi che nascevano “come volontà di espressione del libero pensiero”? Bene, è proprio questo che Carlo De Benedetti ha in mente...

    data: 31/05/2020 16:16

  • REDAZIONE PIEGATA
    O REDDE RATIONEM
    SOLO RINVIATO?

    Sta succedendo di tutto, in questi anni e mesi, nel mondo dell'editoria (in primis il crollo verticale dei giornali cartacei e un recupero di lettorato e di risorse in rete ancora deludenti). Sta succedendo di tutto, in queste settimane e giorni, dentro Repubblica e nei rapporti fra direttori e neo-proprietari di Repubblica-Stampa-SecoloXIX. L'altro giorno il neo-direttore aziendalista di Repubblica ha addirittura rifiutato di pubblicare un comunicato del comitato di redazione del giornale sull'eccesso di identificazione fra linea editoriale, titoli e testi da un canto e gli interessi della Fca dall'altro (a proposito della richiesta della Fca di un prestito di 6,5 miliardi di euro con garanzia Sace che tante polemiche sta suscitando). Ieri c'è stata l'assemblea. Di fatto, era stata convocata “alla luce della richiesta del direttore di non pubblicare il comunicato sul caso-prestito Sace-Fca”. Oggi è stato ufficializzato il documento da essa approvato a grande maggioranza. Vi si auspica "la massima cautela e un surplus di attenzione quando si trattano argomenti che incrociano gli interessi economici dell’azionista". Si lancia un generico, nostalgico appello al "patto che il nostro giornale ha stretto 44 anni fa con i suoi lettori". Si prendono addirittura le difese del giornale e, quindi, della linea scelta dallo stesso Molinari, di fronte agli "attacchi, spesso interessati, che tentano di attribuire al giornale, in questa nuova fase, manovre politiche di parte, legate agli interessi dell’editore. E finalmente, un grande impegno: "vigilare sull’autonomia e l’indipendenza di Repubblica". Nel comunicato odierno, a parte il resto, non si fa alcuna menzione di quel comunicato né del rifiuto del direttore di pubblicarlo, come pure contratto e consuetudini redazionali quarantennali – specie a Repubblica – avrebbero imposto. Nell’assemblea dei redattori di Repubblica sono dunque prevalsi cautela, disorientamento, timori e, complessivamente, una cultura e pratica dei rapporti sindacali interni (col direttore e con la proprietà) pre-sessantottesche e pre-settantacinquesche, se si può dire, con riferimento agli usi e costumi sindacali precedenti la grande rivoluzione anti-antiautoritaria del 1968 e precedenti la grande rivoluzione e le innovazioni introdotte nel settore dalla Repubblica di Scalfari (paradossalmente richiamate nel comunicato odierno dell'assemblea di quel giornale, insieme ad una ortodossa accettazione del potere direttoriale)...

    data: 19/05/2020 15:44

  • NO, IL LAVORO DI
    UN GIORNALISTA
    NON PUO' ESSERE
    MISURATO
    COME QUELLO
    DI UN VENDITORE
    DI PENTOLE

    BEPPE LOPEZ

    E’ più o meno normale e comunque accettato – diciamo così – che un produttore di pentole, con propria rete distributiva, istituisca un premiuccio per valorizzare (e indicare come esempio da imitare) il più abile venditore del mese o della settimana, fate voi. Insomma, una gratifica in aggiunta alla retribuzione pattuita, più magari una stilografica col cappuccetto dorato e le iniziali del premiato, per il dipendente o collaboratore che riesca a vendere più pentole. Diciamo che si tratta di un tipo di rapporto aziendale ed extra-retributivo arcaico, padronale, paternalistico e un po’ fantozziano. Ma se invece la garuccia o concorso settimanale non fosse indetto fra un gruppo di lavoratori che vendono pentole o aspirapolvere o, mettiamo, utilitarie, ma fra un gruppo di lavoratori intellettuali che fanno il mestiere di giornalista in un’azienda che produce un giornale e un sito giornalistico, è evidente che sarebbe ancora peggio. Perché? Innanzitutto perché il numero di pentole vendute è più facile definirlo rispetto alla qualità e al livello di indipendenza e di autonomia che qualificano il buon giornalismo. E per un buon numero di altri motivi ancora. La questione posta non è solo teorica. Quello che è avvenuto in questi giorni a Repubblica impone qualche riflessione specifica, che non riguarda evidentemente solo quella redazione, quel direttore e quell'editore, né solo quel comitato di redazione. Ma tutti coloro che operano nel settore, a cominciare dal sindacato, e un po' tutti i cittadini, ai quali non possono non stare a cuore le sorti dell'informazione, strettamente intrecciata com'è a quelle della democrazia. Esiste, in termini di rapporti aziendali, una differenza tra la produzione e la vendita di un’automobile, e la elaborazione e la vendita di un giornale? Esiste una differenza fra un’azienda nella quale operano in sostanza il padrone (o di chi ne fa le veci) e il dipendente, e un’azienda giornalistica nella quale opera anche una terza figura, quella del direttore responsabile di una testata? E’ di qui che è forse utile partire per valutare l’opportunità e l’appropriatezza di una iniziativa assunta l’alto giorno da Maurizio Molinari, per cinque anni di direttore della Stampa, a diciotto giorni dal suo insediamento alla direzione di Repubblica. Eccola: “Cari colleghi, oggi è stato istituito un premio per il miglior giornalista della settimana. Il premio consiste in una R stilizzata con il nome del vincitore e un riconoscimento economico di 600 euro in busta paga...

    data: 13/05/2020 23:35

  • ELKANN IMPONE
    MOLINARI?
    SCALFARI
    FA BUON VISO
    A CATTIVO GIOCO

    BEPPE LOPEZ

    I sermoni domenicali di Eugenio Scalfari, com’è noto, si son fatti via via, negli anni, molto autoreferenziali, filosofici e poetici. Da ultimo, il novantaseienne fondatore di Repubblica ha notoriamente perso anche un po’ di lucidità. Ma il suo sermone di oggi, dedicato all’ennesimo, ruvido e improvviso cambio di guardia alla direzione del suo giornale, che in molti si aspettavano o si auguravano di dura reazione allo sgarbo compiuto dai “torinesi” nuovi padroni della testata, contiene almeno due frasi assai lucide e decisive, significative della debolezza dell’ex padre padrone di Repubblica (perché fuori dai giochi e perché novantaseienne) e insieme del suo tenace spirito di adattamento, che una volta si esprimeva in superba spregiudicatezza e in eccelso cinismo. Spregiudicatezza e cinismo che, insieme a una superlativa cultura professionale e a una straordinaria abilità gestionale, consentirono il “miracolo” che furono la nascita, la crescita e i record di vendite e di influenza sulla vita nazionale stabiliti a suo tempo da Repubblica. Vediamo queste due frasi inserite da Scalfari, abilmente, tra una fumosa dissertazione sul “nostro Io” e su Cartesio, una stucchevole rivendicazione dell’inossidabile marchio liberal-socialista della testata da lui portata in edicola il 14 gennaio del 1976 e l’ardita attribuzione al presidente del Consiglio Giuseppe Conte di una buona vicinanza alle “esigenze liberal-socialiste”. Prima, doppia frase: “Se la proprietà non riconosce più questi valori vuol dire che il giornale non c’è più, è un altro oggetto che ha cambiato totalmente il soggetto. Questo può avvenire, ma in tal caso spetta in primis al Fondatore di avvertire quanto è accaduto e trarne personalmente e collegialmente, se possibile, le conseguenze”. Seconda, doppia frase, posta intenzionalmente alla fine dell’articolessa: “Repubblica è un fiore all’occhiello sempre fresco dopo quarantaquattro anni. Prima dei cento non si può appassire”. Insomma, come aveva fatto quando Carlo De Benedetti gli impose il torinese Ezio Mauro, come fece quando i figli di De Benedetti gli imposero il milanese naturalizzato torinese Mario Calabresi e come ha fatto più recentemente quando i figli di De Benedetti gli hanno imposto il milanese Carlo Verdelli, Eugenio Scalfari fa buon viso a cattivo gioco anche adesso che i nuovi padroni di Repubblica, gli eredi dell’amico Gianni Agnelli, gli hanno soffiato sotto il naso Verdelli ...

    data: 26/04/2020 17:45

  • DUE OMAGGI
    AL REPERTORIO
    DI MATTEO
    SALVATORE:
    GIOVANNA MARINI
    E IL GRUPPO
    "SUDDISSIMO"

    BEPPE LOPEZ

    A quindici anni dalla morte di Matteo Salvatore e a due anni dall’uscita della sua biografia a mia firma – lo dico non per autoesaltazione ma per una specifica ragione, che qui appresso chiarisco - arrivano sul mercato due importanti novità a proposito del repertorio del cantastorie di Apricena. La grande Giovanna Marini ha deciso di pubblicare un Cd tutto dedicato a lui e al suo repertorio (“Giovanna Marini canta Matteo Salvatore”, blocknota, 15 euro). E contemporaneamente ha visto la luce “Suddissimo. Omaggio a Matteo Salvatore e Adriana Doriani”, Cd+Dvd, da parte, sorprendentemente, di un gruppo di cantori e musicisti salentini (Enza Pagliara, Dario Muci, Roberto Licci, Emanuele Licci) che sinora si erano occupati prevalentemente di pizzica e comunque di canti appunto salentini. Motivo di particolare interesse storico, in quest’ultimo caso, è che l’allegato Dvd contiene, a cura di Rina Santoro, un inedito: il video di un concerto, l’unico concerto, tenuto da Matteo in Francia, a Romans-Sur-Isère, nell’ottobre del 1999. Come sa chiunque abbia seguito le vicende di Matteo e letto il mio libro o anche solo qualche recensione di esso, “Matteo Salvatore, l’ultimo cantastorie” (Aliberti editore) ha documentato due fakenews epocali che giravano da cinquant’anni sulla vicenda umana e sul repertorio di Matteo. La prima voleva che fosse più o meno innocente della morte della sua compagna e partner Adriana, tanto che ci sarebbe stata la revisione del processo (che l’aveva visto condannato a sette anni di carcere), con il suo proscioglimento e quindi il suo ritorno allo stato di innocenza e di libertà. La seconda, soprattutto, aveva indotto per cinquant’anni Giovanna Marini, Eugenio Bennato, Pino Daniele, Teresa De Sio, Goffredo Fofi, Renzo Arbore, Moni Ovadia, Vinicio Capossela, Otello Profazio, Giancarlo Governi, Felice Liperi, Lucio Dalla, Sergio Rubini, Ignazio Buttitta, Concetta Barra, ecc. ecc. ecc. – insomma tutti, praticamente tutti coloro che si sono occupati negli anni di musica popolare (ricercatori, cantatori, intellettuali, giornalisti specializzati…) a ritenerlo un grande poeta e un grande musicista, autore delle parole e della musica dei suoi canti...

    data: 03/04/2020 16:39

  • UN SECOLO
    DI GIORNALISMO
    ITALIANO,
    FRA MILITANZA
    E INDIPENDENZA

    GIANCARLO TARTAGLIA (*)

    La prima associazione giornalistica era stata costituita nel 1877, pochi anni dopo la proclamazione di Roma capitale, seguita da numerose altre associazioni sorte spontaneamente in tutte le principali città italiane del sud e del nord, sull’onda di un processo aggregativo che si andava diffondendo in tutti i paesi europei. La Federazione della Stampa, che, appunto, federava le associazioni preesistenti, si era ufficialmente costituita a febbraio del 1908. Due anni dopo, firmava con l’Unione degli editori la Convenzione d’opera giornalistica, il primo contratto collettivo nazionale stipulato da un’organizzazione sindacale in Italia. Ciò nonostante, non si era caratterizzata soltanto come un organismo sindacale, bensì come un’organizzazione di più ampio respiro tesa a tutelare gli interessi complessivi di una categoria dai confini non ancora ben delineati. Nel mondo giornalistico le figure dell’editore, dell’amministratore e del giornalista spesso si confondevano. Grandi giornalisti erano anche grandi editori e capaci amministratori. Basti pensare a Guido Cesana, direttore di giornali e fondatore de Il Messaggero, a Eugenio Torelli-Viollier, fondatore, editore, amministratore e direttore del Corriere della Sera, a Luigi Albertini, che fece del Corriere, da direttore e comproprietario, una delle testate più importanti d’Europa, a Luigi Roux, fondatore e direttore de La Stampa, ad Alfredo Frassati, che da redattore del quotidiano torinese ne divenne comproprietario e direttore, ad Edoardo Scarfoglio, editore e direttore de Il Mattino e così via. Tutti nomi che ritroviamo alla guida di quel movimento professionale che porterà alla nascita dell’Associazione della Stampa Periodica Italiana, dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti, dell’Associazione della Stampa Subalpina e che volle, nei primi anni del nuovo secolo, la costituzione di una autorevole Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Di conseguenza, i problemi del mondo editoriale erano, indistintamente, i problemi di questa complessa ed eterogenea categoria. Se il contratto di lavoro costituisce un filo conduttore che attraversa sin dall’inizio l’intera storia delle organizzazioni giornalistiche italiane, non da meno ad esso si intrecciano le discussioni e le preoccupazioni per altri aspetti considerati di identica importanza...

    data: 30/03/2020 19:01

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