Analisi

Le analisi

  • IL QUOTIDIANO
    LOCALE
    E POPOLARE
    NON E' SOLO
    UN GIORNALE
    E PUO' CONVIVERE
    CON LA RETE

    BEPPE LOPEZ (*)

    L’Italia si è ritrovata nel sistema della comunicazione globale, dominata dall’online, con giornali cartacei lontani anni luce dagli interessi, dal linguaggio e dai bisogni (tanto per cominciare, informativi) delle persone. Con il sistema di giornali locali, in particolare, devastato e sostanzialmente annullato dalle conglomerate editorial-pubblicitarie (in primis, la Repubblica e il Corriere della Sera). E con un assetto di testate qualificate perlopiù dall’essere nazionali e d’opinione, quasi tutte “di Palazzo” o al più di pezzi di Palazzo e spesso organi di questo o di quell’altro centro di potere politico ed economico-finanziario. Così, dopo essere stato da sempre tra i paesi con i più bassi indici di lettura di quotidiani al mondo, ne registra oggi il crollo più pesante, praticamente vertiginoso, definitivo, sino a far ritenere ormai imminente – molto prima delle pur più funeste previsioni – il passaggio totale in Rete della gran parte delle testate vere, cioè quelle che la gente compra in edicola (non quelle esistenti solo nelle rassegne-stampa e nei dibattiti televisivi). Del resto, molte testate, pur affacciandosi alla Rete, continuano ad uscire in edizione cartacea anche perché, in particolare da noi, in Rete la stragrande maggioranza dei “lettori” sono ancora lontanissimi dall’idea di pagare per aggiornarsi e documentarsi, mentre la pubblicità stenta a decollarvi. In questo quadro la gran parte degli editori e dei giornalisti – così come per lunghi decenni hanno individuato nella Tv l’alibi per la loro storica incapacità di confezionare prodotti per il mercato (vale a dire per le esigenze informative della gente, non del Palazzo) – ora ritengono i propri giornali non solo destinati a morte certa ma già dei sopravvissuti. Naturalmente, per colpa della Rete, non ci sarebbe più niente da fare...

    data: 03/11/2016 12.16

  • "LOCALE
    E POPOLARE"
    ECCO IL GIORNALE
    CARTACEO CHE
    PUO' RESISTERE
    ALLA RETE

    UNA FORMULA CHE VIENE DA LONTANO GIA' BELLA E DESCRITTA 40 ANNI FA DA BEPPE LOPEZ NEL PRIMO NUMERO DEL "QUOTIDIANO" Professionalità e onestà intellettuale. Sono gli strumenti, i soli strumenti (insieme alla carta e all’inchiostro), che il direttore e i redattori di questo nuovo giornale intendono utilizzare per confezionare, ogni giorno, un prodotto specifico: un quotidiano locale e popolare. Non sappiamo se ci riusciremo. Sappiamo che è esattamente questo, però, ciò che vogliamo fare. Confessiamo, anzi, che l’unica domanda che abbiamo la presunzione di porci, in questo momento d’avvio, ricco di entusiasmo e di ottimi propositi come tutti i momenti di avvio, è un’altra: “quando” ci riusciremo? E ci spieghiamo. 1) Questo non vuole essere e non sarà un giornale di gruppo o di partito o dei partiti o delle istituzioni; non vuole essere e non sarà nemmeno un giornale-istituzione. Per usare un paio di formule consumate dalla retorica populistica vecchia e nuova, vuole essere e sarà il giornale della gente, un giornale-servizio. 2) In questo senso, gli strumenti scelti dovranno servirci né più né meno che a uno scopo: a fare il nostro mestiere di giornalisti e a fare di Quotidiano un giornale, cioè a descrivere la realtà. Si legge al primo punto dell’accordo politico-programmatico firmato dal direttore e dall’editore di questo giornale, e approvato all’unanimità dalla redazione: “La caratteristica fondamentale del giornale deve essere tecnico-professionale: descrizione vivace e intelligente della realtà; servizi, inchieste, rubriche, interviste e notiziario trattati in maniera da interessare e divertire il lettore, perché si vendano sempre più copie del giornale, salvaguardando da un canto il rispetto per la realtà (fatti e protagonisti) e dall’altro la linea democratica e culturalmente avanzata del giornale”. Quindi ...

    data: 28/10/2016 14.23

  • IL CASO-VELTRONI: POLITICA, CULTURA, GIORNALISMO, NARRATIVA, CINEMA, TV, SPORT, ECC. ECC.

    Un giorno Silvio Berlusconi fu lapidario: “Veltroni è un coglione” (il capo di Forza Italia parlava del dirigente Pds in un piano-bar di Cernobbio, il 2 febbraio 1995, citato su Il Tirreno del 5 aprile 2006). Per alcuni esagerò, essendo risentito per qualche sua ragione personale o politica; per altri aveva detto chiaro e tondo quello che pensavano (e pensano) in molti, anche e soprattutto a sinistra. Comunque, valutazioni. C’è invece il fatto. Il fatto è che a Walter Veltroni va garantito, sino a prova contraria, il diritto di essere considerato almeno un uomo di media capacità e cultura. Va rilevato a tale proposito che può vantare su Wikipedia questo impegnativo incipit biografico: “E’ un politico, giornalista, scrittore e regista italiano”. Il fatto è che ha una così alta considerazione di se stesso da aver preteso da sé e imposto alla comunità nazionale una lunga, sfrangiata e sontuosa pluri-attività che l’ha portato a fare il politico d’alto livello (segretario di partito!), lo statista innovatore (vice-presidente del Consiglio), l’ammiratissimo scrittore, il geniale autore di film (tratti da suoi libri e finanziati da Stato e/o Rai), l’esperto documentarista, l’acuto giornalista politico, l’estroso giornalista sportivo (prima pagina e paginate sul Corriere dello Sport, interviste anche al Tg1, ecc.) e ora anche l’ingegnoso autore del nuovo varietà di Rai Uno ...

    data: 10/10/2016 23.49

  • CASO ORLANDI:
    L'AUDIO PORNO
    E IL FILM SBAGLIATO

    NICOLA LOFOCO

    INTERVISTA A PINO NICOTRI“Gli inquirenti hanno capito subito che il nastro è il riversamento di parti di un film porno, del quale non sono riusciti a individuare il titolo solo perché il mitomane che lo ha fatto trovare il collage ha prudentemente cancellato tutte le voci maschili, lasciando solo i gemiti di una donna, chiaramente di età ben più grande dei 15 anni e mezzo di Emanuela”. Così Pino Nicotri, il giornalista che da anni si occupa della vicenda di Emanuela Orlandi e ha scritto ben tre libri su di essa, liquida il sonoro di una registrazione dove sono udibili i lamenti di una ragazza che viene seviziata e torturata. L’audio, diffuso dalla trasmissione Chi l’ha visto, era stato fatto ritrovare il 17 luglio 1983 sotto la sede dell’Ansa della capitale. Ma in questi giorni sembrava poter aprire un nuovo capitolo dell’eterno giallo della giovane cittadina vaticana scomparsa a Roma il 23 giugno 1983. “Potrebbe anche essere un porno casereccio. Gemiti che crescono man mano di intensità fino ad essere il raggiungimento di un orgasmo tanto forte e prolungato da essere grottesco, come si addice ai film porno di qualità scadente. L'avvocato Ferdinando Imposimato, che molto stranamente da legale di Agca è diventato in seguito legale della madre della stessa Emanuela - che la leggenda vuole sia stata rapita per essere scambiata con la scarcerazione proprio di Agca - sostiene si tratti di urla di una donna torturata alla quale strappano le unghie! Che non si tratti di stupro, per giunta di gruppo, né di tortura lo dimostra la richiesta della donna di poter poi farsi una dormita. Cosa difficile da credere per una donna pluristuprata o torturata. I servizi segreti hanno ricostruito le voci maschili dei tratti cancellati...

    data: 29/09/2016 23.03

  • Vaticano
    contro M5S?
    O tanto rumore
    per nulla?

    E' bene - e istruttivo - notare cosa ci sia, in sostanza, in tutto il bailamme della stampa italiana sulle accuse dell'Osservatore Romano "a Raggi" e sulla frase "Roma in stato di abbandono" (aperture di Tg e giornali, a cominciare dalla prima pagina del Corriere della Sera e di Repubblica: "Caso Roma, la Chiesa accusa", "Roma senza governo"). Si tratta, come si sarebbe detto una volta, di un pezzullo di cronaca, pubblicato il 10 settembre, in fondo alla pag. 2, dal giornale vaticano, dedicato al maltempo in Italia e in Puglia. Al terzo capoverso si accenna, a proposito della capitale, a una "riprova dello stato di abbandono in cui per certi aspetti versa la città". Tutto qui. (B.L.)...

    data: 11/09/2016 18.32

  • Rai, troppi lottizzati, troppe cause
    di lavoro, troppe sentenze sfavorevoli

    BEPPE LOPEZ

    1.300 dipendenti, più di 1.300 cause di lavoro: più di una ogni dieci prestatori d'opera. E' la situazione dell'azienda Rai, peraltro quasi sempre soccombente. La relazione della Corte dei Conti datata 2013 avvalorò soltanto un paradosso assai notorio, annoso e tuttora persistente. Un paradosso (solo apparente) perché la Rai è sempre stata un'azienda dalle mammelle gonfie e disponibili, specie in materia di avviamento alla professione di figli di partito, di corrente, di lobby, di salotti e di papà, inventati dal nulla giornalisti o funzionari, poi accompagnati e agevolati in carriera (basta scorrere anche solo l'elenco dei super-stipendi di viale Mazzini recentemente reso noto, per averne una sconfortante conferma). Un paradosso perché, in questi casi, ci si aspetterebbe se non un pizzico di gratitudine, almeno un po' di pazienza. E invece no. Quando il miracolato di turno è costretto a segnare un po' il passo nella sua progressiva e irresistibile avanzata verso il massimo del grado, dello stipendio, del potere e/o della visibilità mediatica - perché è il turno di un altro miracolato nell'avanzamento, e dello sponsor di quest'ultimo ad avere ragione sul suo sponsor - dimentica miracolo, privilegi e agevolazioni impropriamente ottenute, e fa causa. Poiché non fa più il direttore o il conduttore, non ha più l'ufficio che conta o l'ora di massimo ascolto, fa causa. E vince. Pressoché sistematicamente. Grazie a pochi e ben remunerati avvocati - specializzatissimi - e a una magistratura del lavoro tra le più generose d'Italia e forse d'Europa, nei confronti dei lavoratori in questione. "Lavoratori" sui generis: perché perlopiù dirigenti, intellettuali e giornalisti di successo, e ottimamente pagati ...

    data: 24/08/2016 01.07

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