IERI/OGGI

Le prfoessioni

  • LOCKDOWN?
    A ME E' MANCATO
    IL CAFFE' DEL BAR.
    E ROMA

    BEPPE LOPEZ (*)

    Se hai una certa età, non è che il coronavirus abbia stravolto la tua vita e le tue abitudini, inaridendole, desertificandole. Semmai, le ha semplicemente riempite di più, di incombenze e di coinvolgimenti ai quali è difficile sottrarsi. Tutti a lamentarsi di essere bloccati in casa, di non poter avere una vita di rapporti professionali e sociali adeguatamente articolata e animata… Ma se hai una certa età, da pensionato – diciamo, da pensionato intellettualmente impegnato - cosa facevi fino a quando è arrivato lo tsunami-Covid-19? Letture in casa, i social, il sito, il blog e la scrittura, di un articolo o di un libro. Aggiungi a questo l’uscita quotidiana per i giornali e il caffè al bar, e le due tre puntate social-culturali settimanali: una conferenza, la presentazione di un libro, la cena con amici, un bel film a cinema, un salto a teatro… Ora: libri, cassette, cd e dvd non ti mancano in casa, per non parlare della permanente interconnessione col mondo delle notizie e delle idee che ti consenti, anche troppo, con telefonino, computer, televisori e radio. Gli amici, poi, quelli di sempre, di una vita, tali rimarranno anche dopo due/tre mesi di quarantena, senza nemmeno la necessità di essere quotidianamente curate con telefonate, sms, email e videochiamate. Anzi, probabilmente, dopo tanto vedersi e dopo un breve, salutare periodo di “distanziamento sociale” (espressione pomposa e sbagliata, al posto della più normale e attinente “distanziamento fisico”), le amicizie rinasceranno più corpose e vogliose che pria. A conti fatti, insomma, le cose che più ti mancano nella quarantena, se hai una certa età, sono il caffè al bar e le puntate in città, specie se questa città è Roma...

    data: 09/07/2020 17:27

  • QUANDO MONTANELLI INCITAVA GOLPISTI E BASTONATORI CONTRO LA DEMOCRAZIA ITALIANA

    C’è chi non ha aspettato le rivelazioni sulla povera dodicenne da lui comprata in Eritrea, durante gli anni del colonialismo fascista, per provare la massima disistima nei confronti Indro Montanelli. Né l’orrendo candore con cui ancora negli anni Sessanta ricordava quell’episodio, mostrando di non avere la benché minima idea (negli anni Sessanta! avendo ormai sessant’anni d’età) dell’orrore del suo comportamento da ventisettenne. Infatti, ormai numerose generazioni di italiani conoscono l’uomo, l’intellettuale e il giornalista Montanelli per quello che è stato oggettivamente: un voltagabbana. Liberale, fascista, monarchico, repubblicano, democristiano, craxiano, berlusconiano e in vecchiaia persino filo-pdiessino o giù di lì. Ma questo pare che per molti sia diventato un tratto virtuoso delle persone sveglie (“solo gli stupidi non cambiano mai opinione”). Colme se non bastasse, fu un pervicace retore dell’anti-italianismo, un convinto sostenitore della critica più cinica all’idealismo, alle utopie e ai valori della solidarietà e dell’eguaglianza. Ma anche l’idealismo, le utopie e i valori della solidarietà e dell’uguaglianza pare che siano passati di moda. C’è un documento che anche in questi giorni è ignorato sia da chi vorrebbe che si abbattessero per indegnità le statue a lui erette sia da chi si ostina non solo ad opporsi all’abbattimento delle statue (con qualche ragione di buon senso) ma ad esaltarne le virtù di intellettuale, di cittadino e di patriota. Un documento dal quale si rileva la bassezza morale del personaggio. L’illustre “conservatore illuminato” cercò di spingere nientemeno che al colpo di Stato l’ambasciatore in Italia degli Stati Uniti, per la precisione un’ambasciatrice, Claire Booth Luce, già di suo fondamentalista dell’anti-comunismo: un golpe naturalmente contro lo Stato e la democrazia italiana. Con motivazioni, peraltro, assai poco lusinghiere sul popolo italiano. “Se alle prossime elezioni un Fronte Popolare comunque costituito raggiungesse la maggioranza”, scriveva Montanelli alla Booth Luce...

    data: 15/06/2020 19:00

  • INFORMAZIONE
    E TERRORISMO
    PSICOLOGICO

    GIUSEPPE MARCHETTI TRICAMO (*)

    Dicono che niente sarà come prima. Dopo che il coronavirus sarà battuto. Superati i lampi di straniamento brechtiano e le fatali angosce nascerà un mondo nuovo. Diverso dal vecchio? Un’illusione? Una visione oppressiva? E cosa cambierà nella nostra vita? Con questa aspettativa stiamo tutti a riflettere, pensare, interrogarci. «La frontiera scorre nel mezzo. Di qua c’è il mondo di prima. Di là c’è quello che deve ancora venire, e che forse non arriverà mai». A dircelo non è una voce misteriosa. No. É quella rimasta giovane di Alessandro Leogrande. Nessuno si senta inadeguato, anche se saremo cittadini del vecchio proiettati sul nuovo. Appena si sarà placata definitivamente la tempesta saremo pronti a spingere lo sguardo oltre il limitato orizzonte dell’immediato. Saranno, però, molte le cose da lasciare aldiquà, da non portarsi nel futuro. Al passato molliamone almeno una: la disuguaglianza con tutta la sua complessità che riguarda ricchezza, fisco, reddito, lavoro, condizioni sociali, istruzione, genere, origine etnica e comportamenti morali, etici, intellettuali. Proviamo a lasciare al vecchio mondo anche l’individualismo, l’egocentrismo, l’ipocrisia e l’inaffidabilità. E l’informazione manipolata. Già oggi è un giorno nuovo, di un anno nuovo, di un futuro che ci è stato restituito. Un futuro affidato alla nostra consapevolezza, alla nostra coscienza sociale e alla nostra responsabilità, ma non solo nostro. Un futuro che, prima di concederci il badge d’ingresso, ci impegna a fare una riflessione e a riesaminare il nostro modello di vita. Ma in quali condizioni psiche, oltre a quelle economiche, arriviamo, noi popolazione italiana, a questo appuntamento con il futuro? Indubbiamente indeboliti e facili prede di ansia, panico, depressione e con il cervello alla soglia del tilt. Una situazione sottovalutata da chi avrebbe dovuto occuparsene. Anche se, effettivamente, c’erano ben altre urgenze. Va, in ogni caso, decisamente stigmatizzata la ricorrente spettacolarizzazione della pandemia ̶ con la rincorsa morbosa alla notizia più tragica ̶ che, inevitabilmente, ha generato scalpore e psicosi di massa. Molti media workes hanno adottato lo “shock and awe doctrine”...

    data: 11/06/2020 11:34

  • INTERVISTA/
    AUTORITRATTO
    DI UNA GRANDE ARTISTA
    E INTELLETTUALE

    VALENTINA CHIARINI

    Nel novembre 2018 chiesi a Maria Monti di parlarmi di un libro per lei importante o fondamentale. Questo il testo della chiacchierata che ne è seguita, svoltasi a casa sua, toccando altri aspetti della sua vita di donna e di aretista. Cosa non ha fatto Maria Monti, in questi ultimi sessanta/settant’anni, vissuti da protagonista, mai conformista, della vita artistica e culturale italiana? E’ nei cabaret milanesi anni Cinquanta, in teatro con artisti come Tognazzi e Paolo Poli, nella televisione con le sorelle Kessler, al Festival di Sanremo, nel femminismo militante, nel cinema con Bertolucci in Novecento. E le canzoni. Le canzoni impegnate e le canzoni popolari, nel cui mondo è considerata un mito vivente. E' stata, è anche autrice teatrale. Ma cominciamo dal libro di formazione e da come Maria Monti è oggi. “Ricordo ormai poco data la giovinezza che avanza (ride, ndr). Però vorrei ricordare Il terzo occhio, un libro scritto da un inglese, Lobsang Rampa, che in seguito ne scrisse altri, sempre di genere aprente, intendo rivolti alla mente, all’anima e agli altri occhi di cui non sappiamo abbastanza perché sono nascosti e crediamo non vedano, mentre invece vedono, eccome. E chissà, forse esistono anche altre orecchie, che sentono, ascoltano, e di cui ignoriamo l’esistenza… A proposito io ci sento bene, l’udito c’è ancora, ma quando leggo faccio una gran fatica perché non vedo bene, nonostante la lente d’ingrandimento.. Allora può essere così gentile da leggere questo passo per me? Non si tratta del Terzo Occhio ma di un volume che ha per titolo Ascoltare i pensieri, quando dicevo che la vista può ascoltare è perché l’ho letto lì...

    data: 06/06/2020 12:16

  • AVVERTIRE
    DE BENEDETTI,
    ELKANN
    E TRAVAGLIO
    CHE, GUARDANDO
    ALL'INDIETRO,
    NON SI VA AVANTI

    BEPPE LOPEZ (*)

    Il canto del cigno di De Benedetti, le ruvidezze di Elkann, i riferimenti storici di Molinari, le ambizioni di Giannini, l’avventura di Stefano Feltri, l’operazione-consolidamento di Travaglio… I temi importanti, in questo tornante della storia dei quotidiani italiani di area progressista, diciamo così, non si esauriscono con sei nomi: si pensi solo al Corriere della Sera, al Manifesto e alle forti interferenze reciproche con l’informazione televisiva pubblica e privata (dove in particolare Umberto Cairo vigila e tiene a freno, a stento, una forte capacità di iniziativa). Ma indubbiamente, sono tre le domande che ora vanno per la maggiore. 1) Quale giornale ha in mente Carlo De Benedetti e quale Domani riusciranno concretamente a fare lui e la squadra di giornalisti guidati dal giovane Stefano Feltri? 2) Quale Repubblica, alla fine, starà in campo, dopo il traumatico cambio d’editore, lo sbrigativo cambio di direttore, l’attuale stato di frustrazione e di disorientamento della redazione e soprattutto dopo le novità e le ristrutturazioni che verranno, in conseguenza anche della strategia editoriale – tutta da decifrare e probabilmente in gran parte da definire – di un gruppo cui fanno capo, insieme a molto altro, tre testate quotidiane di storica rilevanza e tredici quotidiani locali? 3) Riuscirà Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, al di là della (poco) rinnovata veste grafica e dell’arrivo di Gad Lerner, a cogliere quest’occasione storica per rosicchiare “da sinistra” posizioni di mercato alla grande testata fondata da Scalfari? E’ significativo ciò che viene immediatamente di rilevare a proposito di quella che dovrebbe essere la novità assoluta, Domani. Ricordate i giornali ottocenteschi che nascevano “come volontà di espressione del libero pensiero”? Bene, è proprio questo che Carlo De Benedetti ha in mente...

    data: 31/05/2020 16:16

  • REDAZIONE PIEGATA
    O REDDE RATIONEM
    SOLO RINVIATO?

    Sta succedendo di tutto, in questi anni e mesi, nel mondo dell'editoria (in primis il crollo verticale dei giornali cartacei e un recupero di lettorato e di risorse in rete ancora deludenti). Sta succedendo di tutto, in queste settimane e giorni, dentro Repubblica e nei rapporti fra direttori e neo-proprietari di Repubblica-Stampa-SecoloXIX. L'altro giorno il neo-direttore aziendalista di Repubblica ha addirittura rifiutato di pubblicare un comunicato del comitato di redazione del giornale sull'eccesso di identificazione fra linea editoriale, titoli e testi da un canto e gli interessi della Fca dall'altro (a proposito della richiesta della Fca di un prestito di 6,5 miliardi di euro con garanzia Sace che tante polemiche sta suscitando). Ieri c'è stata l'assemblea. Di fatto, era stata convocata “alla luce della richiesta del direttore di non pubblicare il comunicato sul caso-prestito Sace-Fca”. Oggi è stato ufficializzato il documento da essa approvato a grande maggioranza. Vi si auspica "la massima cautela e un surplus di attenzione quando si trattano argomenti che incrociano gli interessi economici dell’azionista". Si lancia un generico, nostalgico appello al "patto che il nostro giornale ha stretto 44 anni fa con i suoi lettori". Si prendono addirittura le difese del giornale e, quindi, della linea scelta dallo stesso Molinari, di fronte agli "attacchi, spesso interessati, che tentano di attribuire al giornale, in questa nuova fase, manovre politiche di parte, legate agli interessi dell’editore. E finalmente, un grande impegno: "vigilare sull’autonomia e l’indipendenza di Repubblica". Nel comunicato odierno, a parte il resto, non si fa alcuna menzione di quel comunicato né del rifiuto del direttore di pubblicarlo, come pure contratto e consuetudini redazionali quarantennali – specie a Repubblica – avrebbero imposto. Nell’assemblea dei redattori di Repubblica sono dunque prevalsi cautela, disorientamento, timori e, complessivamente, una cultura e pratica dei rapporti sindacali interni (col direttore e con la proprietà) pre-sessantottesche e pre-settantacinquesche, se si può dire, con riferimento agli usi e costumi sindacali precedenti la grande rivoluzione anti-antiautoritaria del 1968 e precedenti la grande rivoluzione e le innovazioni introdotte nel settore dalla Repubblica di Scalfari (paradossalmente richiamate nel comunicato odierno dell'assemblea di quel giornale, insieme ad una ortodossa accettazione del potere direttoriale)...

    data: 19/05/2020 15:44

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