IERI/OGGI

Le prfoessioni

  • COSI' "CAPATOSTA"
    SFONDO'
    UN SISTEMA
    EDITORIALE
    ALLORA CHIUSO
    E IMPERMEABILE

    GINO DATO (*)

    INTERVISTA CON BEPPE LOPEZ SUL LIBRO CON IL QUALE VENT'ANNI FA ESORDI' NELLA NARRATIVA L’unicità di una drammatica figura femminile che si leva ostinata dalla sua tragedia con la voglia di vivere. La forgiatura di una lingua che è un impasto di italiano parlato e di dialetto pugliese. Lo “sfondamento” di un sistema editoriale che era allora chiuso e impermeabile. Basterebbero questi tre elementi a decretare la novità assoluta che il romanzo Capatosta di Beppe Lopez, al suo primo apparire il 19 settembre 2000 per Mondadori, determinò nel panorama letterario nazionale. A vent’anni della sua prima uscita ne parliamo con l’autore, barese doc, emigrato come altre penne illustri per fare il giornalista, presente alla fondazione di Repubblica, poi direttore di diverse testate ed esperimenti di giornalismo, saggista e scrittore. Come il suo romanzo ha cambiato il panorama letterario italiano in venti anni? “In questi vent’anni il panorama letterario italiano è cambiato di suo, come epifenomeno dei cambiamenti epocali intervenuti nella storia dell’umanità e ovviamente anche nell’assetto della cultura e dell’editoria italiana. Quando è uscito Capatosta la Rete cominciava appena a balbettare, una grande casa editrice come la Mondadori praticamente non faceva pubblicità, puntava sulla solita decina di firme da decenni e portava allo Strega non il suo miglior romanzo ma quello più gradito agli amici degli amici”. La Puglia non era ancora di moda. “A parte i classici, come Tommaso Fiore, Gerolamo Comi e Vittorio Bodini, di Puglia letteraria non si parlava nemmeno. Appena un accenno ai primi due romanzi e all’attivismo del lucano Raffaele Nigro, all’operosità appartata di Giorgio Saponaro e alla Tuta blu feltrinelliana di Tommaso Di Ciaula”. Ancora nel 2001 le toccava polemizzare con Aldo Nove, per cui la Puglia era un buco vuoto, un luogo privo di qualsiasi senso. “La cultura pugliese per gli italiani erano le volgarità e le storpiature linguistiche di Lino Banfi, divenuto poi ambasciatore della Puglia. La pubblicazione di Capatosta sorprese tutti: dai più grandi intellettuali e critici nazionali (Giuseppe Pontiggia, Giampaolo Rugarli, Franco Brevini, Massimo Onofri, Roberto Cotroneo, Luca Canali, Corrado Augias, ecc.), alla grande scuola accademica barese (Francesco Tateo, Vitilio Masiello, ecc.). Quel romanzo impose un diverso sguardo sulle nostre radici culturali e linguistiche...

    data: 23/09/2020 19:37

  • E CAPATOSTA
    ENTRO'
    NELLA STORIA
    LETTERARIA
    DEGLI ITALIANI

    ROSA ROSSI

    ROSA ROSSI RECENSISCE OGGI IL ROMANZO DI BEPPE LOPEZ NEL VENTENNALE DELLA SUA PUBBLICAZIONE (MONDADORI, 19 SETTEMBRE 2020) È pomeriggio inoltrato, riunione spontanea al femminile, in uno slargo tra vecchie case di paese, all’ombra. Si intrecciano ricordi, fatti, persone. Malattie, partenze, morti, mestieri. Ascolto. Non posso fare altro. La mia memoria in questo luogo risale indietro solo di quindici anni. Tanti, ma non appartengo alla memoria delle altre e del luogo. Mi sorprendo a pensare che il filo conduttore dei ricordi potrebbe diventare un romanzo. E che questo romanzo sarebbe sicuramente ‘popolare’. Avrebbe tanti personaggi, di molti si conoscerebbe solo il soprannome, potrebbe seguire le vicende di vite passate, spesso senza lasciare traccia alcuna, se non appunto in questi ricordi ricchi di particolari (chissà, forse, anche a mio beneficio, un’estranea ormai ‘quasi’ parte della comunità). Per prendere forma di romanzo servirebbe un ‘narratore’ capace di cogliere tutti i risvolti di un ambiente – geografico, sociale, umano, storico – e di intuire di un personaggio le caratteristiche fisiche, il carattere, i pensieri, insomma tutto ciò che lo spinge ad agire in un modo piuttosto che in altro. E capace, per questa via, di cogliere il dramma umano di un’esistenza che inizia e sparisce, senza nulla modificare nel più ampio flusso della Storia. Dovrebbe essere un ‘narratore’ in grado di recuperare le storie di ieri, ricostruendo l’ambiente, le situazioni, le vicende; intrecciando nella narrazione verità e fantasia; combinando (meglio ancora, connettendo!) insignificanti e marginali storie individuali con i fatti importanti ed eclatanti della cronaca coeva. Le prime sono quelle destinate a rimanere nella memoria dei compaesani per due / tre generazioni, raccontate e raccontate, non senza varianti, ad ogni occasione (magari in occasione del ritorno di qualche emigrante) o, nel caso di ambientazione urbana, destinate a perdersi con la scomparsa dei protagonisti (a meno che un ‘narratore’ ne faccia oggetto della sua scrittura)...

    data: 15/09/2020 20:04

  • LA TRADUZIONE
    COME MEDIAZIONE
    LINGUISTICA,
    LETTERARIA
    E CULTURALE

    ROSA ROSSI

    IL "CASO" DELLA LINGUA CINESE: INTERVISTA A EUGENIA TIZZANO A PROPOSITO DI "FUGA DI MORTE" In un recente articolo ("Una vecchia questione, sempre nuova: la traduzione e il 'secondo' autore") mi sono trovata ad affrontare la lettura di un romanzo, Fuga di morte di Sheng Keyi, da una prospettiva solitamente trascurata, quella della traduzione. La proposta di leggerlo mi proveniva infatti dal suo "secondo autore", ossia dal traduttore, Eugenia Tizzano. Dopo averlo letto e averne parlato, mi rimane un dubbio: se non mi fosse stato presentato e, soprattutto, se non avessi avuto l’opportunità di entrare nei meccanismi della scrittura, decodificando, almeno in buona parte, le implicazioni storiche e politiche sottese alle vicende e all’intersecarsi dei piani temporali, lo avrei scelto per la lettura? La risposta è, probabilmente, negativa a dispetto del fatto di essere stata testimone, attraverso lo schermo televisivo e le cronache del tempo, dei fatti che costituiscono il nucleo centrale da cui prende le mosse la vicenda (i fatti di Piazza Tienanmen, nella primavera 1989). I motivi sono diversi e attengono alla distanza tra mondi culturali e alla difficoltà dell’incontro tra questi mondi. In altri termini, le scelte di lettura, soprattutto nel campo della narrativa, sono determinate dall’orizzonte culturale di riferimento, a meno che nella scelta del romanzo da leggere non si sia incuriositi esclusivamente dall’interesse per la vicenda tout court e dal fascino della narrazione. In questo secondo caso, peraltro, si rischia di perdere lo spessore narrativo più profondo, quello che permette di decodificare il "sottotesto", riconoscendo nella narrazione la cronaca, la storia, le implicazioni letterarie e culturali. La scelta editoriale di proporre il romanzo senza apparati sembra privilegiare il lettore del secondo tipo. Per fugare dubbi e approfondire alcuni aspetti di questioni rilevanti ho voluto proporre alcuni interrogativi direttamente al "secondo" autore che, per poter tradurre, le ha dovute affrontare e risolvere, anche parlandone direttamente, a più riprese, con il primo autore, Sheng Keyi...

    data: 01/09/2020 19:32

  • SMART WORKING?
    FARE NEI
    GIORNALI CIO'
    CHE SI POTEVA/DOVEVA
    FARE ALMENO
    DA VENT'ANNI

    BEPPE LOPEZ (*)

    Per smart working nel settore giornalistico si intende, in maniera specifica, un cambiamento epocale delle modalità di lavoro per cui i redattori possono/debbono lavorare a casa (o anche a casa) Vi sono però due maniere diverse di affrontare la questione. Una è quella di considerare l’applicazione dello smart working in giornali che da anni tendono a tagliare gli organici e a ridurre i costi di produzione. Giornali in profonda crisi di vendite (storicamente per la loro prevalente inadeguatezza in termini di servizio e di utilità, poi per il boom televisivo, infine per l’irresistibile espansione del digitale e della Rete). Ad essi lo sviluppo tecnologico, le normative e la debolezza della classe giornalistica hanno consentito già abbondanti tagli e riduzioni, con l’espulsione in particolare dei giornalisti più esperti e meno manipolabili e il ricorso al precariato e ai sottopagati. Evidentemente, da questo punto di vista, lo smart working pone problemi materiali e urgenti che riguardano l’allontanamento dei giornalisti dalla redazione, l’abolizione della scrivania personale in redazione (vedi trattativa in corso alla Repubblica), il tentativo editoriale di operare di fatto per ulteriori tagli agli organici e riduzione dei costi (senza porsi seriamente il problema della qualità dei rapporti di lavoro, del lavoro stesso e del prodotto finale), la necessità per la categoria dei giornalisti e per il sindacato di difendersi, le questioni contrattuali, eccetera. L’altra, diversa maniera di affrontare la questione dello smart working – che probabilmente renderebbe meno strumentale e forse meno problematico il confronto/scontro sulla sua introduzione nel lavoro giornalistico – è quella di considerarla come la prosecuzione di una vecchia questione di settore, maturata in termini precisi (ma perlopiù ignorati e sottovalutati, sia dagli editori sia dai giornalisti) almeno negli ultimi vent’anni. Questa maniera, tanto per cominciare, non comporta un nuovo contributo al ricorso sempre più massiccio, immotivato e manipolatorio alla lingua inglese (dove “smart working”, che in Italia traduciamo abitualmente e nella concretezza del fenomeno con “lavoro remoto” o “da casa”, sta per “lavoro intelligente”). Se ne può scrivere, parlare e trattare semplicemente in italiano, anzi con le parole che usiamo da sempre nei giornali....

    data: 15/07/2020 16:20

  • LOCKDOWN?
    A ME E' MANCATO
    IL CAFFE' DEL BAR.
    E ROMA

    BEPPE LOPEZ (*)

    Se hai una certa età, non è che il coronavirus abbia stravolto la tua vita e le tue abitudini, inaridendole, desertificandole. Semmai, le ha semplicemente riempite di più, di incombenze e di coinvolgimenti ai quali è difficile sottrarsi. Tutti a lamentarsi di essere bloccati in casa, di non poter avere una vita di rapporti professionali e sociali adeguatamente articolata e animata… Ma se hai una certa età, da pensionato – diciamo, da pensionato intellettualmente impegnato - cosa facevi fino a quando è arrivato lo tsunami-Covid-19? Letture in casa, i social, il sito, il blog e la scrittura, di un articolo o di un libro. Aggiungi a questo l’uscita quotidiana per i giornali e il caffè al bar, e le due tre puntate social-culturali settimanali: una conferenza, la presentazione di un libro, la cena con amici, un bel film a cinema, un salto a teatro… Ora: libri, cassette, cd e dvd non ti mancano in casa, per non parlare della permanente interconnessione col mondo delle notizie e delle idee che ti consenti, anche troppo, con telefonino, computer, televisori e radio. Gli amici, poi, quelli di sempre, di una vita, tali rimarranno anche dopo due/tre mesi di quarantena, senza nemmeno la necessità di essere quotidianamente curate con telefonate, sms, email e videochiamate. Anzi, probabilmente, dopo tanto vedersi e dopo un breve, salutare periodo di “distanziamento sociale” (espressione pomposa e sbagliata, al posto della più normale e attinente “distanziamento fisico”), le amicizie rinasceranno più corpose e vogliose che pria. A conti fatti, insomma, le cose che più ti mancano nella quarantena, se hai una certa età, sono il caffè al bar e le puntate in città, specie se questa città è Roma...

    data: 09/07/2020 17:27

  • QUANDO MONTANELLI INCITAVA GOLPISTI E BASTONATORI CONTRO LA DEMOCRAZIA ITALIANA

    C’è chi non ha aspettato le rivelazioni sulla povera dodicenne da lui comprata in Eritrea, durante gli anni del colonialismo fascista, per provare la massima disistima nei confronti Indro Montanelli. Né l’orrendo candore con cui ancora negli anni Sessanta ricordava quell’episodio, mostrando di non avere la benché minima idea (negli anni Sessanta! avendo ormai sessant’anni d’età) dell’orrore del suo comportamento da ventisettenne. Infatti, ormai numerose generazioni di italiani conoscono l’uomo, l’intellettuale e il giornalista Montanelli per quello che è stato oggettivamente: un voltagabbana. Liberale, fascista, monarchico, repubblicano, democristiano, craxiano, berlusconiano e in vecchiaia persino filo-pdiessino o giù di lì. Ma questo pare che per molti sia diventato un tratto virtuoso delle persone sveglie (“solo gli stupidi non cambiano mai opinione”). Colme se non bastasse, fu un pervicace retore dell’anti-italianismo, un convinto sostenitore della critica più cinica all’idealismo, alle utopie e ai valori della solidarietà e dell’eguaglianza. Ma anche l’idealismo, le utopie e i valori della solidarietà e dell’uguaglianza pare che siano passati di moda. C’è un documento che anche in questi giorni è ignorato sia da chi vorrebbe che si abbattessero per indegnità le statue a lui erette sia da chi si ostina non solo ad opporsi all’abbattimento delle statue (con qualche ragione di buon senso) ma ad esaltarne le virtù di intellettuale, di cittadino e di patriota. Un documento dal quale si rileva la bassezza morale del personaggio. L’illustre “conservatore illuminato” cercò di spingere nientemeno che al colpo di Stato l’ambasciatore in Italia degli Stati Uniti, per la precisione un’ambasciatrice, Claire Booth Luce, già di suo fondamentalista dell’anti-comunismo: un golpe naturalmente contro lo Stato e la democrazia italiana. Con motivazioni, peraltro, assai poco lusinghiere sul popolo italiano. “Se alle prossime elezioni un Fronte Popolare comunque costituito raggiungesse la maggioranza”, scriveva Montanelli alla Booth Luce...

    data: 15/06/2020 19:00

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