ARTE FERITA

Le prfoessioni

  • IL FUTURO DELL'ITALIA DIPENDE DA NOI, DA CIO' CHE LEGGIAMO

    CESIRA FENU

    COSA CI DICE, COSA CI INSEGNA "ILTEMPO DILATATO" DI GIUSEPPE MARCHETTI TRICAMO L’Italia, culla del Rinascimento, del Barocco, di cui Roma rappresenta il trionfo, ma anche delle Antichità preromane e Romane possiede il patrimonio artistico e archeologico, oltre che paesaggistico, più ricco del Mondo. E invece, denuncia Marchetti, non meritiamo questo Paese, lo maltrattiamo con colate di cemento, intombiamo i fiumi che con le piogge esplodono letteralmente inondando i centri abitati, seminando morte e distruzione. É un vero, accorato, appello che l’Autore rivolge dai suoi editoriali nei quali mostra una profonda umanità e un profondo sentire. L’ultima fatica letteraria di Giuseppe Marchetti Tricamo, dirigente Rai, direttore di Rai Eri, responsabile del palinsesto di Rai Notte, docente presso l’Università La Sapienza di Roma, storico con al suo attivo vari saggi sul Risorgimento e la Storia contemporanea del nostro Paese, è Il tempo dilatato. Riflessioni sul senso della lettura (Ibiskos – Ulivieri). Si tratta della raccolta degli editoriali, pubblicati in tredici anni, dal maggio 2005 al marzo 2018, quando era direttore della rivista letteraria Leggere:tutti di cui è stato cofondatore. Tredici anni di passione e entusiasmo per un’avventura che prese le mosse dalla presentazione al Salone del libro di Torino e che ha visto la collaborazione di nomi importanti del giornalismo e della cultura. Emerge con forte evidenza la passione dell’Autore per i libri, vero cibo per la mente, e per la cultura in generale, sia in senso culto che in senso antropologico e la passione civile, la denuncia delle manchevolezze della politica in tutti i settori ma soprattutto in quello dei Beni culturali. Ma il titolo del saggio o potremo definirlo raccolta di saggi, allude al viaggio che l’Autore ci invita a fare, nel tempo dilatato, quello in cui ci si concede una lettura diversa, migliore, più consapevole. Ed esprime ...

    data: 10/01/2019 13.21

  • IL TRICOLORE COMPIE OGGI
    222 ANNI. E NON LI DIMOSTRA

    GIUSEPPE MARCHETTI TRICAMO

    Il tricolore come bandiera nazionale italiana ha come ciascuno di noi il suo luogo e la sua data di nascita: Reggio Emilia, 7 gennaio 1797. Quel giorno il tricolore fu tenuto a battesimo durante il congresso di fondazione della Repubblica Cispadana e a proporne l’adozione fu Giuseppe Compagnoni, un deputato di Lugo, letterato e patriota, che è diventato così il papà della nostra bandiera. Peccato che, a documentarne gli avvenimenti non esistessero cinegiornali e che la macchina fotografica non fosse ancora inventata, perché forse oggi noi italiani ci commuoveremmo a rivedere quelle immagini, condividere quei fervori, quelle speranze, quelle emozioni. Ancora oggi in quel luogo sventola il tricolore e sotto la bandiera una targa ricorda quei momenti: “qui dove nacque per sempre”. I colori verde, bianco e rosso erano già apparsi qualche anno prima a Bologna nel novembre del 1794 nelle coccarde di Luigi Zamboni e Giovanni Battista de Rolandis, durante la tentata insurrezione contro lo Stato pontificio. Un tentativo non fortunato. Ma anche i reparti militari "italiani", costituiti all'epoca per affiancare l'esercito di Bonaparte, ebbero stendardi che riproponevano i tre colori. In particolare, i vessilli reggimentali della Legione Lombarda presentavano il bianco, il rosso e il verde, che erano colori fortemente legati al territorio lombardo: che comparivano nell'antico stemma comunale di Milano (croce rossa su campo bianco), mentre verdi erano, fin dal 1782, le uniformi della Guardia civica milanese. Si è cercato nel tempo di attribuire un significato idealistico ai tre colori. La speranza (il verde), la fede (il bianco) e l’amore (il rosso). Il tricolore di 222 anni fa era diverso da quello che vediamo oggi: le bande erano orizzontali, con il rosso in alto, il bianco al centro e il verde in basso...

    data: 07/01/2019 10.03

  • L'EUROPA
    UN SOGNO
    CHE NON DEVE
    SVANIRE

    GIUSEPPE MARCHETTI TRICAMO (*)

    Non può svanire il sogno dell’Europa unita, il sogno di Altiero Spinelli e dei confinati antifascisti di Ventotene, che già nel 1941 – con il loro Manifesto – auspicavano la libertà e l’unità del Continente. Non può essere vanificato lo spirito di Messina di Gaetano Martino, ministro italiano degli Esteri e dei suoi colleghi Jan Willem Beyen (Olanda), Antoine Pinay (Francia), Joseph Bech (Lussemburgo), Walter Hallstein (Germania) e Paul Henri Spaak (Belgio), che decisero di dare slancio all’idea d’Europa passando – con i Trattati di Roma – per la via dell’integrazione economica, considerata prologo necessario dell’unione politica. Non si può dimenticare il fervore riformista ed europeista di Ugo La Malfa (ministro per il Commercio estero) che vide nella liberalizzazione degli scambi commerciali (triennio 1951-1953) un tassello fondamentale per la costruzione di una maggiore unità politica ed economica dell’Europa occidentale. Non può essere cancellata la speranza di Alcide De Gasperi, Jean Monet, Konrad Adenauer e di quanti hanno ridato dignità, giustizia sociale, prosperità, competitività e sensibilità umanitaria a un continente devastato dalle dittature e dalla guerra. Pensare a una Europa unita quando molti Paesi erano ancora in fiamme «è la stata la più grande conquista di pace nella storia umana, in questa parte del mondo» (Walter Veltroni, la Repubblica, 29 agosto 2018). Queste sono pagine importanti e coraggiose della nostra storia e della memoria di noi che amiamo l’Europa, di noi cittadini europei. Sono momenti che, anche se non li abbiamo vissuti direttamente, ci appartengono perché ci hanno lasciato ricordi, emozioni, esperienza, sapere e una forte vocazione democratica e comunitaria. In quest’ottica, consideriamo nostro anche l’appello che Winston Churchill lanciò nel 1946, dall’Università di Zurigo, per «una sorta di Stati Uniti d’Europa», tradito, però, con la Brexit, dai suoi connazionali. In realtà è stata una piccola percentuale di elettori che ha fatto prevalere la decisione di fare uscire la Gran Bretagna dall’Unione Europea. È stata una scelta felice?...

    data: 30/12/2018 17.41

  • QUASI DIMEZZATA
    IN CINQUE ANNI
    LA DIFFUSIONE
    DEI QUOTIDIANI
    IN ITALIA

    L’industria dell’informazione non gode di buona salute. Si sa. Ma a raccontare questo ormai lungo malanno intervengono ora, impietosamente, i numeri messi insieme dal focus che R&S Mediobanca ha dedicato al mondo dell’editoria italiano per quello che riguarda il periodo 2013-2017 (con appendice sui 9 mesi del 2018) e il suo confronto con la situazione nel resto del mondo. C’è chi ha sintetizzato così: in 5 anni l’editoria ha perso ricavi per 1,2 miliardi e il 40% delle copie cartacee e tra i big solo Cairo in attivo. In effetti il quadro complessivo dice che il giro d’affari nel settore è sceso a 3,5 miliardi di euro (-20,2% sul 2013 e -6% sul 2016), che c’è stato un crollo del 40,5% della diffusione cartacea dei quotidiani, che si sono tagliati 3.301 dipendenti (un quinto della forza lavoro) e accumulate perdite per 1,2 miliardi di euro. Il giro d’affari mondiale, nel 2017, è risultato in diminuzione, attestandosi a 150 miliardi di dollari complessivi, -2,2% sul 2016 e -8,6% sul 2013. La raccolta di pubblicità cartacea, con un -30,8% sul 2013, ha registrato una performance molto deludente, ma a fare da contraltare ci sono gli aumenti della diffusione cartacea (+3,4%), della pubblicità digitale (+41,3%) e soprattutto della diffusione digitale (+179%). E nonostante la crescita del digitale, nel 2017 l’89,5% del giro d’affari mondiale proviene ancora dalla carta stampata, segno di come a livello globale la gran parte degli investimenti pubblicitari e delle vendite si concentri ancora sui canali tradizionali. In Italia, nel 2017 si conferma il trend decrescente della diffusione cartacea, diminuita nell’ultimo anno di circa 400 mila copie al giorno, passando da 2,6 milioni a 2,2 milioni (-15,4% sul 2016 e -40,5% sul 2013). A livello mondiale...

    data: 14/12/2018 11.43

  • QUANTA GENTE
    ALLE RASSEGNE
    LETTERARIE.
    MA PERCHE'
    I LETTORI CALANO?

    TERESA MADONIA

    Si è appena conclusa l’edizione 2018 della Fiera della piccola e media editoria di Roma, Più libri più liberi. Presenza di pubblico in crescita e risultati soddisfacenti per gli espositori. Del resto in base ai dati Istat al momento disponibili, quelli pubblicati a fine 2017 e relativi al 2016, più della metà degli editori (51,2%) decide ogni anno di partecipare a saloni letterari in Italia e all’estero; e se questo accade vuol dire che, oltre a voler rimarcare la propria esistenza (soprattutto se si è piccoli), forse un ritorno economico c’è. A partecipare alle fiere sono tre grandi editori su quattro (77,5%), quasi due medi editori su tre (65,1%) e il 37% dei piccoli editori. Gli eventi quali fiere, festival, saloni della lettura sono al terzo posto tra i canali più efficaci di distribuzione, subito dopo librerie indipendenti, le librerie on-line e i siti e-commerce. Ma alla progressiva crescita degli eventi a tema libro, si registra lo stesso incremento della lettura? La risposta è no. Purtroppo.A partire dal 2010, e la tendenza continua negli ultimi anni, si è registrato un calo sensibile dei lettori. Si è passati dal 46,8 % del 2000 al 40,5% del 2016. Dato che sembra essersi stabilizzato anche nel 2017 e nel primo semestre 2018, secondo le statistiche dell’Ufficio Studi dell’AIE. Ma in base al rapporto diffuso dallo stesso ufficio ad aprile 2018, il mercato del libro ha chiuso il 2017 con 2.773 miliardi di euro di fatturato, con una percentuale di incremento nel 2017 pari al 2,8 %. Allora ci si chiede, perché cresce il fatturato ma non il numero dei lettori? Le risposte sono molteplici e vanno cercate nella crescita del numero delle case editrici attive – nel 2017 sono 4.902 quelle che hanno pubblicato almeno un titolo nel corso dell’anno (+0,5% rispetto al 2016) – ; nell’aumento del 10,1% della vendita dei diritti di edizione all’estero e nel calo del 2,5% nell’acquisto degli stessi; nel rialzo dei prezzi. A dire il vero quest’ultima motivazione è controversa. C’è chi sostiene, come l’AIE, che i prezzi medi di copertina (non ponderati e alla produzione) siano rimasti sostanzialmente stabili e rispetto al 2010 continuino a essere di quasi 3 euro inferiori...

    data: 11/12/2018 22.26

  • IL CORAGGIO DELLA VERITA'
    Cento anni fa
    nasceva Solženicyn

    NUNZIO DELL'ERBA

    Il centenario della nascita (Kislovodsk, 11 dicembre 1918) e il decennale della morte (Troice-Lykovo Mosca, 3 agosto 2008) hanno riproposto all’attenzione l’opera letteraria di Alexkandr Isaevič Solženicyn. Essa, per alcuni anni dimenticata, è ritornata in auge per la mostra fotografica che si è tenuta dal 7 al 17 novembre presso l’Università Statale di Milano. La mostra ha ripercorso il suo itinerario letterario, che cominciò con il suo romanzo Una giornata di Ivan Denisovič, proseguì con il suo Arcipelago Gulag e si concluse con altri romanzi come L’uomo nuovo. Tre racconti. In questi giorni presso la Maire du Vème Arrondissement 21 Place du Panthéon si tiene un’altra mostra che ripropone l’opera letteraria di Solženicyn con l’esposizione di manoscritti, di fotografie, di edizioni rare, raccolti nel catalogo intitolato Un écrivain en lutte avec son siécle (Èditions des Syrtes, Paris 2018, p. 300) e curato da Georges Nivat, traduttore e profondo conoscitore della letteratura russa. Il catalogo offre uno spaccato esistenziale di Solženicyn che trascorse otto anni in diversi campi di concentramento. Il dissidente sovietico fu arrestato nel febbraio 1945 per avere criticato a Stalin in una lettera privata (intercettata) ad un suo amico. Solo nel 1953, scontata la pena detentiva, fu inviato per tre anni al confino nel villaggio di Kol Terek nel Kazakistan, dove gli fu concesso di lavorare come insegnante. Proprio nella steppa kazaka ebbe le prime idee di narrare il suo vissuto personale in un romanzo. Nel 1954 Solženicyn fu colpito da un tumore e ricoverato a Taskent, dove riordinò i suoi pensieri sugli orrori dei lager con una «scrittura a memoria» che trascrisse su carta solo dopo la liberazione in condizioni difficili Nel novembre 1962 Solženicyn pubblicò sulla rivista «Novyi Mir» (organo degli scrittori sovietici) Una giornata di Ivan Denisovič, in cui raccontò la giornata tipica di un deportato e denunciò i misfatti del sistema oppressivo di Stalin. Nel gennaio 1963 il saggio, pubblicato da Einaudi e da Garzanti, cominciò a circolare anche in Italia, dove contribuì a far conoscere l’orrore dei campi di concentramento, trascurato nel processo di destalinizzazione avviato da Nikita Chruščëv...

    data: 10/12/2018 13.21

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