IERI/OGGI

Le prfoessioni

  • INFORMAZIONE
    E TERRORISMO
    PSICOLOGICO

    GIUSEPPE MARCHETTI TRICAMO (*)

    Dicono che niente sarà come prima. Dopo che il coronavirus sarà battuto. Superati i lampi di straniamento brechtiano e le fatali angosce nascerà un mondo nuovo. Diverso dal vecchio? Un’illusione? Una visione oppressiva? E cosa cambierà nella nostra vita? Con questa aspettativa stiamo tutti a riflettere, pensare, interrogarci. «La frontiera scorre nel mezzo. Di qua c’è il mondo di prima. Di là c’è quello che deve ancora venire, e che forse non arriverà mai». A dircelo non è una voce misteriosa. No. É quella rimasta giovane di Alessandro Leogrande. Nessuno si senta inadeguato, anche se saremo cittadini del vecchio proiettati sul nuovo. Appena si sarà placata definitivamente la tempesta saremo pronti a spingere lo sguardo oltre il limitato orizzonte dell’immediato. Saranno, però, molte le cose da lasciare aldiquà, da non portarsi nel futuro. Al passato molliamone almeno una: la disuguaglianza con tutta la sua complessità che riguarda ricchezza, fisco, reddito, lavoro, condizioni sociali, istruzione, genere, origine etnica e comportamenti morali, etici, intellettuali. Proviamo a lasciare al vecchio mondo anche l’individualismo, l’egocentrismo, l’ipocrisia e l’inaffidabilità. E l’informazione manipolata. Già oggi è un giorno nuovo, di un anno nuovo, di un futuro che ci è stato restituito. Un futuro affidato alla nostra consapevolezza, alla nostra coscienza sociale e alla nostra responsabilità, ma non solo nostro. Un futuro che, prima di concederci il badge d’ingresso, ci impegna a fare una riflessione e a riesaminare il nostro modello di vita. Ma in quali condizioni psiche, oltre a quelle economiche, arriviamo, noi popolazione italiana, a questo appuntamento con il futuro? Indubbiamente indeboliti e facili prede di ansia, panico, depressione e con il cervello alla soglia del tilt. Una situazione sottovalutata da chi avrebbe dovuto occuparsene. Anche se, effettivamente, c’erano ben altre urgenze. Va, in ogni caso, decisamente stigmatizzata la ricorrente spettacolarizzazione della pandemia ̶ con la rincorsa morbosa alla notizia più tragica ̶ che, inevitabilmente, ha generato scalpore e psicosi di massa. Molti media workes hanno adottato lo “shock and awe doctrine”...

    data: 11/06/2020 11:34

  • INTERVISTA/
    AUTORITRATTO
    DI UNA GRANDE ARTISTA
    E INTELLETTUALE

    VALENTINA CHIARINI

    Nel novembre 2018 chiesi a Maria Monti di parlarmi di un libro per lei importante o fondamentale. Questo il testo della chiacchierata che ne è seguita, svoltasi a casa sua, toccando altri aspetti della sua vita di donna e di aretista. Cosa non ha fatto Maria Monti, in questi ultimi sessanta/settant’anni, vissuti da protagonista, mai conformista, della vita artistica e culturale italiana? E’ nei cabaret milanesi anni Cinquanta, in teatro con artisti come Tognazzi e Paolo Poli, nella televisione con le sorelle Kessler, al Festival di Sanremo, nel femminismo militante, nel cinema con Bertolucci in Novecento. E le canzoni. Le canzoni impegnate e le canzoni popolari, nel cui mondo è considerata un mito vivente. E' stata, è anche autrice teatrale. Ma cominciamo dal libro di formazione e da come Maria Monti è oggi. “Ricordo ormai poco data la giovinezza che avanza (ride, ndr). Però vorrei ricordare Il terzo occhio, un libro scritto da un inglese, Lobsang Rampa, che in seguito ne scrisse altri, sempre di genere aprente, intendo rivolti alla mente, all’anima e agli altri occhi di cui non sappiamo abbastanza perché sono nascosti e crediamo non vedano, mentre invece vedono, eccome. E chissà, forse esistono anche altre orecchie, che sentono, ascoltano, e di cui ignoriamo l’esistenza… A proposito io ci sento bene, l’udito c’è ancora, ma quando leggo faccio una gran fatica perché non vedo bene, nonostante la lente d’ingrandimento.. Allora può essere così gentile da leggere questo passo per me? Non si tratta del Terzo Occhio ma di un volume che ha per titolo Ascoltare i pensieri, quando dicevo che la vista può ascoltare è perché l’ho letto lì...

    data: 06/06/2020 12:16

  • AVVERTIRE
    DE BENEDETTI,
    ELKANN
    E TRAVAGLIO
    CHE, GUARDANDO
    ALL'INDIETRO,
    NON SI VA AVANTI

    BEPPE LOPEZ (*)

    Il canto del cigno di De Benedetti, le ruvidezze di Elkann, i riferimenti storici di Molinari, le ambizioni di Giannini, l’avventura di Stefano Feltri, l’operazione-consolidamento di Travaglio… I temi importanti, in questo tornante della storia dei quotidiani italiani di area progressista, diciamo così, non si esauriscono con sei nomi: si pensi solo al Corriere della Sera, al Manifesto e alle forti interferenze reciproche con l’informazione televisiva pubblica e privata (dove in particolare Umberto Cairo vigila e tiene a freno, a stento, una forte capacità di iniziativa). Ma indubbiamente, sono tre le domande che ora vanno per la maggiore. 1) Quale giornale ha in mente Carlo De Benedetti e quale Domani riusciranno concretamente a fare lui e la squadra di giornalisti guidati dal giovane Stefano Feltri? 2) Quale Repubblica, alla fine, starà in campo, dopo il traumatico cambio d’editore, lo sbrigativo cambio di direttore, l’attuale stato di frustrazione e di disorientamento della redazione e soprattutto dopo le novità e le ristrutturazioni che verranno, in conseguenza anche della strategia editoriale – tutta da decifrare e probabilmente in gran parte da definire – di un gruppo cui fanno capo, insieme a molto altro, tre testate quotidiane di storica rilevanza e tredici quotidiani locali? 3) Riuscirà Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, al di là della (poco) rinnovata veste grafica e dell’arrivo di Gad Lerner, a cogliere quest’occasione storica per rosicchiare “da sinistra” posizioni di mercato alla grande testata fondata da Scalfari? E’ significativo ciò che viene immediatamente di rilevare a proposito di quella che dovrebbe essere la novità assoluta, Domani. Ricordate i giornali ottocenteschi che nascevano “come volontà di espressione del libero pensiero”? Bene, è proprio questo che Carlo De Benedetti ha in mente...

    data: 31/05/2020 16:16

  • REDAZIONE PIEGATA
    O REDDE RATIONEM
    SOLO RINVIATO?

    Sta succedendo di tutto, in questi anni e mesi, nel mondo dell'editoria (in primis il crollo verticale dei giornali cartacei e un recupero di lettorato e di risorse in rete ancora deludenti). Sta succedendo di tutto, in queste settimane e giorni, dentro Repubblica e nei rapporti fra direttori e neo-proprietari di Repubblica-Stampa-SecoloXIX. L'altro giorno il neo-direttore aziendalista di Repubblica ha addirittura rifiutato di pubblicare un comunicato del comitato di redazione del giornale sull'eccesso di identificazione fra linea editoriale, titoli e testi da un canto e gli interessi della Fca dall'altro (a proposito della richiesta della Fca di un prestito di 6,5 miliardi di euro con garanzia Sace che tante polemiche sta suscitando). Ieri c'è stata l'assemblea. Di fatto, era stata convocata “alla luce della richiesta del direttore di non pubblicare il comunicato sul caso-prestito Sace-Fca”. Oggi è stato ufficializzato il documento da essa approvato a grande maggioranza. Vi si auspica "la massima cautela e un surplus di attenzione quando si trattano argomenti che incrociano gli interessi economici dell’azionista". Si lancia un generico, nostalgico appello al "patto che il nostro giornale ha stretto 44 anni fa con i suoi lettori". Si prendono addirittura le difese del giornale e, quindi, della linea scelta dallo stesso Molinari, di fronte agli "attacchi, spesso interessati, che tentano di attribuire al giornale, in questa nuova fase, manovre politiche di parte, legate agli interessi dell’editore. E finalmente, un grande impegno: "vigilare sull’autonomia e l’indipendenza di Repubblica". Nel comunicato odierno, a parte il resto, non si fa alcuna menzione di quel comunicato né del rifiuto del direttore di pubblicarlo, come pure contratto e consuetudini redazionali quarantennali – specie a Repubblica – avrebbero imposto. Nell’assemblea dei redattori di Repubblica sono dunque prevalsi cautela, disorientamento, timori e, complessivamente, una cultura e pratica dei rapporti sindacali interni (col direttore e con la proprietà) pre-sessantottesche e pre-settantacinquesche, se si può dire, con riferimento agli usi e costumi sindacali precedenti la grande rivoluzione anti-antiautoritaria del 1968 e precedenti la grande rivoluzione e le innovazioni introdotte nel settore dalla Repubblica di Scalfari (paradossalmente richiamate nel comunicato odierno dell'assemblea di quel giornale, insieme ad una ortodossa accettazione del potere direttoriale)...

    data: 19/05/2020 15:44

  • NO, IL LAVORO DI
    UN GIORNALISTA
    NON PUO' ESSERE
    MISURATO
    COME QUELLO
    DI UN VENDITORE
    DI PENTOLE

    BEPPE LOPEZ

    E’ più o meno normale e comunque accettato – diciamo così – che un produttore di pentole, con propria rete distributiva, istituisca un premiuccio per valorizzare (e indicare come esempio da imitare) il più abile venditore del mese o della settimana, fate voi. Insomma, una gratifica in aggiunta alla retribuzione pattuita, più magari una stilografica col cappuccetto dorato e le iniziali del premiato, per il dipendente o collaboratore che riesca a vendere più pentole. Diciamo che si tratta di un tipo di rapporto aziendale ed extra-retributivo arcaico, padronale, paternalistico e un po’ fantozziano. Ma se invece la garuccia o concorso settimanale non fosse indetto fra un gruppo di lavoratori che vendono pentole o aspirapolvere o, mettiamo, utilitarie, ma fra un gruppo di lavoratori intellettuali che fanno il mestiere di giornalista in un’azienda che produce un giornale e un sito giornalistico, è evidente che sarebbe ancora peggio. Perché? Innanzitutto perché il numero di pentole vendute è più facile definirlo rispetto alla qualità e al livello di indipendenza e di autonomia che qualificano il buon giornalismo. E per un buon numero di altri motivi ancora. La questione posta non è solo teorica. Quello che è avvenuto in questi giorni a Repubblica impone qualche riflessione specifica, che non riguarda evidentemente solo quella redazione, quel direttore e quell'editore, né solo quel comitato di redazione. Ma tutti coloro che operano nel settore, a cominciare dal sindacato, e un po' tutti i cittadini, ai quali non possono non stare a cuore le sorti dell'informazione, strettamente intrecciata com'è a quelle della democrazia. Esiste, in termini di rapporti aziendali, una differenza tra la produzione e la vendita di un’automobile, e la elaborazione e la vendita di un giornale? Esiste una differenza fra un’azienda nella quale operano in sostanza il padrone (o di chi ne fa le veci) e il dipendente, e un’azienda giornalistica nella quale opera anche una terza figura, quella del direttore responsabile di una testata? E’ di qui che è forse utile partire per valutare l’opportunità e l’appropriatezza di una iniziativa assunta l’alto giorno da Maurizio Molinari, per cinque anni di direttore della Stampa, a diciotto giorni dal suo insediamento alla direzione di Repubblica. Eccola: “Cari colleghi, oggi è stato istituito un premio per il miglior giornalista della settimana. Il premio consiste in una R stilizzata con il nome del vincitore e un riconoscimento economico di 600 euro in busta paga...

    data: 13/05/2020 23:35

  • ELKANN IMPONE
    MOLINARI?
    SCALFARI
    FA BUON VISO
    A CATTIVO GIOCO

    BEPPE LOPEZ

    I sermoni domenicali di Eugenio Scalfari, com’è noto, si son fatti via via, negli anni, molto autoreferenziali, filosofici e poetici. Da ultimo, il novantaseienne fondatore di Repubblica ha notoriamente perso anche un po’ di lucidità. Ma il suo sermone di oggi, dedicato all’ennesimo, ruvido e improvviso cambio di guardia alla direzione del suo giornale, che in molti si aspettavano o si auguravano di dura reazione allo sgarbo compiuto dai “torinesi” nuovi padroni della testata, contiene almeno due frasi assai lucide e decisive, significative della debolezza dell’ex padre padrone di Repubblica (perché fuori dai giochi e perché novantaseienne) e insieme del suo tenace spirito di adattamento, che una volta si esprimeva in superba spregiudicatezza e in eccelso cinismo. Spregiudicatezza e cinismo che, insieme a una superlativa cultura professionale e a una straordinaria abilità gestionale, consentirono il “miracolo” che furono la nascita, la crescita e i record di vendite e di influenza sulla vita nazionale stabiliti a suo tempo da Repubblica. Vediamo queste due frasi inserite da Scalfari, abilmente, tra una fumosa dissertazione sul “nostro Io” e su Cartesio, una stucchevole rivendicazione dell’inossidabile marchio liberal-socialista della testata da lui portata in edicola il 14 gennaio del 1976 e l’ardita attribuzione al presidente del Consiglio Giuseppe Conte di una buona vicinanza alle “esigenze liberal-socialiste”. Prima, doppia frase: “Se la proprietà non riconosce più questi valori vuol dire che il giornale non c’è più, è un altro oggetto che ha cambiato totalmente il soggetto. Questo può avvenire, ma in tal caso spetta in primis al Fondatore di avvertire quanto è accaduto e trarne personalmente e collegialmente, se possibile, le conseguenze”. Seconda, doppia frase, posta intenzionalmente alla fine dell’articolessa: “Repubblica è un fiore all’occhiello sempre fresco dopo quarantaquattro anni. Prima dei cento non si può appassire”. Insomma, come aveva fatto quando Carlo De Benedetti gli impose il torinese Ezio Mauro, come fece quando i figli di De Benedetti gli imposero il milanese naturalizzato torinese Mario Calabresi e come ha fatto più recentemente quando i figli di De Benedetti gli hanno imposto il milanese Carlo Verdelli, Eugenio Scalfari fa buon viso a cattivo gioco anche adesso che i nuovi padroni di Repubblica, gli eredi dell’amico Gianni Agnelli, gli hanno soffiato sotto il naso Verdelli ...

    data: 26/04/2020 17:45

pagina 3 di 63

«

»

1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 | 9 |