PASSATO E PRESENTE

Le prfoessioni

  • REBECCA, OVVERO:
    LA PRIMA MOGLIE
    OVVERO: CHE LIBRI CHE SI FACEVANO UNA VOLTA...

    VALENTINA CHIARINI

    La decisione di scrivere su Rebecca, uscito nel 1938 - o La prima moglie, titolo dato all’edizione del 1971 che era stata regalata a mia sorella - non è stata presa solo in quanto parte della lista (piuttosto lunga ed eterogenea) dei miei romanzi di formazione, ma anche in seguito alla lettura di Vera, di Elisabeth von Arnim; si è detto che la Du Maurier si sarebbe ispirata a questo romanzo. Libro ben scritto ma secondo me noiosissimo (come del resto l’altro romanzo della von Arnim che ho letto, La fattoria dei gelsomini), l’unica cosa in comune con il romanzo della Du Maurier è che una ventenne sposa un vedovo di quarant’anni. Il secondo motivo è che a leggere recensioni e retro delle copertine la maggior parte dei romanzi che escono in questi anni sono capolavori e successi mondiali. Sembra quasi che le opere minori non esistano più, o comunque non vengano prese in considerazione. Eppure è tanto bello leggere opere di vero “artigianato”, quello che cesella con sapienza le frasi, che non sovrabbonda di parole, di aggettivi, di concetti, e che sa esattamente quali scegliere in un gioco di incastri che non soltanto tiene desta l’attenzione, ma dipinge e trasmette in poche righe caratteri, volti, situazioni. E mica è facile. Daphne Du Maurier ci riesce. Il primo capitolo si apre così: “Sognai l’altra notte di tornare a Manderley”. E prosegue con il racconto del sogno, in un’atmosfera rarefatta e ambigua. Successivamente inizia la storia vera e propria, raccontata in prima persona dalla giovanissima “dama di compagnia” di una ricca signora americana, la signora Van Hopper, la cui principale occupazione è quella di introdursi in qualsiasi ambiente compaiano celebrità. Così vivida che sembra di essere lì a guardarla. La scena iniziale si svolge nel ristorante di un grande albergo di Montecarlo; maître e camerieri, con istinto infallibile, intuiscono immediatamente la condizione della ragazza - una personcina da annoverare, se non tra la servitù vera e propria, come appartenente a una classe sociale che non conta nulla - e le rifilano una fetta di prosciutto tagliata male, che probabilmente qualcun altro aveva respinto e rimandato in cucina ...

    data: 01/12/2018 10:34

  • IL CINEMA
    DI BERNARDO
    OLTRE LA LINGUA LETTERARIA
    DI ATTILIO

    GIANNI ZAGATO

    "Poiché non sappiamo quando moriremo, si è portati a credere che la vita sia un pozzo inesauribile. Però, tutto accade solo un certo numero di volte, un numero minimo di volte. Quante volte vi ricorderete di un certo pomeriggio della vostra infanzia, un pomeriggio che è così profondamente parte di voi che, senza, neanche riuscireste a concepire la vostra vita? Forse altre quattro o cinque volte, forse nemmeno. Quante altre volte guarderete levarsi la luna? Forse venti… Eppure, tutto sembra senza limite". Giunto al dunque, nel pieno di uno snodo – la lunga malattia - che sentiva come ultimativo della propria vita, aveva in mente di tornare a girare di nuovo, un’ultima volta. Per il bisogno di chiudere il cerchio, lo stesso che fa dire a un Paul Bowles interprete di sé stesso, in penombra nella scena finale de Il the nel deserto, che tutto accade solo un certo numero di volte. E il cerchio da chiudere l’avrebbe nuovamente riportato alle origini che, come sempre accade nelle biografie importanti, molto spiega della vita e dell’arte di Bernardo Bertolucci. Parma, la cultura contadina che trasuda innocenza arcaica, come gli ricordava Pasolini, la famiglia dominata da quella “cupola paterna” da cui riconosce di non essersi mai liberato: “eravamo troppo figli per diventare padri”. E dunque il Novecento, il nuovo “atto” cinematografico di un secolo che pare non finire mai nel presentare il conto amaro di un declino di valori e di cultura, al punto da sovvertire le nostre stesse radici. Impossibile considerare l’arte di Bernardo Bertolucci senza gettare la giusta luce su un cordone ombelicale con la “famiglia” mai reciso del tutto, e anche per questo fertile ogni volta di una nuova linfa creativa. Il confronto ininterrotto con il padre Attilio, uno dei poeti più raffinati (e critico cinematografico) di quel Novecento raccontato dal figlio, la contaminazione culturale che si poteva respirare nella casa romana di Monteverde Vecchio, assiduamente frequentata da Gadda e da Zavattini, da Moravia e da Caproni, da Roberto Longhi. E da quello che più di tutti ha segnato, in quegli anni giovanili, il destino artistico di Bernardo: Pier Paolo Pasolini. Accattone è un film, a ben pensarci, che ha qualcosa di prodigioso: ottiene il massimo successo con il minimo costo di produzione, sulla scena attori di strada, è diretto da uno scrittore che mai prima di allora s’era cimentato con una macchina da presa, e chiama un ventenne come Bernardo a fargli da aiuto ...

    data: 28/11/2018 09:39

  • 1915- 1918
    CONSERVARE
    LA MEMORIA
    PER LE GENERAZIONI
    FUTURE

    GIUSEPPE MARCHETTI TRICAMO (*)

    Erano le 9 precise del 4 novembre del 1972 e al teatro Trifiletti di Milazzo cominciava la cerimonia di consegna delle insegne di Cavaliere dell’Ordine di Vittorio Veneto a 214 cittadini ex combattenti della guerra 1915-18. Ero lì, nella città dei due golfi, richiamato da affetti di famiglia, e la mia attenzione quella mattina si era soffermata sui veterani che sfilavano orgogliosi di aver servito la Patria. C’erano le associazioni d’arma con le bandiere, i labari e i gagliardetti. C’erano i bersaglieri con le piume svolazzanti sul cappello, che correvano al suono della storica Flik Flok, mentre lungo la via la gente li salutava con entusiasmo. Sul palco, addobbato con il Tricolore, c’era il sindaco con diplomi, medaglie e croci di un riconoscimento istituito in occasione del cinquantenario della Vittoria. Quei signori carichi di anni avevano tutti una storia da raccontare. Da quella piana sul mare di Sicilia, cara a Giuseppe Garibaldi (la leggenda narra che il generale, conclusa vittoriosamente la battaglia di Milazzo il 20 luglio 1860, si sia fermato sul sagrato della chiesa di Santa Maria Maggiore per riposarsi un po’ e per pranzare con pane e cipolla), in un’assolata mattina di maggio erano partiti per la Grande Guerra, su una tradotta militare, per andare a difendere l’Italia lungo le frontiere alpine, sulle alte cime dell’Adamello, delle Dolomiti, sul roccioso Carso, lungo l’Isonzo e sul Piave. «Il nostro intervento nel conflitto europeo fu presentato come l’ultima campagna del Risorgimento che avrebbe consentito finalmente a tutti gli italiani di far parte un unico Stato nazionale» (Paolo Mieli, Il caso italiano, Rizzoli). Ci si ispirava così all’idealità del nazionalismo democratico di Giuseppe Mazzini. Una decisa pressione fu esercitata dall’impeto e dalla mobilitazione degli studenti scesi in piazza per sollecitare la partecipazione a quella che viene considerata la guerra nobile. Anche dopo Anche dopo, appena l’Italia fu in guerra, le manifestazioni continuarono. Intanto lassù, nello stillicidio di perdite di vite umane della guerra di trincea, i soldati avevano imparato in fretta a cantare (però senza l’enfasi dei cori di montagna) la drammaticità che stava loro intorno: Ho perduto tanti compagni / tutti giovani sui vent’anni / la loro vita non torna più...

    data: 22/11/2018 19:00

  • L'INFORMAZIONE, LA DEMOCRAZIA, LA CULTURA.
    COSI' INFODEM.IT RIPARTE

    BEPPE LOPEZ
    GIUSEPPE MARCHETTI TRICAMO

    E’ il momento di allargare il dibattito, ci siamo detti nel corso di una delle nostre ricorrenti chiacchierate intorno all’informazione, ai libri, al teatro, alla cultura, ma anche ai fatti di attualità e di politica. I nostri incontri sono sempre preceduti da uno squillo sul cellulare: arrivo, ci vediamo al solito posto, che non è il Caffè Greco di Byron, Leopardi e De Chirico o le Giubbe rosse di Boccioni, Palazzeschi, Montale e Pratolini o il Florian di Goldoni, Parini, Pellico, Dumas, Hemingway e Andy Warhol o il Pedrocchi di D’Annunzio, Balzac e Stendhal o il Gambrinus di Benedetto Croce, Totò, e i De Filippo. Neppure il bar-pasticceria Mazzara di Palermo dove Tomasi di Lampedusa scrisse alcune pagine del Gattopardo. Il nostro è un piccolo bar di collina affacciato sulla vecchia Flaminia dove la consolare svolta verso la città. Discutiamo, ci infervoriamo. Talvolta qualche avventore acchiappa al volo una nostra parola, segue i nostri discorsi, si inserisce, vuole partecipare. Il momento che l’Italia e il mondo attraversano è sotto gli occhi di tutti. È un periodo di grave affanno per la società contemporanea, caratterizzata da un individualismo sfrenato che l’ha resa fragile e liquida (come spiegava il sociologo Zygmunt Bauman).Ma noi non vogliamo che, oltre la dimensione solidaristica e umanitaria, a liquefarsi sia la libertà di informazione (più volta aggredita), la cultura (frequentemente snobbata) e la democrazia (spesso contrastata). Allargare il dibattito, dunque: dallo stretto rapporto, quasi simbiotico, fra informazione e democrazia, ai temi più ampi della Cultura con la “C” maiuscola, a quella altrettanto vitale con la “c” minuscola, insomma a quelle che con espressione sempre più diffusa si definiscono “culture”. E coinvolgere gli amici più saggi e coloro che hanno certezza intima di rappresentare un’illuminata élite intellettuale dei nostri tempi: questo è l’obiettivo che ci siamo posti. Con loro scambiarsi riflessioni sul presente pensando al futuro, incontrandoci in questo spazio che la rivoluzione tecnologica ha messo a disposizione nostra e del nostro tempo. Sarà un caffè–club digitale aperto alla collaborazione di coloro che vogliono rimboccarsi le maniche e cominciare a fare, senza stare alla finestra aspettando che il tempo corra via...

    data: 06/11/2018 15:16

  • ED ECCO
    PUNTO PER PUNTO
    L'AUTORIFORMA
    DELL'ORDINE
    DEI GIORNALISTI

    Riforma dell'accesso alla professione, che mantiene al centro l'esame di idoneità e sarà basato sul possesso di una laurea almeno di primo livello. Una profonda revisione del percorso per l'iscrizione nell'elenco dei pubblicisti, prevedendo la possibilità di creare un nuovo Albo unico dell'«Ordine del giornalismo». Nuove regole sugli esami; superamento dell'esclusività professionale; la richiesta al legislatore di rivedere la normativa sul funzionamento dei Consigli di disciplina. Questi i punti salienti delle linee guida per la riforma, approvate a larga maggioranza dal Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti e presentate questa mattina nella sede del Cnog a Roma dai rappresentanti della categoria. «Una riforma che pone al centro il diritto dei cittadini ad essere correttamente informati in un momento drammatico per la professione, attaccata dagli annunci di abrogazione del nostro Ordine professionale, dalle minacce alla sopravvivenza della piccola editoria rappresentate dall'azzeramento del Fondo per il pluralismo, dal proliferare delle fake news»», ha subito precisato il presidente del Cnog, Carlo Verna. «Oggi più che mai – ha proseguito – alla tenuta democratica del nostro Paese serve un organismo come l'Ordine dei giornalisti che certifichi la diffusione di informazione verificata e garantita secondo i principi deontologici...

    data: 17/10/2018 17:41

  • MATTEO, COME
    UN GRIOT
    DEL MALI
    O UN BLUESMAN
    DEL MISSISSIPPI

    NICOLA CONTEGRECO (*)

    Il libro di Beppe Lopez Matteo Salvatore. L’ultimo cantastorie (Aliberti, 2018, pp.264), lettura fondamentale e squarciante per i cultori del poeta popolare di Apricena, ci induce a comprendere che a più di mezzo secolo dal Lamento dei mendicanti e a tredici anni dalla morte, di Matteo Salvatore non sappiamo ancora nulla. E che – probabilmente – non ci è stato dato di sapere nulla. Per la carenza di fonti documentali non riusciremo mai a sapere con certezza (tranne che in rarissimi casi) da dove arrivino le sue ballate - quei settenari e quegli endecasillabi impuri eppure perfetti all’interno di una meccanica lirica unica ed originale, e quella musica che ricorda forse da lontano più qualche madrigale del Cinquecento e che, invece, non si avvicina ad alcuno stilema della tradizione popolare del Gargano, neanche della Puglia o del Sud Italia in generale. Facciamo un esempio su tutti, Il lamento dei mendicanti, brano che dà il titolo al famoso album del 1966. Chi ha suggerito a Matteo Salvatore quelle tre note iniziali cariche di angoscia e di senso, ancor prima che le parole comincino a cantare? Come poteva un autore analfabeta tirare dentro all’intro di un suo brano, anche se solo di passaggio, il tritono (il cosiddetto diabolus in musica) che spaventava le orecchie degli ascoltatori medievali per la sua dissonanza e che sembra uscito direttamente dalla chitarra di Robert Johnson? Beppe Lopez ci riporta testimonianze...

    data: 08/10/2018 19:52

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