Analisi

Le analisi

  • Fassino, da Togliatti
    alla rivoluzione renziana
    (saltando Berlinguer)

    BEPPE LOPEZ

    [dal blog su ilfattoquotidiano.it]“Se il Parlamento chiude sei mesi, forse nessuno se ne accorge”. L’intervista a Piero Fassino pubblicata dal Corriere della Sera è epocale, ma non nel senso voluto dall’intervistato, che si presenta tutto proiettato verso il futuro, pretendendo di aver capito la lezione del Millennio, a differenza di alcuni suoi ex-compagni di partito Pci-Pds-Ds-Pd che si “rifugiano nella nostalgia di quel che c’era prima”. Esattamente all’opposto, l’ex -segretario Ds, ex-ministro, ora sindaco di Torino e presidente dell’Anci ripropone una maniera di fare politica, che ha già determinato disastri al paese e alla sua democrazia, vecchia come il cucco: il realismo politico, il calcolo, l’opportunismo e, si potrebbe dire, la viltà. Insieme ad altri dirigenti dell’ex-Pci (ed anche dell’ex-Dc che ne hanno assimilata la lezione togliattiana, peraltro analoga, contraria e uguale a quella dorotea dal punto di vista del rapporto col potere per il potere), Fassino ha consentito al “peso leggero” Renzi di impadronirsi del partito attraverso la truffa delle primarie (il capo di un partito deciso da non iscritti al partito, contro il volere della maggioranza degli iscritti al partito), nella consapevolezza della propria impresentabilità o comunque della propria incapacità di acquisire il consenso necessario per conquistare o conservare il potere. E da allora era rimasto nell’ombra, a godere della postazione strategica conquistata e dei vantaggi acquisiti rispetto agli ex-compagni rivali di militanza togliattiana, a cominciare da D’Alema e Bersani. Ora esce dall’ombra e dal silenzio, cautamente conservato in questi mesi rispetto agli equilibri di partito – sarebbe interessante sapere se perché stanato da Aldo Cazzullo o su sua stessa sollecitazione – e prende…coraggiosamente posizione contro gli sconfitti. Ma soprattutto copre tutto ciò che sta facendo e disfacendo Renzi, teorizzando come un vecchio marpione e proiettandosi disinvoltamente nella democrazia del futuro ...

    data: 11/10/2014 19.32

  • LA REPUBBLICA
    FU MOLTO FIGLIA DI MELEGA.
    POI VENNE LO SCALFARISMO...

    Per capire chi è stato Gianluigi Melega, scomparso oggi all'età di 79 anni, dicono poco anzi pochissimo le poche righe pubblicate su repubblica.it, l'edizione on line del giornale che lui, da protagonista, contribuì a fondare e a mettere sui binari del successo editoriale. Ma anche sui binari di un tipo di informazione, pur rivelatasi subito vincente - "i fatti separati dalle opinioni" - dai quali fu poi fatto deragliare da Eugenio Scalfari o, più esattamente, dallo scalfarismmo (i fatti mischiati alle opinioni, di più: la prevalenza delle opinioni sui fatti, sino alla controversa formula del "giornale-partito"). Addirittura, in quelle poche righe, repubblica.it arriva a commettere un errore - certo non intenzionale, ma significativo - per cui "la parte più cospicua della sua carriera si era svolta all'Espresso: nel settimanale prima e poi, quando nacque, a Repubblica". Cosa assolutamente non vera, per la semplice ragione che Melega fu tra i fondatori di Repubblica in quanto proveniente da Panorama. Dove non era stato pochi giorni (ma per otto anni caporedattore e capo della redazione romana) e dove soprattutto era stato un protagonista del giornalismo, antitetico a quello politicamente impegnato di Scalfari e dei colleghi dell'Espresso, e coerente con la massima che allora era stampata addirittura sotto la testata del settimanale mondadoriano: appunto "i fatti separati dalle opinioni". Tra i pochi testi, se non il solo testo nel quale è fissato quel momento significativo della storia di Repubblica e del giornalismo italiano, è un passaggio del libro La casta dei giornali, pubblicato nel 2007 da Beppe Lopez (che peraltro lavorò in quegli anni con Melega e Scalfari come cronista politico). Ci sembra utile una rilettura di quelle poche pagine ...

    data: 13/09/2014 16.39

  • IL RENZISMO? COLPA
    DEGLI EX-PCI
    (IN PRIMIS D'ALEMA)

    BEPPE LOPEZ

    [dal blog su ilfattoquotidiano.it]Io credo nel ruolo dei partiti, credo che un partito non possa essere il movimento del premier. I partiti dovrebbero avere una loro vita democratica, dei loro organismi dirigenti, sostanzialmente il Pd in questo momento non ha una segreteria, ma un gruppo di persone che sono fiduciarie del presidente del Consiglio. In questo modo il partito finisce per avere una vita molto stentata…Il consenso è importantissimo, ma i partiti sono delle comunità di persone che durano nel tempo, al di là del consenso che possono avere in un’elezione e, magari, un po’ meno in quella successiva…Il consenso è sempre di più un dato fluttuante e proprio per questo occorre una struttura organizzata, una comunità che discute, che si confronta insieme sui problemi… Ogni persona dabbene, anche non iscritta e non elettrice del Pd – unico partito non personale rimasto in campo sino a qualche mese fa – ha pensato e ha detto tutto questo sin dall’esordio di Matteo Renzi sulla scena politica nazionale. Esattamente come quanti ritenevano, sin dalla nascita, che il Pd – nella sua pretesa di mettere insieme ex-pci ed ex-dc e poi nella sua pretesa di dividersi maggioritariamente tutti gli elettori con il solo Berlusconi – era destinato al fallimento, prima paralizzandosi nella incapacità di prendere grandi e chiare decisioni e poi divenendo subalterno a tutto: allo status quo, alle grandi lobby, ai cosiddetti poteri forti, all’Europa germanizzata e ovviamente al primo furbetto di passaggio che si accontentasse di galleggiare, di “annunciare” e di “ben comunicare”. Sinora Massimo D’Alema – che ha pronunciato l’altro ieri le condivisibilissime affermazioni riportate fedelmente nel primo capoverso di questo scritto – ha invece fatto finta di non capire. Ha prima tentato invano di dominare in quel guazzabuglio che è il Pd (e non c’è riuscito, tanto da uscirsene ad un certo punto con l’affermazione, da volpe che non riesce a prendere l’uva, dell’”amalgama mal riuscito”) e poi di far suo o di trattare o perlomeno di costringere ad un accordo, magari sottaciuto e personale, colui che nacque come suo “rottamatore”. Niente. E, guarda un po’, finalmente il lucido D’Alema fa quelle lucidissime dichiarazioni solo dopo essere stato trombato da Renzi in sede di nomine europee...

    data: 04/09/2014 19.24

  • “Un giornale locale deve essere popolare”. Parola
    di Beppe Lopez

    massimiliano martucci (*)

    Il 6 giugno di trentacinque anni fa in viale dell’Università, a Lecce, veniva stampata la prima copia de Il Quotidiano di Puglia, fondato da Beppe Lopez insieme ad altri giovani giornalisti. Il compleanno del quotidiano locale più diffuso a Taranto, Brindisi e Lecce, è l’occasione per fare un po’ il punto sul giornalismo locale, su come è cambiato, sul ruolo nella comunità. Come e quando nacque l’esigenza di fondare il Quotidiano? “L’esigenza storica di rompere il secolare monopolio dell’informazione in Puglia – ma si può dire nel Sud continentale, dove la barese Gazzetta del Mezzogiorno la faceva da padrona, insieme al napoletano Mattino – era nelle cose, da sempre. Anch’io dovetti emigrare, da Bari a Roma, proprio per poter fare il giornalista in un giornale degno di questo nome. Nel 1979 facevo il cronista politico a Repubblica. Sapevo che un gruppo di giovani e meno giovani aspiranti giornalisti di Lecce, che animavano un settimanale locale, aspiravano da anni a fare un quotidiano. Erano anche riusciti a procurarsi una rotativa. Ma perché un giornale quotidiano riesca ad arrivare in edicola servono parecchi quattrini, molteplici capacità tecniche e, allora, anche un consistente collegamento politico. Dopo la rotativa, arrivarono anche un po’ di quattrini e il collegamento politico (con il deputato salentino Claudio Signorile, allora dirigente della corrente di sinistra nel Psi, i lombardiani). Avevano coinvolto anche qualche professionista del Corriere del Giorno di Taranto, ma inutilmente. Il mitico quotidiano rimaneva un’idea, un’illusione...

    data: 22/06/2014 15.06

  • QUEL QUOTIDIANO
    NATO ALLA FINE
    DEGLI ANNI '70
    E ANCORA IN PIEDI

    BEPPE LOPEZ (*)

    Quotidiano ebbe la fortuna e la sfortuna di nascere in un "territorio di mezzo", fra un'epoca finita e un'altra non ancora iniziata. Alla fine di quegli anni Settanta, la storia repubblicana visse effettivamente il suo spartiacque più importante e incisivo. Mentre preparavamo per il 6 giugno 1979 l'uscita di un giornale "democratico e moderno", sapevamo o comunque ritenevamo che esso in una qualche maniera sarebbe stato figlio della straordinaria fase di democratizzazione e modernizzazione degli anni Sessanta e Settanta (ultimo tratto della meravigliosa corsa che in trent'anni aveva portato il Paese dalla miseria del dopoguerra, al miracolo economico e infine alla conquista dei diritti civili). Non sapevamo invece che quella fase di sviluppo e di aperture era proprio finita, anche se temevamo che potesse arrivarne una di riflusso e di chiusure. Se Quotidiano è sopravvissuto a tutto ciò che è poi effettivamente successo dagli anni Ottanta ad oggi, attraversando indenne uno dei periodi più infausti (anche per i giornali) della storia repubblicana, lo si deve evidentemente allo stretto legame di fiducia subito instauratosi - e rafforzatosi poi nel tempo - fra un modello informativo consapevolmente e programmaticamente "locale e popolare" e i cittadini di queste tre province ...

    data: 07/06/2014 19.05

  • CASO MORO: QUELLE RIVELAZIONI SEMBRANO
    UN FILM

    NICOLA LOFOCO

    Avevano senza ombra di dubbio azzeccato in pieno il titolo del loro libro sul caso Moro il magistrato Silvio Bonfigli ed il consulente Jacopo Scè: “Il Delitto infinito”. Siamo a ben 36 anni di distanza dal massacro di via Fani e dalla tragica uccisione dello statista democristiano, eppure ancora non si riesce a scrivere nero su bianco la parola fine per la dolorosa vicenda che durò 55 giorni e 54 notti. In questi giorni è riemerso un altro inquietante mistero: un ex agente dei servizi segreti in una lettera nel 2009, ha affermato di essere stato nel 1978 a bordo della famosa moto Honda, vista da alcuni testimoni in via Fani. Nella lettera, anonima, il misterioso agente afferma testualmente: “il cancro mi sta consumando” ed aggiunge di aver “passato la vita nel rimorso”. Dispone anche che la lettera sia spedita al quotidiano La Stampa dopo sei mesi dalla sua morte. La lettera finirà nel 2011 sul tavolo dell'ex ispettore di polizia Enrico Rossi. E aggiunge anche due particolari importanti: il primo relativo a chi guidava la moto, dando riferimenti precisi per rintracciarlo. Il secondo: quel giorno lui e l’altro uomo della moto lavoravano per il colonnello del Sismi Camillo Guglielmi, che quel giorno erano nei pressi di via Fani. Quella mattina il misterioso anonimo 007 aveva il compito, insieme al guidatore, di proteggere le Brigate Rosse nella loro imboscata. E l’ex ispettore Rossi, dopo aver avviato le sue indagini, denuncia di essere stato ostacolato nella sua azione investigativa. Uno scenario letteralmente agghiacciante, dunque, che attesterebbe il ruolo determinante del servizio segreto militare Sismi nel massacro dei cinque agenti di scorta di Moro. Un pezzo dello stato italiano complice dei terroristi. ...

    data: 26/03/2014 22.36

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