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10 DOMANDE SULL'EUROPA

Nella storia italiana è stata posta una questione detta questione meridionale, che ha appassionato, specie in tempi ormai andati, vari studiosi, coinvolgendo anche il mondo politico, sia pure con scarsi risultati. Noi oggi in Europa vogliamo, capovolgendo il rapporto, parlare di questione settentrionale.
Il Nord Europa è stato fino ad almeno il Settecento, cioè fino all'illuminismo e a Goethe, un luogo remoto, inospitale e culturalmente “arretrato”. Quindi all'improvviso è balzato al centro dello scenario politico-culturale del Vecchio continente.
Tutto ciò premesso, su questa questione, è parso opportuno formulare un Questionario da rivolgere a tutte le forze politiche del nostro Paese. Ecco di seguito le domande: 
1. Che rapporto c'è, se c'è, tra un'inversione di rotta che ha capovolto in Europa il rapporto Nord Sud, con quella questione meridionale che si è tradotta nella considerazione comune con la “scoperta” di un Sud povero e arretrato?
2. Perché l'unità d'Italia s'è progettata e realizzata guardando tutti al Piemonte invece che a Napoli?
3. È stato quel processo un processo mitteleuropeo, che ha spostato verso Nord l'asse politico – economico di tutta l'Europa?
4.La caduta dell'impero austriaco e la nascita di un impero tedesco è un fatto legato a risorse economiche prima ignorate nel Nord Europa o alla scoperta che al Nord fosse diventato possibile sfruttare il grande serbatoio delle ricchezze del Sud mal gestite a livello locale?
5. Che cosa è oggi l'Europa se non il continente posto a Nord dell'Africa?
6. Chi sta spogliando l'Africa delle sue immense ricchezze naturali?
7. Chi fu il regista della spartizione del Continente Nero?.
8. Che cosa accadrà quando il Sud sarà finito e non ci sarà più un Sud da sfruttare?
9. Nell'immediato quali sono i rischi che il Sud Europa diventi un'area del Nord-Africa a cui demandare il compito di convogliare verso Nord le risorse economiche di quel continente, a cominciare dalla mano d'opera?
10. Italia, Spagna e Grecia resteranno insomma in Europa? O nascerà un'Europa di serie B, cattolico-ortodossa che comprenda anche la Turchia e altri stati minori del Mediterraneo? 

PROFESSIONE, FERRAGNI

Influenzare. Tra i sinonimi di questo verbo ormai così utilizzato compaiono: condizionare, suggestionare, convincere, ispirare, plagiare. Termini che, a seconda della scelta, possono assumere connotazioni positive o negative. Forse per questo la nuova figura degli “influencer” di professione alimenta dibattiti e pareri contrastanti. Suscitando, al contempo, amore e odio verso quei personaggi che dal nulla sono riusciti a costruirsi un impero social.

Influenzare, appunto. Mode, consumi, stili di vita. Ecco il loro patrimonio.

La capostipite italiana di questo mondo, all'apparenza solo virtuale, risponde al nome di Chiara Ferragni. Un “fenomeno” riconosciuto a livello internazionale, tanto che il Financial Times l'ha inserita al settimo posto della top ten delle influencer più famose. L'unica non americana del gruppo. Davanti a star come Rihanna e Ariana Grande. Già nel 2017, inoltre, la rivista statunitense di economia e finanza Forbes aveva indicato la “nostra” Chiara come la persona più influente nel settore della moda.

Per mettere in piedi il suo business milionario, pensate, l'investimento iniziale è stato di soli 510 dollari, 10 per il dominio, il resto per la macchina fotografica. Parola del suo ex fidanzato Riccardo Pozzoli, cofondatore di The Blonde Salad, il blog che nel 2009 lanciava nell'olimpo dei social, allora poco frequentato, la studentessa Chiara Ferragni (all'epoca iscritta all'Università Bocconi di Milano). Nata come fashion blogger, la 31enne di Cremona è diventata prima un’influencer e poi un’imprenditrice, oltre che stilista (firma, infatti, diverse collezioni di suo pugno). La case history del suo Tbs, diventato progetto editoriale ed economico di successo, è stata studiata persino ad Harvard. Condividere outfit ha fruttato insomma un bel giro d'affari, tanto che Chiara Ferragni Collection è oggi un marchio distribuito in oltre 300 top store di tutto il mondo.
Le cifre che riguardano il suo fatturato sono varie e non sempre coincidono tra di loro. Ma sempre di milioni di euro si tratta. Secondo quanto riportato da IlSole24ore in un articolo datato 31 dicembre 2017, se si sommano le due società di cui Chiara Ferragni è socia titolare, si sfiora la cifra dei 5 milioni di euro. Non ci sarebbe traccia ufficiale invece del giro d'affari del marchio di moda Chiara Ferragni Collection. Analizzando le cifre a sua disposizione, il quotidiano economico solleva il dubbio che, quando si parla della blogger come un conclamato caso di business di successo, possa trattarsi più che altro di copertine ad effetto, frutto di una campagna di comunicazione studiata da esperti di immagine.
Numeri a parte, quel che è chiara a tutti è la percezione che si ha di Chiara Ferragni, ossia quella di una giovane donna capace di influenzare i consumi, soprattutto nel campo della moda. Un esempio quanto mai calzante di quel personal branding tanto caro oggi agli amanti del marketing. Per intenderci, ogni volta che pubblica un post la nostra “influencer” guadagna 12 mila dollari.
Per ottenere questo “potere” e di conseguenza questo guadagno, Chiara non ha utilizzato i canali dei media tradizionali. Nè il piccolo schermo. E nemmeno l'ambiente patinato delle riviste di gossip. A dimostrarlo la decisione di non vendere a nessuno l'esclusiva del suo matrimonio con il rapper Fedez. Risultato? 3,5 milioni di utenti hanno visualizzato le storie e i video pubblicati su instagram dagli ospiti. Uno “share televisivo” lo ha definito l'artista, sempre sui social.
La somma dei followers dei Ferragnez, aggiornata ad oggi, ammonta a circa 23 milioni di utenti. Le grandi aziende fanno a gara per creare prodotti tagliati su misura per loro. Vedi Alitalia (gli invitati della coppia sono arrivati in Sicilia su un volo a loro riservato), Trudi (che ha disegnato i peluche con le sembianze degli sposi), Prada (che ha vestito Chiara nella festa pre cerimonia), Dior (che ha disegnato gli abiti della Ferragni nel giorno del sì) e Versace (che ha pensato all'outfit di Federico Lucia). Ma la lista delle partnership e delle sponsorizzazioni potrebbe allungarsi a dismisura. Segno che sono le aziende, in fondo, a guadagnarci più di chiunque altro. Sfruttando proprio personaggi come loro. Basti pensare come, come riporta lo stesso Financial Times, con i post su Instagram appena successivi al matrimonio, Chiara Ferragni abbia fatto aumentare del 109 per cento le ricerche sui prodotti Dior.
Ora, però, se per un vip diventare influencer può essere più semplice perché gode del fattore popolarità, per una semplice ragazza con la passione della moda il passo non è scontato. Per cui, prendendo ad esempio proprio Chiara Ferragni, rimane la domanda delle domande: come ha fatto?
“Quello che fa lei potrei farlo anche io”. Il mantra risuona tra migliaia di ragazze, giovani e giovanissime, con il sogno di diventare a loro volta “influencer”. Eppure poche ci riescono. La concorrenza è tanta, troppa. E per emergere serve qualcosa in più. Quel qualcosa che Chiara ha saputo comprendere e sfruttare a suo vantaggio. Quale sia l'ingrediente segreto è difficile da definire. La bellezza? Forse, ma non solo. E' bella, senza dubbio. Ma non è la sola nel variegato mondo delle Instagram star. Ha un talento particolare? O ha semplicemente capito, prima di altri, come stava cambiando il marketing delle aziende e ha cavalcato l'onda?
Se Vogue Usa l'ha definita qualche anno fa “la voce di una nuova generazione” un motivo c'è. Chiara Ferragni, volenti o nolenti, incarna lo spirito del tempo. Effetto band-wagon (carrozzone), lo chiamano gli esperti: è di successo e in quanto tale ci piace e basta. Non rimane che farsene una ragione.
Fare l'influencer oggi è e può essere una professione. Ma come accade per gli altri mestieri non tutti possono farlo. E non tutti possono avere successo. “Niente è facile come sembra”. È la legge di Murphy. 

CREPET: CI VUOLE PASSIONE

Paolo Crepet, oltre ad essere un noto volto della televisione, è prima di tutto psichiatra, sociologo e scrittore prolifico ed appassionato che ci fornisce, attraverso i suoi testi, un’attenta analisi della nostra società e attualità. Il professor Crepet è cresciuto in una famiglia di artisti: il suo nonno paterno, Angelo è un pittore (amico tra l’altro di Amedeo Modigliani), mentre il nonno materno è un ceramista. Quest’esperienza ha influenzato la sua concezione della vita, del bello e della felicità: “La mia famiglia mi ha insegnato il valore della creatività, dell’immaginazione, del bello. Tutto parte dalla ricerca della felicità e per questo credo che la psichiatria sia l’arte di rimuovere gli ostacoli alla felicità. Sono convinto che la psichiatria abbia più a vedere con l’arte che con altro.” 
E sono convinta, dopo averlo letto, che il suo ultimo lavoro, Passione, possa essere una guida verso la felicità, perché per essere felici bisogna assecondare le proprie passioni. Per vivere in maniera intensa, per vivere veramente godendo a pieno di ogni singolo istante è necessaria la passione. L'etimologia del termine passione è riconducibile al greco πάθος, termine che  pur racchiudendo il senso della sofferenza, indica una forte emozione. Per tale motivo, passione indica sia un momento di profonda sofferenza, ma nel suo senso più comune indica un desiderio, un trasporto dell'animo che il pensiero ha sempre contrapposto al λόγος, alla ragione come le due forze polarizzanti dell'uomo.
Paolo e Francesca, Alex Zanardi, Reinhold Messner, Angelo D’Arrigo, Leonardo Da Vinci, Walt Disney, Maria Teresa, Martin Luther King, Gandhi, Mandela, Steve Jobs, Bill Gates, Giulietta e Romeo, l’artista che ogni giorno si alza e non può fare a meno di creare, lo scrittore che non può stare lontano dalla penna, l’amante che si rigira nel letto senza riuscire a prendere sonno perché vorrebbe condividere il talamo con l’amata, non sono che alcuni esempi di uomini e donne che hanno scelto di vivere secondo passione in una sfida con sé stessi e col mondo per vivere appieno e godere.
Il professor Crepet, nel suo ultimo libro, descrive la passione come minimo comune esistenziale e godere, verbo forse troppe volte censurato, ma che deve o dovrebbe essere invece uno dei principali obiettivi dell’educazione. Oggi le passioni spesso si censurano, gli adulti preferiscono crescere giovani addomesticati, indifferenti, pieni di paure per esorcizzare la paura… e la responsabilità è in parte degli adulti che tendono a proteggere i propri figli al punto da impedire loro di spiccare il volo ma anche dei ragazzi che devono prendersi le proprie responsabilità per superare quella selezione darwiniana che c’è sempre stata. Quindi la lentezza tipica di parte delle nuove generazioni è un mix di educazione e tecnologie digitali: il risultato è che ragazzi e ragazze tendono ad aspettare che il problema sia risolto da altri piuttosto che provare ad affrontarlo da soli con le proprie forze e il proprio ingegno. Inoltre il professor Crepet sottolinea come i giovani facciano fatica ad avere qualità nelle relazioni e preferiscano accontentarsi. Quindi, convinto che gli esempi valgono più delle parole, ha scelto di incontrare per loro dei maestri: tre testimonianze di, come li definisce, campioni della passione: il jazzista Paolo Fresu, Alessandro Michele, direttore creativo di una nota casa di moda, e il più celebre architetto contemporaneo, Renzo Piano. Personaggi di età diverse, che hanno fatto cose diverse ma che possono essere un ottimo esempio per i giovani.
Per il professore anche la politica è cambiata. Ormai solo per pochi è ancora il sogno di contribuire a costruire un mondo migliore, per la maggior parte è arrivismo, tornaconto personale. Leggendo Passione mi è tornata in mente la canzone di uno straordinario e intramontabile Giorgio Gaber, in cui l’artista si chiede cosa sia la destra o la sinistra per poi arrivare alla conclusione che l’ideologia è passione. Ma, come giustamente scrive il professore Crepet, la passione, necessaria a cambiare il mondo, è esercizio faticoso per chi non è abituato a mettere impegno in ciò che fa e preferisce scommettere sull’individualismo, sulla paura della diversità, persino su un tweet o un selfie, ammalando la passione per la politica.
È stato interessante leggere Passione da insegnante, da madre e da donna che vive questa attualità, spiegata in modo diretto attraverso esempi concreti e con una scrittura semplice e scorrevole in cui è come se l’autore dialogasse amichevolmente con il suo lettore inducendolo con le sue riflessioni a riflettere. Mi piace concludere riportando una frase molto significativa del professore: “Dovresti imparare che la vita, come l’amore, è l’unico business il cui bilancio deve finire in rosso: bisogna dare tutto senza calcolare ciò che ci viene riversato. Quello che diamo agli altri è nostro per sempre, mentre quello che si tiene per sé è perso per sempre.”

E noi siamo pronti ad essere fuoriclasse della nostra vita? 

LA CULTURA FA ECONOMIA

Gli eventi culturali e dello spettacolo stimolano l’economia e generano ricchezza nel territorio. E’ quanto emerge dalla ricerca Spazi culturali ed eventi di spettacolo: un importante impatto sull’economia del territorio, condotta dall’Università IULM per AGIS, l'Associazione Generale Italiana dello Spettacolo. L’indagine sottolinea in modo inequivocabile il valore della cultura e dello spettacolo italiano in termini di ricaduta economica sui territori: ogni euro speso nella gestione di una struttura cinematografica o teatrale genera infatti 1,7 euro di produzione di beni intermedi sul territorio e 2,4 euro di valore aggiunto.

La cultura, dunque, può svolgere un ruolo strategico nello sviluppo del territorio. È facile collegare il concetto di sviluppo culturale di un territorio alle opere architettoniche, alle mostre e ai musei. In realtà le possibilità di dare un impulso importante all’economia di un Paese attraverso gli eventi culturali sono innumerevoli.

Gli effetti economici e occupazionali generati nel contesto urbano dalla presenza di una sala cinematografica o di un teatro o dalla realizzazione di un evento culturale derivano sicuramente in primo luogo dagli investimenti e dalle spese attivati dai gestori e organizzatori, sia pubblici che privati, per la realizzazione della loro attività.

Alle spese di gestione e organizzazione si affiancano poi le spese degli spettatori: il 68% degli intervistati dichiara che l’uscita per assistere ad uno spettacolo teatrale o cinematografico è in genere un’occasione per altre spese. Oltre al biglietto di ingresso, l’attività di cinema e teatro genera, infatti, una spesa media a spettatore di 53 euro, pari a cinque volte il prezzo d’ingresso in una sala cinematografica e a circa il doppio del prezzo di un ingresso al teatro.
Il territorio, attraverso la cultura, diventa laboratorio di costruzione di benessere, luogo di accoglienza e di incontro, ponte comunicativo fra residenti e turisti. Nel caso dei festival e degli eventi di musica live, ad esempio, hanno particolare rilievo le spese effettuate dai turisti nella località dove si svolge la manifestazione, a partire dal soggiorno fino allo shopping e all'acquisto di prodotti locali. Anche i trasporti generano una spesa: il 73% degli spettatori, infatti, raggiunge il cinema o il teatro in auto.
Tuttavia gli eventi culturali, sebbene strettamente connessi al territorio su cui risiedono e alle risorse distintive dell’area in una sorta di legame bi-direzionale, non contribuiscono solo al suo sviluppo in termini turistici, ma si configurano altresì come un forte incentivo all’intero sviluppo economico locale.
Per quanto riguarda le preferenze del pubblico, dalla ricerca emerge che il cinema continua ad essere la più seguita tra le varie forme di spettacolo: nell’ultimo anno il 97% degli intervistati è andato almeno una volta in una sala cinematografica e il 94% si dichiara soddisfatto della qualità delle strutture. Tuttavia, la frequenza resta bassa: solo il 20% va al cinema due o più volte alla settimana. I festival hanno soprattutto un pubblico di affezionati: chi partecipa a questi eventi di solito lo fa più di una volta all’anno. Lo spettacolo è un’occasione di socialità: il 94% va al cinema con partner, amici o parenti.
La maggioranza degli spettatori è compresa nella fascia di età 35-44 anni. Cinema e teatro sono, infatti, frequentati da chi ha già acquisito una certa capacità di spesa. I più giovani rappresentano meno dell’11% degli spettatori, mentre dopo i 45 anni la fruizione di spettacoli diminuisce progressivamente sia per maggiori impegni familiari e di lavoro, sia per la difficoltà di raggiungere le strutture quando non sono sotto casa.

DIECI PICCOLI POST

8.12.2018
splendida figura di #salvini ad #AccordiEDisaccordi su la #Nove. i conduttori #Scanzi e #Sommi sono riusciti a fargli dire ciò che voleva e come lo voleva. nemmeno un impaccio o un momento di difficoltà.
 
4 dicembre
come si chiama questa "nouvelle vague"? demenza autoreferenziale di un microceto di intellettuali privilegiati, annichiliti dalla fuffa montata e feroci, seriali costruttori di mostri? forse è troppo? o forse troppo poco?
(dopo il fascistometro, “Con Michela Murgia il femminismo diventa principio di colpevolezza per tutti i maschi. Il post antisessista di Michela Murgia è una sorta di allucinazione totalitaria in cui il principio di non colpevolezza si converte in principio di colpevolezza per tutti gli uomini”).
 
4 dicembre
cassa integrazione per tremiladuecentoquarantacinque addetti? ma gli esiti e i conti di questa #Fca non erano formidabili e floridi? forse solo per gli azionisti e i dirigenti, e un po' meno per lavoratori e casse pubbliche?
(“Fca, cassa integrazione per 3.245 a Mirafiori”)
 
26 novembre
"Novecento", una delle prove più alte della passione civile, della compassione per la sofferenza dell'umanità e della condivisione del suo diritto all'emancipazione che si potesse dare con il mezzo cinematografico.
(a proposito della morte di Bernardo Bertolucci)
 
25 novembre
"storicamente di sinistra" tutt'e tre i candidati alla direzione delle tre reti #Rai, assicurano i giornali, non chiarendo se i tre siano tutti diventati gialloverdi o se #M5S e #Lega si siano spostati a sinistra.
 
25 novembre
altro che minculpop!
(“Ieri sera Rocco Casalino, portavoce del premier Giuseppe Conte, ha inviato un messaggio via chat ai giornalisti chiarendo che è inutile chiedere interviste autonomamente a ministri e sottosegretari, perché tutto deve essere autorizzato da Palazzo Chigi”).
 
24 novembre
##UdineseRoma 1-0 cacciare immediatamente l'inadeguato #DeFrancesco e impedire a mr fuffa #Monchi di fare una terza dispendiosa, devastante e liquidatoria campagna acquisti.
 
24 novembre
dopo #tottidolatria, nella #treccani ė stato introdotto anche il brutto neologismo #paralimpico. per festeggiare l'evento, #Mattarella ha invitato tutti a "saper pesare le parole". alludeva alle iene da tastiera o a quelli della treccani?
 
24 novembre
#Conte: "Se mi fossi affidato solo ai giornali non mi sarei sentito rappresentato e descritto". In realtà sono proprio i giornali, specie gli antipatizzanti, che lo stanno sovrarappresentando nientemeno come premier
 
18 novembre

possibile che in questo paese, dopo decenni di sedicente "sinistra" privatizzatrice, dovevano arrivare la destra e i post-fascisti per vedere una classe politica di maggioranza battersi per la proprietà pubblica delle reti e dei servizi pubblici? 

FENOMENO FERRANTE

 Manca pochissimo alla messa in onda della miniserie tratta dal romanzo “L’Amica geniale” di Elena Ferrante. Le otto puntate, prodotte da HBORai Fiction e TIMvision, saranno trasmesse su Rai1 a partire dal 27 novembre 2018. Si dice che la Ferrante abbia collaborato alla loro sceneggiatura, leggendo e rileggendo i vari episodi, anche se il regista, Saverio Costanzo, ha dichiarato di non aver mai incontrato l’autrice, ma di aver avuto con lei solo uno scambio di e-mail molto fitto e felice.

La serie ricalca la trama del libro e racconta la storia di un’amicizia epica, quella di Elena e Raffaella, due bambine napoletane degli anni ’50, interpretate rispettivamente da Elisa Del Genio e Ludovica Nasti nella versione infantile e da Margherita Mazzucco e Gaia Girace nella versione adolescente. Elena, detta Lenù, inizia a raccontare la storia di Raffaella, detta Lila, quando lei scompare improvvisamente. “Mi seduceva l’idea di un racconto che mostrasse quanto è difficile cancellarsi, alla lettera, dalla faccia della terra – ha spiegato Elena Ferrante - poi la storia si è complicata. Ho introdotto un’amica d’infanzia che facesse da testimone inflessibile di ogni piccolo o grande evento della vita dell’altra. Infine, mi sono resa conto che ciò che mi interessava era scavare dentro due vite femminili ricche di affinità e tuttavia divergenti ed è ciò che ho fatto. Si tratta di un progetto complesso, perché la storia arriva ad abbracciare un arco temporale di una sessantina d’anni”.
Dal 2011 la saga de “L’amica geniale” ha conquistato milioni di lettori in tutto il mondo, consacrando Elena Ferrante ad autrice tra le più amate di tutti i tempi. Le cifre di vendita dei suoi libri sono state da capogiro: dieci milioni di copie vendute tra Italia, Usa, nord Europa e negli altri quaranta paesi, dove la scrittrice sembra aver stregato i lettori. Per molti anni Elena Ferrante era rimasta nell’ombra, nonostante il buon esito dei suoi primi romanzi, come “L’amore molesto” e “I giorni dell’abbandono”, e la sua partecipazione al premio Strega, avvenuta senza clamori nel 1992. Il vero successo è arrivato più tardi, quando il “caso Elena Ferrante” ha travalicato i confini nazionali ed è diventato un fenomeno globale con la diffusione del ciclo di libri de “L’amica geniale”. I suoi testi hanno conquistato la critica e hanno scalato le classifiche di tutta l’Europa e persino gli americani hanno iniziato ad andarne letteralmente pazzi.
Naturalmente, tra le voci che l’hanno acclamata non sono mancate le critiche, legate soprattutto alla questione del suo anonimato: Elena Ferrante infatti ha scelto di rimanere sconosciuta al suo pubblico. La decisione di nascondere la sua identità risale al lontano 1991, quando nel romanzo "La Frantumaglia" la scrittrice annunciò: "Non parteciperò a dibattiti e convegni, se mi inviteranno. Non andrò a ritirare premi, se me ne vorranno dare. Non promuoverò il libro mai, soprattutto in televisione, né in Italia né eventualmente all’estero. Interverrò solo attraverso la scrittura". Per parlarle, anche gli impiegati della casa editrice E/O, l'editor, la traduttrice passano ancora oggi da Sandro Ferri e Sandra Ozzola, i suoi editori. In questi anni, molti hanno tentato di scovare chi si celasse dietro le pagine dell’“Amica geniale”: tra le ipotesi fatte sulla sua vera identità ci sono quelle di Domenico Starnone, scrittoresceneggiatore e insegnante; di Goffredo Fofi saggista, attivista, giornalista e critico cinematografico, letterario e teatrale; e di Marcella Marmo, docente all'Università Federico II di Napoli. Nell'ottobre 2016 invece è andata accreditandosi la teoria che dietro la Ferrante si possa nascondere Anita Raja, traduttrice e saggista partenopea, moglie di Starnone, in seguito alla pubblicazione di un articolo, uscito sul Sole24oree ripreso dalle principali testate internazionali, che desumeva questa attribuzione dalle transazioni finanziarie della casa editrice. Bisogna ammettere che l’identità nascosta dell’autrice suscita davvero un grande interesse, una curiosità che in effetti rappresenta una parte fondante della sua fama. Nel caso della Ferrante infatti, l’anonimato è finito per diventare una componente essenziale della sua stessa notorietà, dal momento che ha amplificato nell’autrice la capacità evocativa e nel lettore il potere immaginifico. Quindi non solo sembra che in lei fama e anonimato siano riusciti a convivere, ma anzi che l’uno abbia aiutato l’altra: l’anonimato è diventato un marchio della sua identità, tanto da creare un vero e proprio culto di personalità. “Non mi sono pentita di aver scelto l’anonimato – ha affermato qualche tempo fa l’autrice – Ricavare la personalità di chi scrive dalle storie che propone, dai personaggi che mette in scena, dai paesaggi, dagli oggetti, è nient’altro che un buon modo di leggere”. In effetti, la Ferrante andrebbe cercata nella sua scrittura e nei suoi stessi libri. E, chissà, forse anche nella sua imminente serie tv. 

ROMANZO DI FORMAZIONE/5

Come dissi riguardo a Il barone rampante, scrivere su un grande romanzo non è semplice. Su uno dei maggiori capolavori poi … Tuttavia volevo scrivere su quello che è stato non solo per me, ma anche per mia madre, uno dei libri più importanti. Quindi cominciai a scriverne ma, forse inconsapevolmente, glissai e sistemai la questione in altro modo. Mi è stato però fatto giustamente notare che ero andata “fuori tema”. Allora mi sono detta: ma insomma, si scrive per essere letti, e per essere letti da tutti; e forse Manzoni avrebbe piacere, dopo quasi duecento anni, che gli si dedichino ancora tanti pensieri, e non solo da parte di studiosi o critici letterari. Perciò ricomincio da capo.
In che modo raccontare la storia arcinota di Renzo e Lucia, che tutti conosciamo? Le vicissitudini di due giovani contadini lombardi vissuti nel XVII secolo durante l’occupazione spagnola, i quali si vogliono bene, ma non riescono a sposarsi a causa delle vessazioni di un signorotto, don Rodrigo, invaghitosi della ragazza. Il tutto negli anni in cui la peste travolge Milano, con tutte le sue conseguenze. Stop.
I Promessi Sposi li conoscevo perché quando ero bambina avevo visto la riduzione televisiva con Paola Pitagora e Nino Castelnuovo. E poi erano così famosi! Alcune frasi e alcuni episodi, come la Monaca di Monza, o la peste, oppure don Abbondio e i bravi di don Rodrigo, non solo facevano parte del lessico famigliare, ma erano parte del patrimonio comune, si conoscevano e basta.
Arrivata al liceo quasi non li studiai - mi sembra che il nostro insegnante di italiano ci fece leggere soltanto l’episodio dell’assalto ai forni, e comunque non ce ne parlò molto bene, né vi si dilungò.
E certamente non ero un’alunna diligente come mia madre, che invece li aveva studiati benissimo: aveva avuto un insegnante di lettere d’eccezione, Don Primo Vannutelli, un sacerdote che se esigeva il massimo dai suoi alunni era però riuscito a trasmettere loro la passione per la letteratura. Durante le sue lezioni non si sentiva volare una mosca, perché sapeva come catturare l’attenzione di tutti quei ragazzini.
Posso dire con un certo margine di sicurezza che se avessi chiesto a mia madre qual era per lei il romanzo di formazione per eccellenza, avrebbe indicato I Promessi Sposi.
Un pomeriggio, un paio d’anni dopo la maturità, ero seduta in soggiorno con lei e sostenevo che fosse un “mattone”, un libro inutile. E dài che lei insisteva - se non altro, prima di darne un giudizio, avrei dovuto leggerlo, e poi era uno dei più bei romanzi mai scritti - e dài che io mi rifiutavo, ma che noia, ho cose molto più interessanti da leggere (e da fare).
Infine, esausta, mi offrì ventimila lire per leggerlo. Ventimila lire! Accettai immediatamente.
Quella sera stessa, lo iniziai. Vabbe’, l’incipit mi lasciò fredda, era noto e risaputo, lo conoscevano anche i bambini, Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno … . Poi arrivò un pezzo di un’arguzia incantevole “Lecco […] aveva perciò il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell’estate, non mancavan mai spandersi nelle vigne, per diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia”. Allora sì, fu amore, e delle ventimila lire non me ne importò più molto.
Nel corso degli anni ho letto I promessi sposi varie volte, trovandoci sempre qualcosa di nuovo. Succede, di fronte alle opere d’arte.
Come non vedere, per esempio, nella descrizione dell’amministrazione della cosa pubblica la peggiore storia politica italiana? Lo lessi negli anni precedenti Tangentopoli, gli anni del governo Craxi, e mi sembrò scritto proprio allora.
E i capponi che Renzo porta in dono al dottor Azzeccagarbugli, immagine geniale tanto citata ma mai abusata e sempre tristemente vera, è fin troppo facile scorgervi quanto sta accadendo in questi anni in cui ci si accanisce contro dei poveracci che fuggono dalla miseria: “quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all'in giù, nella mano d'un uomo [che] dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s'ingegnavano a beccarsi l'una con l'altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura”.
La presentazione dei personaggi è resa mediante flash back, espediente poi ripreso dal cinema, modernissimo e sapientemente usato.
L’episodio della monaca di Monza, Gertrude, come molti altri si rifa’ a un fatto di cronaca realmente avvenuto, un omicidio che non starò qui a raccontare. Gertrude è un’infelice costretta a farsi monaca affinché il fratello possa appropriarsi dell’ingente patrimonio familiare. Il suo destino era stato deciso fin dalla nascita, al punto che fin da bambina tentarono di plasmarla dandole per giocare delle bambole vestite da monaca. Un suo zio che l’accompagna in carrozza al monastero di clausura nel quale sarà condannata a vita, quasi con sadismo le dice “ah furbetta! Voi date un calcio a tutte queste minchionerie; siete una dritta voi; piantate negli impicci noi poveri mondani, andate a far vita beata, e vi portate in paradiso in carrozza”.
Ormai segregata nella clausura, il suo futuro amante da un palazzo di fronte riesce a rivolgerle la parola: “la sventurata rispose”, frase celeberrima ….
La maniera in cui Manzoni descrive Gertrude, quando Lucia la incontra, la rende più sensuale che se fosse stata nuda, con quella carnalità un po’ sfatta, la “ciocchettina di capelli neri” che scappa fuori dalla benda monacale.
Invece Fra’ Cristoforo, il confessore di Lucia, uomo devoto, buono e irreprensibile, sceglie volontariamente di farsi frate dopo aver ucciso un uomo “per una precedenza, pensa un po’!” diceva sempre mia madre. Nato da una ricca famiglia borghese, da laico aveva cercato di accostarsi ai nobili, ma era sempre stato rifiutato; indicazione psicologicamente quanto mai acuta.
La peste. Difficile scriverne, è storia così poderosa, con tutto ciò che comporta, gli untori, per esempio - questo eterno paradigma per additare un comodo capro espiatorio.
Non posso però non citare l’episodio che inizia così “ Scendeva dagli usci una donna .. “. Lei, malata, porta in braccio la sua bambina morta, vestita dell’abito più bello, per consegnarla e consegnarsi ai monatti, che avevano il compito di portare nei lazzaretti i malati e i cadaveri. Un giorno che ero andata a parlare con la professoressa di mio figlio, non so perché ci ritrovammo a parlare dei Promessi Sposi, e lei mi confessò di avere difficoltà a far commentare questo passo, troppo forte, e ci ritrovammo tutte e due con un nodo in gola.
Vogliamo poi parlare della fine? Non è un segreto che Renzo e Lucia riescano a sposarsi. Uno dei personaggi più nobili e ricchi decide di invitarli a mangiare nella sua dimora. Ma si guarda bene dal sedersi a tavola con loro. Li serve, invece, rimarcando così irrevocabilmente l’insuperabile divario sociale.
E dopo le nozze Renzo non si acquieta, poiché la gente, venuta a conoscenza della loro storia, si aspetta di scorgere in Lucia un’avvenenza estrema, come se avesse “un occhio più bello dell’altro”. E sparlano, naturalmente, dicono che poi tanto bella non è, e questo per Renzo è ragione di qualche “fastidiuccio”.
Lucia è forse il personaggio che mi sembra più sbiadito; o, forse, dovrò dedicarmici ancora una volta, per verificarlo.
Per concludere alcune buone ragioni per leggere - o rileggere - I promessi sposi e, soprattutto, per continuare a farne materia di studio:
perché è immenso
perché è scritto meravigliosamente
perché ha un impianto di coerenza invidiabile
perché ha una profondità psicologica eccezionale
perché è attuale
perché è gustoso e ironico
e sì, perché è divertente.
Dimenticavo, offre anche utili consigli: “[Renzo] Allora s’accorse che le parole fanno un effetto in bocca, e un altro negli orecchi; e prese un po’ più d’abitudine d’ascoltar di dentro le sue, prima di proferirle”.
 
 
 
 
   
 

1915- 1918 CONSERVARE LA MEMORIA PER LE GENERAZIONI FUTURE

Erano le 9 precise del 4 novembre del 1972 e al teatro Trifiletti di Milazzo cominciava la cerimonia di consegna delle insegne di Cavaliere dell’Ordine di Vittorio Veneto a 214 cittadini ex combattenti della guerra 1915-18. Ero lì, nella città dei due golfi, richiamato da affetti di famiglia, e la mia attenzione quella mattina si era soffermata sui veterani che sfilavano orgogliosi di aver servito la Patria. C’erano le associazioni d’arma con le bandiere, i labari e i gagliardetti. C’erano i bersaglieri con le piume svolazzanti sul cappello, che correvano al suono della storica Flik Flok, mentre lungo la via la gente li salutava con entusiasmo. Sul palco, addobbato con il Tricolore, c’era il sindaco con diplomi, medaglie e croci di un riconoscimento istituito in occasione del cinquantenario della Vittoria. Quei signori carichi di anni avevano tutti una storia da raccontare. Da quella piana sul mare di Sicilia, cara a Giuseppe Garibaldi (la leggenda narra che il generale, conclusa vittoriosamente la battaglia di Milazzo il 20 luglio 1860, si sia fermato sul sagrato della chiesa di Santa Maria Maggiore per riposarsi un po’ e per pranzare con pane e cipolla), in un’assolata mattina di maggio erano partiti per la Grande Guerra, su una tradotta militare, per andare a difendere l’Italia lungo le frontiere alpine, sulle alte cime dell’Adamello, delle Dolomiti, sul roccioso Carso, lungo l’Isonzo e sul Piave.
«Il nostro intervento nel conflitto europeo fu presentato come l’ultima campagna del Risorgimento che avrebbe consentito  finalmente a tutti gli italiani di far parte un unico Stato nazionale» (Paolo Mieli, Il caso italiano, Rizzoli). Ci si ispirava così all’idealità del nazionalismo democratico di Giuseppe Mazzini. Una decisa pressione fu esercitata dall’impeto e dalla mobilitazione degli studenti scesi in piazza per sollecitare la  partecipazione a quella che viene considerata la guerra nobile. Anche dopo, appena l’Italia fu in guerra, le manifestazioni continuarono.
Intanto lassù, nello stillicidio di perdite di vite umane della guerra di trincea, i soldati avevano imparato in fretta a cantare (però senza l’enfasi dei cori di montagna) la drammaticità che stava loro intorno: Ho perduto tanti compagni / tutti giovani sui vent’anni / la loro vita non torna più. Lassù, tra i duemila e i quattromila metri, su un fronte di quattrocento chilometri, il fuoco dell’artiglieria non perdonava.
La guerra, si sa, uccide tanti uomini. Una vita, come milioni, in guerra non conta. Quasi non ci si bada. Un sacrificio che la Patria esige per la difesa della sua integrità territoriale e del suo onore. «Morire, non ripiegare!» era la strategia di Luigi Cadorna, comandante supremo del Regio esercito italiano, e, quindi, i soldati sapevano che non avevano alcuna possibilità di scampo. Ma loro scacciavano quel pensiero cantando: E domani si va all’assalto, / soldatino non farti ammazzar, / ta pum! / ta pum! / ta pum!...
A Emilio Lussu, l’autore di Un anno sull’altopiano, che, come molti altri, si arruolò volontario, la guerra venne presto a nausea. Perché? Per aver visto l’artiglieria che sparava sui nostri e non riusciva a sparare (quella di Badoglio) sugli austriaci; i generali che non sapevano comandare, che non riuscivano a farsi capire, forse perché ai soldati, arrivati dalla Sicilia, dalla Sardegna e da ogni parte d’Italia, parlavano in piemontese stretto; i generali che nascondevano i propri gravi errori tattici attribuendo tutte le responsabilità alla presunta viltà di alcuni reparti. Carlo Emilio Gadda, scrittore e combattente, scrisse che «sul Carso i generali strofinarono come zolfanelli battaglioni di soldati, facendoli massacrare».
Il sacrificio di uomini fu enorme: seicentomila morti. I soldati – fanti, alpini, bersaglieri – combattevano valorosamente, ma fu mediocre, scrive Denis Mack Smith (Storia d’Italia, Editori Laterza), la strategia militare del generale Cadorna. E così si arrivò a Caporetto, una delle più grandi disfatte subite dall’esercito italiano.
Un certo scoramento pervase l’opinione pubblica e le truppe, ma prevalsero la tenuta morale del Paese («il popolo italiano si unì quasi come un sol uomo»: Denis Mack Smith) e la voglia di riscatto dell’Esercito, che riuscì a stabilirsi sul fiume Piave.
A innescare un sussulto di orgoglio patriottico ci avrebbe pensato Giovanni Gaeta, grande nome della canzone napoletana (preferiva farsi chiamare Ermete Alessandro Mario), che scrisse di getto: Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il ventiquattro maggio. / L’esercito marciava per raggiungere la frontiera, / per far contro il nemico una barriera /… / il Piave mormorò non passa lo straniero!
Un anno dopo, le disastrose giornate di Caporetto furono riparate dalle battaglie d’arresto sul Piave e sul Grappa e dalla vittoria finale del conflitto. E il 3 novembre, mentre i soldati italiani entravano nei territori di Trento e Trieste, il generale austro-ungarico Weber von Webenau firmava le clausole dell’armistizio impostegli dal generale Pietro Badoglio. Il “cessate il fuoco” era fissato per le ore 15 del 4 novembre. E la vittoria sciolse l’ali al vento. Fu sacro il patto antico, tra le schiere furon visti! / risorgere Oberdan, Sauro, Battisti (La leggenda del Piave).
La guerra era finita, lo confermava il bollettino del Comando generale firmato da Armando Diaz (che aveva sostituito Cadorna), mentre l’ammiraglio Paolo Thaon di Revel annunciava la vittoria navale. Da quel momento si poteva costruire la pace.
Il rischio è stato grande, l’Italia avrebbe potuto essere spazzata via, ma dimostrò di essere una Nazione. Furono l’eroismo, la forza morale e il patriottismo di soldati che facevano la guerra per conquistare la pace a rendere possibile quella vittoria. Soldati come Carlo Ornelli, della Garbatella di Roma (scomparso nel 2005). Lo capì il presidente Carlo Azeglio Ciampi, che lo chiamò al Quirinale per conferirgli la medaglia d’oro al valor militare. Ai soldati, a un gruppo di semplici commilitoni, Mario Monicelli dedicò il film La grande guerra,con Vittorio Gassman e Alberto Sordi protagonisti, alternando comicità e momenti amari.
Quel giorno a Milazzo non si celebrava la guerra, ma si esaltava il coraggio dei valorosi che con la vittoria avevano conquistato la pace. Io provai un turbamento profondo, lo stesso che avvertii anni dopo nell’attraversare il ponte di barche sul Piave e il Ponte di Bassano (rivivendo quanto mi aveva raccontato il vecchio alpino friulano Primo Cattaruzza, che aveva percorso i difficili sentieri di montagna accompagnato dal suo mulo dalla penna nera).
Oggi, a cento anni dagli eventi storici, la giornata del 4 novembre non è dedicata alla guerra ma alla conseguita Unità d’Italia e alle Forze Armate. Deponendo una corona d’alloro ai piedi del monumento al Milite ignoto, l’anonimo combattente caduto in trincea ai confini della Patria e oggi sepolto nella capitale d’Italia, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, esprimerà l’omaggio e la riconoscenza del popolo italiano verso tutti i soldati che si sono sacrificati in nome della Patria e della Libertà.
Noi italiani degli anni Duemila dobbiamo conservare memoria, per noi e per le generazioni future, di questa pagina gloriosa della nostra storia, di quei luoghi che ancora oggi restituiscono – tra camminamenti e baracche – brandelli delle vite che furono (fucili, scarponi, giberne), che ci fanno capire come sia stato alto il prezzo della pace che stiamo vivendo e ci fa apprezzare quale gigantesca ricchezza ci hanno donato i soldati del 1915-18.
Chiudo con una frase di Carlo Azeglio Ciampi che sottolinea quanto siano ben diverse le battaglie alle quali oggi dobbiamo dare il nostro contributo: «L’Italia contemporanea è chiamata a combattere su vari, difficili, fronti. […] Ma la battaglia decisiva è quella che occorre ingaggiare contro l’infiacchimento morale». Noi, ne sono certo, daremo il nostro convinto contributo.
 

(*) Corriere dell'Unione n. 5 del Bimestrale dell'UNMS Anno XI Settembre/Ottobre 2018  

OLTRE IL NOVECENTO

Poiché non sappiamo quando moriremo, si è portati a credere che la vita sia un pozzo inesauribile. Però, tutto accade solo un certo numero di volte, un numero minimo di volte. Quante volte vi ricorderete di un certo pomeriggio della vostra infanzia, un pomeriggio che è così profondamente parte di voi che, senza, neanche riuscireste a concepire la vostra vita? Forse altre quattro o cinque volte, forse nemmeno. Quante altre volte guarderete levarsi la luna? Forse venti… Eppure, tutto sembra senza limite. Giunto al dunque, nel pieno di uno snodo – la lunga malattia - che sentiva come ultimativo della propria vita, aveva in mente di tornare a girare di nuovo, un’ultima volta. Per il bisogno di chiudere il cerchio, lo stesso che fa dire a un Paul Bowles interprete di sé stesso, in penombra nella scena finale de Il the nel deserto, che tutto accade solo un certo numero di volte. E il cerchio da chiudere l’avrebbe nuovamente riportato alle origini che, come sempre accade nelle biografie importanti, molto spiega della vita e dell’arte di Bernardo Bertolucci.
Parma, la cultura contadina che trasuda innocenza arcaica, come gli ricordava Pasolini, la famiglia dominata da quella “cupola paterna” da cui riconosce di non essersi mai liberato: “eravamo troppo figli per diventare padri”. E dunque il Novecento, il nuovo “atto” cinematografico di un secolo che pare non finire mai nel presentare il conto amaro di un declino di valori e di cultura, al punto da sovvertire le nostre stesse radici. Impossibile considerare l’arte di Bernardo Bertolucci senza gettare la giusta luce su un cordone ombelicale con la “famiglia” mai reciso del tutto, e anche per questo fertile ogni volta di una nuova linfa creativa. Il confronto ininterrotto con il padre Attilio, uno dei poeti più raffinati (e critico cinematografico) di quel Novecento raccontato dal figlio, la contaminazione culturale che si poteva respirare nella casa romana di Monteverde Vecchio, assiduamente frequentata da Gadda e da Zavattini, da Moravia e da Caproni, da Roberto Longhi. E da quello che più di tutti ha segnato, in quegli anni giovanili, il destino artistico di Bernardo: Pier Paolo Pasolini.
Accattone è un film, a ben pensarci, che ha qualcosa di prodigioso: ottiene il massimo successo con il minimo costo di produzione, sulla scena attori di strada, è diretto da uno scrittore che mai prima di allora s’era cimentato con una macchina da presa, e chiama un ventenne come Bernardo a fargli da aiuto. Ma sono messe, già lì, le carte in tavola del percorso futuro di Bertolucci. Da Pasolini apprende quella che diventa la sua regola fondamentale: il cinema si fa con il linguaggio della realtà, usando ogni volta la realtà che ci sta intorno, sia essa quella delle lotte sociali novecentesche dell’Emilia contadina di Novecento, come la realtà del fascismo letto come sessualità repressa de Il Conformista, o quella così diversa e così distante dal Po com’è la realtà del Sahara o del Nepal, immortalata nella “trilogia del viaggio”.
Senza mai ripetersi, in ogni pellicola c’è tuttavia al fondo questo segno comune, che finisce per dischiudere la strada dell’opera artistica di Bertolucci ad un impegno civile portato sino alle ultime prove, com’è ne The Dreamers, una rilettura del Sessantotto come bisogno di “un domani che cambia il mondo”, di una sete di futuro mai più rivissuta dopo di allora. E’ un’idea di cinema “puro” che porta ben presto Bertolucci ad avvertire tutti i limiti di una lingua come quella italiana, perfetta per il discorso poetico e per quello musicale, non per il discorso cinematografico. Il suo cinema che s’intride di realtà ha bisogno di una lingua che non sia “letteraria”, ma leggera, diretta, quotidiana.  
Dopo Novecento girerà soltanto in inglese i suoi dialoghi cinematografici. In fondo è una rottura che si carica di molteplici significati, segnando la compiuta emancipazione culturale dell’arte di Bertolucci. Dalla dimensione “letteraria” paterna, da cui pure tanto ha assunto, alla contaminazione di altre culture che, come nel caso di quelle buddiste, non sono scritte in un libro, dove ogni destino è già segnato, prescritto, ma si aprono libere alla realtà delle cose della vita. Ognuno di noi, pare dirci Bertolucci attraverso il suo modo di aver inteso e di aver fatto cinema, scrive la sceneggiatura della propria vita. E questo oggi è il messaggio di libertà che ci consegna.