Analisi

Se il pacato
Veltroni intervista
il veemente
Cassano...

Ha fatto bene il Corriere dello Sport a spararla in prima e a dedicarle, integralmente, le pagine 2 e 3. L’intervista ad Antonio Cassano di Walter Veltroni, per gli appassionati (di calcio e di politica), era in teoria il massimo concepibile in materia di contrasti, anzi di opposti: il politicamente corretto fatto persona (con la sua compostezza e la sua retorica, con la sua moderazione e le sue ipocrisie) e il massimo della scorrettezza esibita (con la sua barbarica irrazionalità e la sua veemenza, con le sue insensatezze e la sua impetuosa generosità). Ma, complessivamente, si può dire che questo contrasto non c’è stato. No, non sembra essere stato veltroniamente attenuato,  ma forse cassanamente bypassato d’impeto.

Il fatto è che un uomo e un intellettuale come Veltroni non può non subire – perlomeno sulla carta, mentre scrive o vede una partita – il fascino di un ragazzo che, avendo conosciuto “solitudini e sofferenze”, “in campo era geniale e ogni volta che toccava la palla avevi la sensazione che potesse inventare qualcosa di incredibile, di magnifico”. Cioè esattamente l’opposto di ciò ha fatto lui, nel suo mestiere, in politica. Dal suo canto, el pibe di Barivecchia, come peraltro si sapeva, da tempo ha un po’ messo la testa a posto: ha una famiglia splendida, se la gode, riconosce gli errori compiuti e le occasioni perse (in primis il Real Madrid), riesce a leggere con lucidità le cassanate compiute (“Quando mi si chiude una tenda nera sugli occhi in un attimo e non capisco più niente”), ammettendo con sincerità di aver mancato di rispetto a persone buone, citate una per una (il presidente della Sampdoria Riccardo Garrone e gli allenatori Del Neri e Donadoni) ma rivendicando i torti subiti. Da questo punto di vista, ce l’ha con  Mazzarri. Spiega lucidamente le sue famose, plateali reazioni con gli arbitri Rosetti e Pierpaoli: “C’è un momento, durante le partite, in cui sto bene, sorrido. Poi però nella mia mente vedo delle ingiustizie…”.

In sostanza, Veltroni ha scritto un’intervista “politicamente corretta”, nel senso di un prodotto buono per il giornale sul quale doveva essere pubblicata. E difatti il Corriere dello Sport può aprire oggi con il titolaccio: CASSANO: “SONO PRONTO, CHI MI VUOLE”, nel titolo di seconda: “Io, interista mai pentito del no alla Juve” e nel titolo di terza: “Il mio errore più grande? Non avere mai ascoltato quei consigli di Totti”.

Tutto ok. Peccato però. Era la prima, ampia intervista rilasciata da Cassano a un “non sportivo”, al quale peraltro si attribuiscono, nonostante la sua appartenenza al mondo dei politici di professione, particolari doti umane e anche capacità di approfondimento. Era l’occasione per dire qualcosa in più, per capire qualcosa in più delle “cassanate” e di un personaggio sui quali pure si è scritto tanto, ma solo per fare dei servizi e dei titoli sportivi, così, superficialmente.

Eppure, come dimostrano le due pagine stesse del Corriere, Cassano sembra essersi aperto con Veltroni. Anche perché, a 34 anni e con la “famiglia fantastica” che adesso ha, deve anche aver parlato con qualcuno che lo ha aiutato a capire. E dall’intervista emergono due elementi che forse avrebbero consentito e richiesto una maggiore sottolineatura. Per capire il personaggio e persino per capire ciò che avviene, in misura più o meno plateale, in ciascuno di noi.

Un elemento è quello delle “ingiustizie”. Dunque: “Rosetti non mi fischia un fallo che ho subito, io mi alzo e lo mando a quel paese. Passo dalla ragione al torto, in un attimo. Mi dà il rosso, mi si chiude una tenda nera davanti agli occhi in un attimo e non capisco più niente. Pierpaoli invece mi fischia un fallo che non c’era, lo mando a quel paese, lui estrae il rosso e anche lì., stessa situazione: mi si tappa la vena. Io, in un attimo, dalla ragione passo al torto”.

Il secondo elemento è la mamma. Non tanto perché si scopre che poi uno dei motivi per cui in definitiva va via dalla Spagna è che “mia mamma non stava bene a Madrid, faceva fatica nell’ambientarsi lì”. Quanto per un altro, breve passaggio del racconto di Cassano. Il giorno in cui, a diciassette anni, ha segnato uno strepitoso gol della vita, nello stadio di Bari, contro l’Inter, “ho abbracciato mamma e quel giorno  è iniziato il nostro riscatto”.

Dice proprio così. Non il “mio” riscatto, ma il “mostro”. Mio e di mia madre. Anzi, diciamolo, di mia madre: sino a quel momento una donna povera, sventurata, rifiutata dal proprio uomo, umiliata e ora improvvisamente madre di un campione. Il “riscatto” significa che, da quel momento in poi, Antonio ha la possibilità di insorgere, di reagire – alla sua maniera, facendo “cassanate” – di fronte alle ingiustizie e alle prepotenze. Non tanto per tutelare efficacemente se stesso – ché anzi, facendo così, “dalla ragione passo al torto” – quanto per riscattare sua madre, vendicandola per tutti i torti subiti.