Analisi

“Stropicciò un po’
l’occhio sinistro,
non volendo
concedere al destro
lo stesso lusso”

BEPPE LOPEZ

 Possono esserci - in un romanzo pubblicato nella più autorevole collana letteraria di uno dei più importanti editori italiani - dei baffi che “parevano uno striscione della Juve per quanto bianconero vi coesisteva”? Sì, possono esserci, anzi ci sono. Addirittura nella prima pagina, nell’incipit. E c’è dell’altro, molto altro nelle 250 pagine dell’elegante edizione. Già nella seconda pagina, c’è un personaggio con un naso così “sottile e perfetto che ci si sarebbe potuto stendere l’impasto per quanto era dritto, spostando le folte sopracciglia che parevano isole sull’autostrada”.

Seguitando a sfogliare, c’è ancora di meglio (o di peggio, a seconda dei gusti). Il romanzo in questione non è male. Anzi. Si legge con gusto, è costruito con sapienza e ritmo. Ma paradossalmente, in un sistema editoriale dove circola la leggenda della prevalenza dell’editing rispetto all’ispirazione e all’autore, capita in questo caso di imbattersi in un volume dove pare latitare proprio il lavoro dell’editor.

Così, sotto il vestito di lana grigia indossato da un altro personaggio “si percepiva, più che la logora camicia bianca, una vergogna che non era affatto logora, anzi inamidata ogni mattina riluceva di bucato”.

Dopo un paio di pagine, c’è una rampa di scale che “apprezzò molto la delicatezza dell’incedere” del protagonista del romanzo che peraltro ripropone i movimenti del padre pedissequamente “come fosse l’appendice di una medusa letale”. Ed era appena entrato in una stanza quando “l’odore del minestrone lo investì come una risacca rimbalzata dalle pareti”.

Dopo ancora tre pagine, ecco un povero bambino di otto anni, con qualche problema di comunicazione, paragonato a “una pinta di birra che schiumava amore, ma che rimaneva sul bancone di un bar che solo sua madre frequentava di tanto in tanto”. Poi c’è una ragazza che le parole del protagonista “avevano avvolta come una nebbia gelata che ora, appiccicata alle spalle, le pungeva la schiena: brividi mai avvertiti prima correvano su e giù come tarme nel midollo del tronco di un albero”. Ad un’altra ragazza l’inquietante protagonista “sfiorò i capezzoli che reagivano con la prontezza di un cecchino”. Proprio così: i capezzoli come un cecchino.

Forse per questo, nella pagina appresso, il protagonista sale le scale di casa “con la foga del maratoneta che ha paura che gli infilino la fiaccola olimpica su per il culo”.

E’ difficile rilevarli tutti questi voli pindarici, tra la goliardia e la caserma. Leggendo l’interessante racconto, peraltro ispirato a un tragico caso di cronaca nera di qualche decennio fa, è facile che ne sfugga più di uno, anche, se si può dire, particolarmente significativo. Ma quando il protagonista si chiude nel bagno di un bar, per realizzare “l’assioma: caffelatte – caffè – sigaretta = cacata perfetta”, non può fare a meno di sentire “le pareti di quel piccolo sgabuzzino di servizio nemiche come lo sono leccesi e baresi durante i novanta minuti di un derby”. Ed è difficile, per un lettore, non rilevarlo.

Poi il protagonista va verso case dai “colori vivi che si ripetevano all’infinito come terzine musicali in un crescendo rossiniano”. Percorre l’asfalto molto consumato di una viuzza secondaria che “non era nemmeno più grigio, ma bianco sporco come la maglietta di un bambino che non è stato cambiato per dieci giorni”.

Ora è di fronte ad un lago. Lui, proveniente da una città di mare capisce che “l’acqua dolce rendeva la sua natura innocua e non corrosiva come quella del suo immenso parente salino”. La sua città è Bari, “il mare le sfiora i fianchi e le sala la pelle, stringendone i pori”. Come dimenticare quei pori natii, così stretti stretti? E ricorda che lì, nella sua città, “si compivano veri genocidi di frutti di mare crudi e i polpi, unico posto al mondo, avevano la permanente, perché così si sentivano più belli”. A proposito di Bari, poi, il protagonista afferma arditamente che i suoi concittadini nel 1087, andando a trafugare in Asia Minore le ossa di San Nicola e battendo sul tempo i veneziani, lasciarono “scritto Stronzo chi legge nella cripta di Myra”.

Riflessione, questa, che il protagonista fa mentre prolunga piacevolmente il tempo che lo divide da una salubre doccia e una dormita rigenerante: “Era come quando, dopo un’attività stancante di molte ore, si continua a lavorare spinti da chissà quale misterioso stoicismo, mentre gli epicurei sorseggiano già da un po’ bibite fresche ai bordi di una piscina, sghignazzando come la cicala che d’inverno si ritroverà poi le ali bloccate dalla neve”. Proprio così: stoicismo, epicurei, bibite fresche, piscina, sghignazzi, cicala e ali bloccate dalla neve.

Sempre lui, il protagonista, ad un certo punto “stropicciò un po’ l’occhio sinistro, non volendo concedere al destro lo stesso lusso”. Poi “attaccato al rubinetto del bagno ingurgitava mille litri di un’acqua così gelata che forse sarebbe stato più giusto dire che era ghiaccio tagliato con un po’ d’acqua”. Quindi “sciacquò con cura le sue cose e le strizzò fino a farle urlare prima di stenderle”. Intanto gli pare che i calzini che ha appena comprato e indossato lo “pungessero come fossero stati filati direttamente in una stalla da una pecora antipatica”. E quando, uscito, si siede su una panchina “ascoltò i bisbigli delle foglie che gli pareva parlassero di lui”.

Sul bus che lo porta via da una città che comincia ad andargli stretta, “sentì le stesse buche che aveva disprezzato all’andata e ora apprezzava come una fetta di torta senza liquore nel pan di Spagna, accompagnata da un prosecco gelato”. E ricorda con sollievo di aver evitato di mangiarvi le anguille che gli fanno schifo: “Troppo grasse, viscide come un bagnoschiuma che, per quanto strofini, non viene mai via dalla pelle, lasciando la sua impronta oleosa”.

L’hinterland sconosciuto “gli si offriva come una sposa alla prima notte di nozze”. Suo fratello carcerato ha accantonato i propositi di evasione “come si fa con un vecchio paia di scarpe”. Incontrandosi con un amico, ride fragorosamente e scambia pacche sulle spalle “mentre i caffè fumavano già e le sigarette l’avrebbero fatto di lì a poco”. E l’amico si è sentito profondamente ferito, rendendosi conto delle quantità di bugie che lui “gli aveva propinato come si fa con una minestrina sciapita a un lattante”.

Quando il nostro eroe va in banca per cambiare trentacinque dollari, le piccole mani del cassiere li afferrarono “come un ragno con una mosca incauta”. Se invece va a farsi la doccia “usando quanto più sapone possibile, sperando di averla vinta sul Treponema Pallidum”, il narratore ci fa sapere che questo “invece se la rideva, perché era un batterio vanesio e arrogante”.

Dopo una telefonata a bassa voce, il medico che organizza il ricovero in manicomio del fratello minore che divide con lui la stanza “posò la cornetta che pareva una ghigliottina sul collo di un nobile francese”. Al pensiero che potrebbe finalmente vivere da solo nella stanza “lo schifo che in genere provava per se stesso mentre provava schifo per il fratello quel giorno aveva preso una vacanza, lasciando come suo luogotenente un traliccio di estatico cinismo”. Sì, esattamente così: un traliccio di estatico cinismo. Tanto che, avendo chiuso il fratellino in un angolo del soggiorno, “lo pizzicava sulla pancerina fingendo un affetto che non si sarebbe bevuto nemmeno il più credulone tra gli ominidi”. E sapete come la nuova dimensione da figlio unico calza al nostro? Proprio come pensate: “come la scarpetta di cristallo a Cenerentola”.

Il ricordo del viso della sua ex “lo assalì come un calabrone fa con gli stami di un fiore e con lo stesso ronzare lo circondò totalmente”. Mentre i peli della barba e dei baffi della vecchia che dorme sul treno “parevano cespugli di rosmarino impazzito, venuti fuor con violenza dalla crepa di un muretto, sospesi nel vuoto di una gola, galleggiavano tra il nero e il grigio di uno specchio d’acqua che era solo saliva”.

Arriviamo a pag. 91, per registrare “un sorrisetto che diede fastidio anche alle sue stesse labbra”. Due pagine dopo, si sa che da ragazzo il nostro picchiò un compagno di scuola, lasciandogli impresse tre nocche sulla guancia “in una sorta di sindone di capillari esplosi”. Più in là, un altro ricordo: la schiera di professori, agli esami di maturità, “gli parvero una vecchia carta da parati aggredita dalla muffa che spegne i colori”. E quando lui le comunicò il cambio di facoltà, la mamma assunse “un broncio paragonabile a quello di un bambino che non trova le caramelle al solito posto”.

Un’affermazione poco credibile fatta con un amico rimane “lì cristallizzata, come un insetto preistorico colto nel sonno da una goccia di resina divenuta lentamente ambra”. E c’è persino una bandiera tricolore sul casermone che “svolazzava impazzita perché la brezza cercava continuamente di toccarle il sedere”. Sì, alla bandiera. E un tenente parla “con l’aria altezzosa e un cadavere sotto il naso per quanto superiore si sentiva”. Sul suo cranio “non rimaneva che qualche sporadico ciuffo in una landa desertificata: pareva un campo dato alle fiamme in cui solo alcuni radi cespugli si erano salvati dall’incenerimento”.

Nel bagno del piccolo bar di paese non c’è la tazza “ma una specie di buco alla turca che probabilmente sfociava in Tibet”. E ancora: “La sua attenzione pareva un canale tivù sintonizzato male”; “Un paio di gocce di liquore si sparsero come lacrime di una Madonna Nera sul vetro trasparente del bicchiere”; quel sapone “non faceva la schiuma nemmeno se lo minacciavi”; “Quei denti parevano latte congelato su gengive di Nutella”; “Un boscaiolo di un metro e ottantacinque e una faccia così incazzata che Attila re degli Unni sarebbe parso santa Maria Goretti a confronto”; “Il solito ronzio della notte si aggirava come uno spettro che cerca pace tra le brandine di ferro”…

Glissiamo su molti passaggi analoghi. Ma una quindicina di righe, alle pagg. 138 e 139, sono irresistibili: “Coletta quella notte aveva deciso di tentare la scalata al titolo di campione del mondo della flatulenza e lo centrò ben due volte con micidiali zaffate che lo avvolsero come un banco di nebbia radioattiva. Barcollando un po’ per l’inaspettata intossicazione, Franco si tirò indietro, stringendo in una mano la licenza e reggendosi la fronte con l’altra, come se stesse per vomitare. Gli pareva che il capolavoro di Coletta lo pedinasse e lo colpisse a intervalli precisi con diretti sul naso che avevano un effetto triplice e combinato. Stringevano, tiravano e giravano il suo setto come una pinza e lui fu costretto a riparare nei bagni dove spalancò una finestra e, noncurante del gelo intenso, respirò a pieni polmoni un’aria spoletina che quasi lo mandò in pezzi come una, porcellana che precipita sul pavimento”. Più sotto si ritrova Coletta che pietosamente “si girò tra le coperte, puntando la sua arma su Scamoni che aveva un sonno così profondo che non si sarebbe svegliato nemmeno se Louis Armstrong gli avesse fatto un assolo nelle orecchie”.

Procediamo. C’è una tenda damascata con svolazzi che “parevano gigli fiorentini che si erano montati la testa”. Al nostro capita di stringere forte i denti “producendo uno scricchiolio come quando due lastre di travertino poroso scorrono l’una sull’altra”, nientemeno. E di affrontare i difficili concetti matematici “come un lottatore affronta una belva nell’arena e con lo stesso stile li faceva a pezzi”…

Le voci degli amici gli pervengono “ovattate, come filtrate dalla lana di un materasso”… I rintocchi della pendola? Lo destano “come da un torpore d’acqua piacevolmente bollente che corre in gocce grasse lungo la schiena magra”… Barcollando, fa fatica a centrare la tazza “con quell’urina che sarebbe potuta essere imbottigliata come grappa barricata, tanto era alcolica”… Le gocce che cadono dal lavandino “gli penetravano il cranio come uno sposo la sua bella nella prima notte di nozze, con quell’enfasi, ma senza piacere, senza amore”.

E siamo alla scena clou, alla strage. Sulla lama del coltello, un lembo del peritoneo della madre “pareva la sciarpa di un bambino freddoloso”… Gli avambracci del padre, sotto i colpi del coltello, “si squarciarono come la chiglia di una nave silurata”. Alla fine l’uomo, senza vita, tutto insanguinato, appare “piegato in due e avvolto come una caramella Rossana nella porpora che lo cingeva”.

L’espressione del nostro “come la stufa a gas in uno stanzone umido, avvolgeva di tepore chi entrava nel suo raggio visivo”. Il suo interlocutore ha uno dei due incisivi perfettamente dritto “mentre l’altro era cresciuto come un rampicante. Era storto fin dalla radice e si curvava a coprire, come per abbracciarlo, suo fratello gemello”.

Vedendosi ricercato, temendo di essere già stato scoperto “una sensazione di cubetti di ghiaccio passati tra le gambe” avvolge il nostro. Mentre un povero soldato, accusato innocente, rischia il linciaggio: se non fossero intervenute le forze dell’ordine a salvarlo, “ci avrebbe rimesso le penne e non era nemmeno un alpino”…