Analisi

LA REPUBBLICA
TRADITA.
DA SE STESSA

BEPPE LOPEZ (*)

DUE LIBRI SUL GIORNALE FONDATO 

(E VENDUTO) DA EUGENIO SCALFARI

La storia de la Repubblica è indubbiamente la storia di un “miracolo editoriale” e, insieme, di una utopia “tradita”. Non a caso proprio su questi due aspetti, ma separatamente, si concentrano due libri usciti, quasi contemporaneamente, in occasione del quarantesimo anniversario della fondazione del giornale ad opera di Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo. Ambedue scritti da giornalisti molto valorizzati, nel tempo e nel gruppo, dal Fondatore: Franco Recanatesi, La mattina andavamo in piazza Indipendenza, Cairo editore; Giovanni Valentini, la Repubblica tradita, PaperFist by Il Fatto Quotidiano.

Cerchiamo di sintetizzare in sette date significative questa straordinaria avventura, con l’aiuto di questi due libri e di qualche ricordo e convinzione personale.

Ultimi mesi del 1975. Si preparano i numeri zero de la Repubblica in piazza Indipendenza, a Roma. Scalfari, avendo accanto a se due eccellenze del giornalismo laico-socialista, Enzo Forcella e Andrea Barbato, si prepara a fare il Le Monde italiano: giornale di qualità (“secondo giornale”), a orientamento socialista. Forcella e Barbato, nominati in Rai, andranno via prima dell’uscita in edicola del giornale, fissata per il 14 gennaio 1976.

Agosto 1976. Gianluigi Melega, anima della prima fase del giornale – in rappresentanza della Mondadori, socia al 50% col gruppo Espresso e proveniente da Panorama (“I fatti separati dalle opinioni”) - lascia dopo appena sette mesi il giornale, per andare a dirigere il settimanale L’Europeo. Lo scalfarismo può espandersi a dismisura. Negli anni la Repubblica diviene un giornale insieme colto e popolare, nazionale e locale, con i fatti intrecciati alle opinioni; un “giornale-partito” passato dall’alleanza con il decadente Psi, nel frattempo precipitato nel craxismo, alla conquista dell’elettorato/lettorato comunista.

1987. A soli nove anni dall’esordio in edicola, la Repubblica sorpassa in vendite (oltre che in autorevolezza e peso politico e sociale) il più importante giornale italiano, il Corriere della Sera. 664.537 copie al giorno, contro le 538.263. E’ un record mondiale. Dopo aver mollato l’iniziale progetto a tiratura media (150-200 mila copie), erano stati il rapimento di Moro, la sua uccisione da parte delle Brigate Rosse e la linea della “fermezza” – ricorda Scalfari nella prefazione del libro di Recanatesi – a portare la Repubblica “al punto di pareggio e poi ben oltre fino a raggiungere il Corriere della Sera e a superarlo”.

1989. Scalfari e Caracciolo vendono le proprie quote del gruppo Espresso-Repubblica al finanziere Carlo De Benedetti. Eppure Scalfari, il cui primo lavoro è stato il croupier (professione del padre) e poi si è occupato di banche e finanza, non era solo il direttore forse di maggior successo al mondo, ma anche il giornalista più libero, dipendendo solo da se stesso. Perché rinuncia a questo stato di totale autonomia? Perché si sta per entrare, afferma, in una fase in cui ci sarà bisogno di grandi risorse e investimenti.

6 maggio 1996. Scalfari, dopo vent’anni, lascia (o viene convinto a lasciare dal suo editore) la direzione del giornale da lui creato a propria immagine e somiglianza. Il sostituto - Ezio Mauro, direttore da quattro anni de La Stampa – non è esattamente quello che lui avrebbe voluto. Pare che le sue preferenze andassero al fidato Valentini. Ma alla fine acconsente alla scelta di De Benedetti.

14 gennaio 2016. Dopo altri vent’anni, Mauro lascia in favore di Mario Calabresi, anch’egli proveniente dalla direzione de La Stampa. Questa volta il Fondatore non è stato nemmeno formalmente consultato o preventivamente informato da De Benedetti. Va su tutte le furie, minaccia di dimettersi da editorialista del giornale. Ma poi tutto rientra.

Marzo 2016. Nasce quella che è stata chiamata, con un brutto neologismo, Stampubblica: la fusione (o scioglimento) del gruppo editoriale Fiat, comprensivo di La Stampa e Il Secolo XIX, con quello di De Benedetti, già Espresso-Repubblica. Si pongono problemi seri di concentrazione del controllo dell’informazione e della raccolta pubblicitaria, e di snaturamento in particolare delle caratteristiche originarie, pur residuali, de la Repubblica.

Mentre Recanatesi racconta la straordinaria galoppata della squadra scalfariana col candore e l’entusiasmo del cronista sportivo (lavorava al Corriere dello Sport, nel palazzo di piazza Indipendenza in cui è nata la Repubblica), Valentini alterna risentimento e toni stizziti. Il sottotitolo del suo libro, che ha dedicato ovviamente “a Barbapapà”, cioè a Scalfari, è assai significativo: “Maxi-fusione, conflitti d’interessi e retroscena: ascesa e declino di un giornale che è diventato un gruppo di potere. Il racconto di uno dei fondatori”. Valentini ce l’ha con i due direttori insediatisi al posto che riteneva, scalfarianamente, alla sua portata (il “nano ghiacciato” Mauro e il “gigante nano” o “orfano d’Italia” Calabresi, dai quali lamenta di aver ricevuto dispetti, ostilità e aggressività). Ma soprattutto ce l’ha con De Benedetti. Questi gli ha preferito per due volte un altro direttore a la Repubblica . Ma è con Stampubblica che l’“ingegnere impuro” avrebbe tradito definitivamente lo spirito scalfariano de la Repubblica: una mega-concentrazione “destinata a produrre fatalmente una stenosi nell’apparato circolatorio, alterando così l’intero mercato e restringendo il diritto all’informazione di tutti i cittadini”.

Questo non fa una grinza. Ma siamo proprio sicuri che la Repubblica sia stata tradita da De Benedetti o solo da lui?

C’è da dire che c’è chi imputa a Scalfari il peccato originale di aver tradito nel corso del 1976 il progetto-Le Monde, che avrebbe dovuto accogliere le istanze di democratizzazione e di modernizzazione degli anni Settanta, e di essersi proiettato nel nuovo mondo, libertinamente, con un giornale pop. Sarebbe entrato così in sintonia, negli anni Ottanta, con una società, sempre meno interessata alla democratizzazione, che ha inseguito il mito della modernizzazione (anche solo di facciata e “senza sviluppo”).

Ma Valentini non ha dubbi: il problema storico de la Repubblica è stata “la rottura fra la gestione ardimentosa e principesca di Caracciolo e quella finanziaria e padronale di De Benedetti”. Anche questo non fa una grinza. Ma chi nel 1989 volle, teorizzò, consentì e attuò quella rottura, spalancando le porte a De Benedetti e portandosi un bel po’ di quattrini a casa? Ancora lui, Barbapapà, il venditore di quote azionarie Eugenio Scalfari. Questo però lo scalfarianissimo Valentini non lo può o comunque non lo vuole dire.

(*) LEGGERE:TUTTI,  aprile 2017