Analisi

Ma che c’entra Grillo
(almeno per ora)
con i problemi
dell’informazione
in Italia?

BEPPE LOPEZ (*)

Bontà sua, Reporters sans Frontières regala dunque all’Italia un balzo di venticinque posizioni nella classifica della libertà di stampa. Come ci fanno sapere, il nostro Paese passa dal 77° posto al 52°, in particolare “grazie ad alcune assoluzioni nel caso Watileaks”. Beninteso, però, sempre dietro grandi, illuminate e illustri democrazie come Jamaica, Estonia, New Zealand, Slovakia, Surinam, Samoa, Namibia, Uruguay, Ghana, Cabo Verde, Latvia, South Africa, Chile, Trinidad and Tobago, Lithuania, Slovenia, Belize, Burkina Faso, Comores, Botwana, Tonga, Papua New Guinea, ecc. ecc.. Sembra una barzelletta, ma è invece una storia, che si ripete ogni anno, con la puntuale esaltazione (autopunitiva) dei dati forniti dalla ong francese, da parte di giornali e sedicenti rappresentanti della opinione pubblica nazionale.

Il rito si è ripetuto in questi giorni. la Repubblica e il Pd, in particolare, hanno riservato alla classifica di Rsf una straordinaria attenzione. Il quotidiano fondato da Scalfari gli ha dedicato un forte richiamo in prima e addirittura le prime due pagine della foliazione. Mentre il maggior partito italiano, direttamente detentore di una gran fetta di potere e di consensi nel mondo dei media, e tradizionalmente scettico rispetto sull’arbitraria graduatoria annuale di Rsf, stavolta l’ha adottata, esaltata e presa per oro colato. Non basta che anche un tipo autorevole come Bill Emmot, per dieci anni direttore dell’Economist, proprio su la Repubblica, valuti “positivamente” il giornalismo italiano e giudichi “sbagliato” il giudizio di Rsf sull’Italia.

I geniali osservatori e classificatori di Rsf non erano contenti di mettere sistematicamente l’Italia dietro sigle di Paesi che definire Stati è già ardito e democrazie un’iperbole, ignorando l’incomparabilità fra essi e società complesse come quella italiana. Non volevano limitarsi a prendere in seria considerazione il “caso Watileaks” per certificare lo stato di salute della libertà di stampa in Italia – e non in Vaticano - l’anno scorso per sbatterci al 77° posto e quest’anno per elevarci al 52°. Non bastava loro tralasciare sistematicamente il ruolo decisivo che in sistemi mediatici come il nostro hanno determinate caratteristiche strutturali: la storica mancanza di editori puri, la selvaggia lottizzazione televisiva, il formidabile flusso di danaro pubblico a discrezionale vantaggio di questa o quella iniziativa editoriale, il diffuso conflitto di interessi, la mancanza di un vero mercato dell’informazione, la concentrazione proprietaria di organi di informazione e di raccolta pubblicitaria. Quest’anno hanno voluto fare di più. E si sono inventati che, a parte mafia e Isis, il pericolo n.1 della libertà in Italia è Beppe Grillo, insieme ai Di Maio, ai Di Battista e alle Raggi.

E’ perciò che il partito e il giornale più critici con il Movimento Cinque Stelle si sono buttati a peso morto – peraltro in buona compagnia – sulla comunicazione annuale di Rsf. Il capogruppo alla Camera del Pd, il super-renziano Ettore Rosato, ne ha approfittato per ricordare che “noi denunciamo da tempo” il pericolo rappresentato da Grillo e i suoi per la libertà di stampa. Per il deputato super-renziano Andrea Romano, sino all’altro ieri condirettore dell’organo del Pd l’Unità, Rsf  “attesta” che i grillini “usano il manganello”. Sì, come le squadracce fasciste di un tempo.

Significativamente, nella stesso giorno in cui è stata diffusa la classifica di Rsf (mercoledì 26 aprile) e dagli stessi giornali in cui essa veniva pubblicata (il 27 aprile), si veniva a sapere dello “stop di Renzi” ad una moschea il cui insediamento in una ex-caserma di Firenze era stato già approvato dal super-renziano e successore di Renzi sulla poltrona di sindaco della città medicea, Dario Nardella. “A costruire 53 mila metri quadri di case, uffici e negozi in quella stessa area”, riportava il Corriere Fiorentino, “potrebbe essere la Pessina Costruzioni: il socio principale del quotidiano di riferimento del Pd, l’Unità, al centro pochi giorni fa di un’inchiesta di Report”. In questa inchiesta si faceva riferimento a grossi affari dell’Eni in Kazakhistan, ai quali sarebbe stata associata anche la Pessina mentre era in corso la trattativa per il salvataggio de l’Unità.

Ma per Rsf i problemi della libertà di stampa in Italia non riguardano i rapporti fra potere politico e affaristi, non la mancanza di editori veri, non l’occupazione militare della Rai, non i conflitti di interesse, non la concentrazione proprietaria. No. Il problema dei problemi sarebbe costituito dalle intimidazioni, dalle ingiurie e dalle “liste” di un partito/movimento che non ha ancora messo nemmeno un ditino nella “stanza del potere”.

Emmott dice che le “liste nere e attacchi” di Grillo “non li interpreterei come una limitazione della libertà di stampa”? che il giudizio di Rsf su di lui è “almeno prematuro” e che “naturalmente sarebbe un diverso discorso se Grillo fosse al potere”? Non fa nulla. Il treno della speculazione sulle balordaggini di Rsf parte lo stesso. “Libertà di stampa, Grillo un problema”. “Prima Rsf era il verbo, ora non vale più”. “Grillo intimidisce i giornalisti scomodi”. “Le minacce che mettono Beppe tra i nemici della stampa libera”. “La stampa è meno libera? E’ tutta colpa di Grillo”. “Reporter senza frontiere: Grillo è un problema per l’informazione”. “Perché Beppe Grillo è una delle cause della scarsa libertà di stampa in Italia”…

Ovviamente il leader e i miracolati, massimi esponenti del Movimento Cinque Stelle hanno fatto di tutto, in questi anni, per mettersi contro tutti e in particolare per dispiacere a giornali e giornalisti. Sia con iniziative forti, più o meno condivisibili o discutibili (l’azzeramento dei contributi pubblici all’editoria, l’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti, ecc.), sia con atteggiamenti provocatori o semplicemente ingiuriosi. Ma è un movimento che non a caso non vuole fare accordi con nessuno. Che ha un capo mezzo politico e mezzo comico, che usa e abusa del doppio registro oratorio. E che non ha risolto il suo problema di fondo: il livello e le modalità di intreccio fra la realtà e le garanzie della democrazia rappresentativa, e la trasparenza e la partecipazione assicurata dal metodo della democrazia diretta.

Una cosa però è certa: per le condizioni miserevoli in cui versano la nostra informazione, i nostri giornali e la nostra Tv – miserevoli dal punto di vista della nostra storia, cultura, sensibilità ed esigenze, non di quelle del Belize o del Burkina Faso, o peggio della capacità degli analisti di Rsf – non ha nessunissima responsabilità. Almeno per ora.

(*) Il Fatto Quotidiano, 29 aprile 2017