Analisi

Due mesi
di sospensione
per Facci: una misura insieme ridicola
e impropria

BEPPE LOPEZ

Il Consiglio di disciplina territoriale dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia ha disposto la sospensione per due mesi del giornalista Filippo Facci, ritenendo che “con la sua condotta abbia compromesso la stessa dignità della professione ridotta a grancassa dell’ostilità e del livore contro chi appartiene ad un’altra sfera culturale”.

Il procedimento disciplinare – che prevede ora un ulteriore passaggio, presso il Consiglio di disciplina nazionale dell’Ordine – riguarda un articolo pubblicato da Facci su Libero (“Perché l’Islam mi sta sul gozzo”) e sul sito di quel giornale (“Filippo facci svela il vero volto dell’Islam: Perché lo odio”). Esso si basa sulle norme che regolano la professione giornalistica, in particolare quella che concerne il rispetto dei diritti fondamentali delle persone, e la norma generale che vieta la diffusione di idee fondate sull’odio razziale.

Indubbiamente Facci appartiene a una scuola “giornalistica” e lavora in una bottega “giornalistica” che da anni si distinguono per la produzione delle peggiori nefandezze “giornalistiche”. Sul piano innanzitutto della cultura professionale e della tecnica, oltre che su quello politico e delle idee. A parere di chi scrive, in quest’area si pratica un’attività prevalentemente non più giornalistica in senso stretto.
Facci con quell’articolo, e non solo con quello - a parere di chi scrive – non onora la professione giornalistica. Ancora prima, sembra quasi non volerle riconoscere alcuna dignità, quasi scambiandola per l’odiata (da lui) pratica del “politicamente corretto”.
E si può comprendere perché siano state tirate in ballo, per le sue idee e per il suo linguaggio – anche professionalmente poco dignitoso – le questioni dei “diritti fondamentali delle persone” e della diffusione di “idee fondate sull’odio razziale” (nella misura in cui queste categorie, previste nelle nostre norme, hanno un senso).
Detto questo e in considerazione dello straordinario rilievo assunto dalle questioni sollevate dal caso-Facci nel sistema mediatico italiano e nella professione giornalistica, la sanzione della sospensione per due mesi dall’Ordine appare ridicola e al contempo impropria (colpendo in un’area di principi e di pratiche, pur gravemente inquinata negli ultimi tempi, in cui valgono il diritto di esprimere di idee e la libertà di opinione).
Ben altro e ben di più si dovrebbe fare, anche da parte dell’Ordine, oltre che autonomamente da parte della categoria e dei singoli giornalisti, per sradicare dal terreno del giornalismo italiano la malapianta, il baobab, anzi la foresta dell’insulto, della volgarità, della faziosità, del mercenarismo e del fango.
Altro che quei due mesi – che probabilmente rimarranno sulla carta – per quella singola, volgare, odiosa articolessa e intenzionale provocazione di Facci ("Il linguaggio era durissimo, volutamente”)!
Basti solo registrare che tutti sono scattati, come un sol uomo, in sua difesa. “Basta, aboliamo l’Ordine!”. “Così si colpiscono le parole, le idee!”. In questo coro di scandalizzati si distinguono quelli che più hanno abusato della tolleranza deontologica dell’Ordine, dopo aver goduto per decenni della sua tutela corporativa.