Analisi

Scalfari,
il “non credente”
che dice al Papa
cosa fare in materia
di scomuniche
e beatificazioni

BEPPE LOPEZ

Forse meritava ben più attenzione - e soprattutto analisi non viziate dal pregiudizio - la nuova intervista concessa dal Papa a Eugenio Scalfari. E comunque sono passati ingiustamente sotto silenzio alcuni suoi notevoli passaggi, marginali rispetto al tema scelto per la forte titolazione che le ha riservato la Repubblica, nella prima pagina e nelle due paginate successive: “Francesco: Il mio grido al G20. No ad alleanze contro i migranti” (8 luglio 2017).

Per esempio ci si può chiedere: può un giornalista, un grande giornalista – storicamente laico, che si ostina a definirsi tuttora “non credente” – andare dal Papa per una intervista e scriverne chiarendo ai lettori che “il tema principale della nostra conversazione è il Dio unico, il Creatore unico del nostro pianeta e dell'intero Universo”? Sì, se si chiama Eugenio Scalfari.

E può rivolgersi al suo intervistato, chiamandolo “Santità”, ovviamente con la “S” maiuscola? Questo Scalfari non dovrebbe farlo, come non dovrebbe farlo nemmeno uno stagista alle prime armi, ma Scalfari a novantadue anni lo fa.

Così, nell’ennesimo colloquio che gli concede il capo della  Chiesa Cattolica (o che lui concede a questi), lo chiama proprio così: Santità. E lo fa ripetutamente, quasi ossessivamente.

“E una voce mi ha salutato: era di sua Santità”… “Santità,. ho tredici anni più di lei”… “Qual è il pericolo di queste alleanze, Santità?”… “Lei pensa, Santità…”. “Lei, Santità, dovrebbe saperlo meglio di me…”. “Santità, se me lo consente ora vorrei io porle due domande…”. “Non le sembra, Santità…“Se lei lo facesse, Santità…”.

Il Papa, lo interrompe, con un più cordiale: “Lei, caro amico…”.

Scalfari non demorde e continua imperterrito, rigorosamente non in ginocchio (non foss’altro per ragioni di salute): “Santità, ha mai pensato di mettere per iscritto…”. E ancora: “Lei, Santità, è il vescovo di Roma…”, vale a dire della diocesi cui apparterrebbe Scalfari, se non fosse “non credente”.

Ma il decano del giornalismo democratico e progressista italiano fa ancora di più. Premettendo che “apprezzo moltissimo la predicazione di Gesù di Nazareth che considero un uomo e non un Dio”, dice al Papa cosa deve fare il Papa, al massimo livello delle sue funzioni di vicario di Cristo in terra. E lo racconta serenamente ai propri lettori, senza alcun tono di spavalderia ma, si intuisce, con una altissima considerazione di sé e delle proprie capacità di fare pure il Papa, se solo glielo facessero fare, e di farlo assai bene. Forse meglio dell’attuale titolare della carica.

Difatti, discettando di immanenza e di trascendenza, sulla base dei suoi molteplici studi, scritti e libri di filosofia, di teologia, di morale e di etica, Scalfari dice a Bergoglio, papale papale, che la Chiesa quattro secoli fa sbagliò a scomunicare Spinoza. Certo, egli affermò che “Dio è immanente, non trascendente”, ma è arrivata l’ora di togliere quella scomunica. Bergoglio deve toglierla!

E perché dovrei togliergliela? chiede rispettosamente Bergoglio a Scalfari, se in effetti “il nostro Dio è unico e trascendente?”.

Con calma e pazienza, Scalfari spiega al recalcitrante Papa perché e come, per il caso-Spinoza, il Papa deve fare il Papa: “La ragione è questa: Lei mi ha detto in un nostro precedente colloquio che tra qualche millennio la nostra specie si estinguerà. In quel caso le anime che ora godono della beatitudine di contemplare Dio ma restano distinte da Lui, si fonderanno con Lui. A questo punto la distanza tra trascendente e immanente non esisterà più. E quindi, prevedendo questo evento, la scomunica si può già da ora dichiarare esaurita”.

Disarmato, il Papa deve ammettere che “c’è una logica in ciò che lei propone”. Ma recalcitra ancora, anche perché la proposta “poggia su una mia ipotesi che non ha alcuna certezza e che la nostra teologia non prevede affatto. La scomparsa della nostra specie è una pura ipotesi e quindi non può motivare una scomunica emessa per censurare l'immanenza e confermare la trascendenza”. Insomma Scalfari avrebbe ragione se il Papa in carica non avesse torto.

A questo punto, mancata la cancellazione della scomunica per Spinoza, almeno per ora, il grande giornalista, autorevole intervistatore e non-credente fa un’altra cosa che sembra avere poco a che fare col giornalismo, con l’intervista e con la non-credenza: “Personalmente penso che uno come Pascal andrebbe beatificato”. Beninteso, spiega al Papa il perché e il percome.

A tal proposito Bergoglio deve arrendersi: “Lei, caro amico, in questo ha perfettamente ragione”. E promette di fare subito la cosa alla quale, sbadatamente, non aveva ancora pensato: la beatificazione di Pascal. Quasi scusandosi, si impegna a “far istruire la pratica necessaria e chiedere il parere dei componenti degli organi vaticani preposti a tali questioni, insieme ad un mio personale e positivo convincimento”.

Ma Scalfari, aperta la breccia, ha in serbo un altro colpo. Miracoloso. Profetico. “Santità ha mai pensato di mettere per iscritto un'immagine della Chiesa sinodale?”. “No perché dovrei?”. “Perché ne verrebbe un risultato abbastanza sconvolgente, vuole che glielo dica?”. “Ma certo mi fa piacere, anzi lo disegni”. Il Papa fa portare carta e penna e Scalfari disegna. “Faccio una riga orizzontale e dico questi sono tutti i vescovi che Lei raccoglie al Sinodo, hanno tutti un titolo eguale e una funzione eguale che è quella di curare le anime affidate alla loro Diocesi. Traccio questa linea orizzontale poi dico: ma Lei, Santità, è vescovo di Roma e come tale ha la primazia nel Sinodo perché spetta a Lei trarne le conclusioni e delineare la linea generale del vescovato. Quindi il vescovo di Roma sta sopra la linea orizzontale, c'è una linea verticale che sale fino al suo nome e alla sua carica. D'altra parte i presuli che stanno sulla linea orizzontale amministrano, educano, aiutano il popolo dei fedeli e quindi c'è una linea che dall'orizzontale scende fino a quello che rappresenta il popolo. Vede la grafica? Rappresenta una Croce”.

Sconvolgente. Geniale. Come non averci pensato prima? “È bellissima questa idea”, ammette Bergoglio: “A me non era mai venuto di fare un disegno della Chiesa sinodale, lei l'ha fatto”.

Tra alcuni consigli salutistici (“Deve bere due litri d'acqua al giorno e mangiare cibo salato”), una scomunica da togliere, una beatificazione da deliberare e la grande scoperta grafica della Chiesa sinodale, il Papa si vede rivolgere, lui dal giornalista, una domanda sui giornalisti!

Scalfari: “Ma ora voglio farle una domanda: quali sono pregi e difetti dei giornalisti? Lei, Santità, dovrebbe saperlo meglio di me perché è un assiduo oggetto dei loro articoli”.

Giustamente Bergoglio lo rimbecca: “Sì, ma mi interessa saperlo da lei”.

E qui Scalfari glielo dice: “Lasciamo da parte i pregi, ma ci sono anche quelli e talvolta molto rilevanti. I difetti: raccontare un fatto non sapendo fino a quale punto sia vero oppure no; calunniare; interpretare la verità facendo valere le proprie idee. E addirittura fare proprie le idee di una persona più saggia e più esperta attribuendole a se stesso”.

Non è dato sapere cosa abbia pensato il Papa di un grande giornalista, che ha notoriamente il merito/demerito storico di aver risdoganato, negli anni Settanta, la vecchia formula del giornalismo politico fondato sull’intreccio tra fatti e opinioni (i fatti NON separati dalle opinioni), sino a vedere lanciata l’accusa di “giornale-partito” a la Repubblica, e che ora serenamente avverte/ammette che uno dei grandi difetti dei giornalisti è quello di “interpretare la verità facendo valere le proprie idee”.

E quando l’incontro finisce, il Papa accompagna alla macchina l’anziano Scalfari, “salutandomi fino all’ultimo agitando il braccio e la mano mentre io – lo confesso – ho il viso bagnato di lacrime di commozione”.

 

Di commozione e di orgoglio, si può intuire. Certo, Scalfari ha dovuto incassare il no su Spinoza, non sa che fine farà la sua immagine grafica della Chiesa sinodale, ma almeno la beatificazione di Pascal l’ha attivata.