Analisi

L'IDIOSINCRASIA
DI D'ALEMA
PER LA PAROLA
"SINISTRA"
E L'"AMALGAMA
NON RIUSCITO"

BEPPE LOPEZ (*)

“La parola sinistra non ci sarà”, ha sentenziato D’Alema, a proposito del nome del nascente raggruppamento di sinistra. Se ciò avvenisse, il più tenace erede della tradizione comunista italiana, nella sua versione post-togliattiana, rischia di fare il bis. Dopo essersi visto intestare il fallimento della sinistra nello scorso ventennio - al di là dei propri stessi demeriti individuali - si intesterebbe questa volta in solitario il fallimento di una seconda edizione, in formato ridotto, di quello che lui stesso ha definito un “amalgama non riuscito”, il Pd.

Questa volta non c’è un Veltroni ad assumersi il ruolo di “padre nobile” (come vuole Scalfari) di quel tragico fallimento, dividendosene comunque la responsabilità con il Migliore della sua generazione. Questa volta i suoi compagni di strada, a parte Civati, si chiamano Bersani e Fratoianni.  E Sinistra Italiana vuole stare a sinistra, con tanto di nome. Mentre proprio il buon Pierluigi, il meno post-togliattiano dei dalemiani storici, ancora ieri parlava di voler mettere in moto una “sinistra plurale e civica”. Non si riferiva al nome del nuovo partito. Ma è significativo che, nelle stesse ore di  quel diktat dalemiano (“La parola sinistra non ci sarà”), Bersani si lasciava sfuggire o pronunciava intenzionalmente la parola “sinistra”.

Ha ragione D’Alema: l’amalgama non è riuscito. Ma ha torto a pensare che questo sia avvenuto solo per gli errori collezionati dal gruppo dirigente del Pd. In realtà, era inevitabile che quell’accrocco non riuscisse ad esprimere una politica riconoscibile ed unitaria che riscaldasse gli animi di iscritti ed elettori.

“La Sinistra di per sé è un male. Soltanto l’esistenza della destra rende questo male sopportabile” è una celebre battuta attribuita all’allora presidente dei Ds. Ma D’Alema se ne faccia una ragione: il Paese ha bisogno (anche) di una sinistra. Di nome e di fatto. Normale.

 (*) Il Fatto Quotidiano, 30 novembre 2017

 

 SULLO STESSO ARGOMENTO

 

2013. IL DP SI SPACCHI FINALMENTE

PER IL BENE DEL PèAESE E DELLA SINISTRA

La tendenza alla mimetizzazione e la pretesa dell'egemonia costituiscono probabilmente le caratteristiche fondamentali - incancellabilmente contraddittorie - della gran parte dei "dirigenti" eredi e orfani del vecchio Pci, primo fra tutti "il Migliore" Massimo D'Alema. Anziché spogliarsi finalmente della pesante e devastante eredità togliattiana  (con il calcolo politico che faceva premio su tutto) e rivendicare con orgoglio il ruolo comunque assunto dal Pci nella difesa e nell'emancipazione della classe operaia italiana, essi dalla fine gli anni Novanta si sono vergognati di essere stati comunisti (sino a negarlo, con ignominiosa spudoratezza) ma hanno continuato di fatto a praticare il metodo togliattiano (questo, sì, addirittura rivendicandolo).

Si spiega così - dopo la sincera e commossa parentesi di Occhetto, considerato un incapace, cioè indegno della lezione togliattiana, da D'Alema - l'ostinazione a chiamarsi, intenzionalmente e vagamente, "Partito Democratico di Sinistra" e poi "Democratici di Sinistra", il primo "ideologicamente legato ai valori della socialdemocrazia" e il secondo "appartenente all'area della sinistra democratica e ideologicamente legato ai valori della socialdemocrazia", ma mai avendo il coraggio, la coerenza e la trasparenza di richiamarsi nel nome al socialismo o alla socialdemocrazia, pur approdando al Partito Socialista Europeo. Si spiega così la nascita dell'Ulivo (e l'invenzione d'alemiana della candidatura di Romano Prodi) nel 2004. Si spiega così infine la fusione con i cattolici della Margherita e la fondazione del Partito Democratico - con la scomparsa anche della parola "sinistra" (troppo, eh?) - nel 2007 con l'intento di "contribuire a costruire e consolidare, in Europa e nel mondo, un ampio campo riformista, europeista e di centro-sinistra, operando in un rapporto organico con le principali forze socialiste, democratiche e progressiste e promuovendone l'azione comune". Qui la mimetizzazione della "ditta" è totale e definitiva: niente comunismo, niente socialismo, niente socialdemocrazia. Progressismo. All'americana (e possono gongolare insieme il tenace togliattiano D'Alema e lo stolido "kennedyano" Veltroni).

Una fusione a freddo si è detto. In realtà, un non-partito. Incapace di decidere e di governare, dando un punto di riferimento anche solo all'opinione pubblica "progressista". Trascinatosi fra imboscate, "inciuci", sconfitte elettorali, frantumazione in correnti e correntine (esistono oggi persino i "lettiani", che non c'entrano niente con i "franceschiniani", che alternano sentimenti di ostilità e di intesa con i "renziani", per non parlare dei "prodiani", dei "bindiani", dei "mariniani", ecc. ecc., rimanendo beninteso solo nell'area dell'ex-Margherita!). E finito oggi, con l'irruzione dei "cittadini" di Grillo e Casaleggio sulla scena istituzionale, nella tragicommedia della vittoria/sconfitta elettorale, della candidatura a vuoto dell'ex-d'alemiano Bersani, delle imboscate ai danni dei candidati al Quirinale Marini e Prodi...

Al di là di tutto questo, la nomenklatura del Pd ha preteso - in maniera plateale nella versione veltroniana - di bloccare e annullare l'articolazione della sinistra e del centro italiani (sino alla disattivazione del vendolismo e all'invenzione del centro tabacciano), rappresentando ed egemonizzando tutto ciò che non era berlusconiano.

Sono incalcolabili i danni inferti da questo non-partito - persino, virtuosamente, l'unico "non personale" e "non proprietario" rimasto in campo - alla democrazia italiana e al Paese, e prima ancora alla sinistra.

Per questo, non può non auspicarsi che il Pd finalmente scompaia anche e soprattutto chi è orgoglioso della storia della sinistra italiana (compreso il Pci e nonostante Togliatti, il togliattismo e i togliattini venuti dopo), chi ritiene che solo dai valori della sinistra possano essere tutelati gli interessi dei meno abbienti e degli ultimi, chi è convinto che il Paese possa incamminarsi sulla strada della dignità, della trasparenza e dell'efficienza delle istituzioni, della lotta alla corruzione, all'affarismo e alla criminalità, e della conquista del posto che gli compete nell'economia e nella società globalizzata, e chi è fermamente convinto che solo costringendo Berlusconi e il berlusconismo in condizioni di non nuocere (altro che grandi intese!) ci si potrà incamminare su questa strada

Stia al centro chi vuole stare al centro (con Renzi, con Monti e quant'altri), facendo onestamente, se ci riesce, la propria parte di moderati. Stia a sinistra (con Rodotà, con Barca, con Vendola e quant'altri) chi pone al centro della propria visione del mondo e dei propri valori la giustizia sociale. Solo così - altro che presidenzialismo, ipermaggioritario, vocazione maggioritaria... - anche chi è adesso nel Pd potrebbe finalmente riuscire a dare, insieme a vecchi e soprattutto a nuovi compagni di strada, un contributo al chiarimento e all'ammodernamento del sistema politico italiano e della nostra democrazia rappresentativa.  

(ilfattoquotidiano.it, 23 aprile 2013)

 

 

 2014. IL RENZISMO? COLPA DEGLI EX-PCI

(IN PRIMIS D'ALEMAS)

 

Io credo nel ruolo dei partiti, credo che un partito non possa essere il movimento del premier. I partiti dovrebbero avere una loro vita democratica, dei loro organismi dirigenti, sostanzialmente il Pd in questo momento non ha una segreteria, ma un gruppo di persone che sono fiduciarie del presidente del Consiglio. In questo modo il partito finisce per avere una vita molto stentata... Il consenso è importantissimo, ma i partiti sono delle comunità di persone che durano nel tempo, al di là del consenso che possono avere in un'elezione e, magari, un po' meno in quella successiva... Il consenso è sempre di più un dato fluttuante e proprio per questo occorre una struttura organizzata, una comunità che discute, che si confronta insieme sui problemi...

Ogni persona dabbene, anche non iscritta e non elettrice del Pd - unico partito non personale rimasto in campo sino a qualche mese fa - ha pensato e ha detto tutto questo sin dall'esordio di Matteo Renzi sulla scena politica nazionale. Esattamente come quanti ritenevano, sin dalla nascita, che il Pd - nella sua pretesa di mettere insieme ex-pci ed ex-dc e poi nella sua pretesa di dividersi maggioritariamente tutti gli elettori con il solo Berlusconi - era destinato al fallimento, prima paralizzandosi nella incapacità di prendere grandi e chiare decisioni e poi divenendo subalterno a tutto: allo status quo, alle grandi lobbies, ai cosiddetti poteri forti, all'Europa germanizzata e ovviamente al primo furbetto di passaggio che si accontentasse di galleggiare, di "annunciare" e di "ben comunicare".

Sinora Massimo D'Alema - che ha pronunciato l'altro ieri le condivisibilissime affermazioni riportate fedelmente nel primo capoverso di questo scritto - ha invece fatto finta di non capire. Ha prima tentato invano di dominare in quel guazzabuglio che è il Pd (e non c'è riuscito, tanto da uscirsene ad un certo punto con l'affermazione, da volpe che non riesce a prendere l'uva, dell'"amalgama mal riuscito") e poi di far suo o di trattare o perlomeno di costringere ad un accordo, magari sottaciuto e personale, colui che nacque come suo "rottamatore". Niente. E, guarda un po', finalmente il lucido D'Alema fa quelle lucidissime dichiarazioni solo dopo essere stato trombato da Renzi in sede di nomine europee.

Bene, si dirà, chi è causa del suo mal pianga se stesso. Ma il fatto è che a prenderla sul muso non è solo D'Alema, che se lo stramerita, ma l'intero paese, peraltro in una fase di gravissima crisi, finito nelle mani di un Fonzie le cui categorie adolescenziali di nemici da combattere sono i gufi, i rosiconi e i professoroni, e i cui strumenti comunicativi più importanti sono neologismi come annuncite e supplentite.

Uno degli errori più imperdonabili che vanno commettendo da qualche mese i commentatori politici italiani di ogni ordine e grado - con conseguenze devastanti sulla opinione pubblica - è quello di dare la colpa a Renzi per ciò che sta facendo Renzi. Si è arrivati a scriverne come "l'uomo che ha svuotato la sinistra", quando appare in tutta evidenza che solo una sinistra già abbondantemente, se non totalmente svuotata (ammesso e non concesso che il Pd voglia e possa ancora essere ascritto a una qualche "sinistra"), poteva consentire a una botticella ripiena di vuoto e di bullismo infantile di galleggiare nel suo mare.

No, Renzi non ha colpe. Lui fa il suo mestiere, ciò che sa fare e ciò che riesce a concepire. Di ben altri sono le colpe. Anzi all'uomo di Rignano sull'Arno possono essere fatti solo complimenti. Non avendo alle spalle un grande apparato di partito come i D'Alema e i Veltroni, non disponendo di mezzo mercato televisivo e pubblicitario e di un patrimonio paperonesco come Berlusconi, non potendo vantare le aderenze europee di un Monti o di un Enrico Letta, e non avendo nemmeno acquisito l'autorevolezza di un Prodi, è riuscito in dieci anni, tra i 29 e gli attuali 39 anni, a fare il presidente della provincia di Firenze, poi il sindaco di una delle più belle città del mondo, quindi il segretario del più importante partito italiano, dopo due mesi il capo del governo italiano e infine - anche se solo per sei mesi - il presidente del Consiglio dell'Unione Europea. Con questo ritmo potrebbe tranquillamente scalare nei prossimi dieci anni le sole postazioni che mancano al suo palmares: il Quirinale, l'Onu e il premio Nobel (per la pace o la letteratura, quest'ultimo in concorrenza con i "Philip Roth" italiani Veltroni e Franceschini), consentendo ai renzi-boys e alle renzi-girls di seguirne le ombre e di prendere i posti da lui man mano lasciati liberi. Altro che colpe. Chapeau, presidente Renzi!

Ora, di suo il bulletto non sarebbe arrivato a tanto (nemmeno Mussolini, senza la complicità della monarchia e della borghesia, sarebbe riuscito nella sua tragica impresa; probabilmente nemmeno Berlusconi, senza avere dalla sua la paura del capitalismo e della destra italica, sarebbe riuscito a sfondare). Bisogna allora individuare e nominare coloro che hanno la responsabilità storica di aver consentito all'"ebetino" di assurgere a capo della sinistra ufficialmente considerata e addirittura del paese, determinando, dopo il "ventennio berlusconiano", una fase di ulteriore, si spera breve e non definitivo indebolimento delle istituzioni democratiche e del costume nazionale.

All'inizio di tutto, ovviamente, ci sono la sua resistibilissima ascesa al vertice del Pd e quella straordinaria invenzione che sono le "primarie" (per le nomine anche interne al partito) aperte anche ad esterni e di fatto anche ad avversari del partito. Ma, al fondo di tutto, c'è di più: il "realismo politico" di questi nipotini degeneri e di bassa lega del togliattismo, ridotto a pratica di mera conservazione di carriere e di relazioni di potere.

L'ultima generazione di ex-comunisti (Veltroni, Fassino e a suo modo D'Alema, per non parlare dei Minnitti e scendendo per li rami delle Mogherini, delle Madia, ecc. ecc.), in compagnia questa volta dei coetanei "dirigenti di partito" ex-democristiani (a cominciare dai Franceschini), si son detti più o meno: lasciamolo fare, è un po' coglionazzo ma parla bene, si presenta bene, è l'unico di noi che può riuscire a prendere voti, poi in una qualche maniera deve fare i conti con noi... Solo che questi astutissimi strateghi sono l'uno contro l'altro, e il bulletto fiorentino sta facendo con loro come l'ultimo degli Orazi fece con i tre Curiazi.

Una cosa è certa: quello che sta avvenendo (un Fonzie a capo della "sinistra" e del governo del paese) e quello che di peggio potrà avvenire (un "burattino" che riesce ad avere definitivamente ragione dei burattinai e combina guai epocali) è l'ultimo disastro lucidamente compiuto ai danni del paese in particolare dagli ex-Pci, per i quali Berlinguer era più o meno incapace, antiquato e arretrato, e invece Craxi un politico moderno, innovativo e fattivo. Disastro ascrivibile in primis a D'Alema, Veltroni e Fassino. E in secundis a Bersani, che pure è quello che ha resistito più a lungo ma che ora sta mostrando, rispetto a Renzi, anch'egli troppo "realismo politico". Ma ormai ha poco tempo davanti a se per evitare il peggio. O si muove adesso o nemmeno lui potrà più essere utile a qualcosa.

(ilfattoquotidiano.it, 4 settembre 2014)