Analisi

LA LITIGIOSITA' POLITICO-MEDIATICA
E IL CASO
ANNIBALI-TRAVAGLIO

BEPPE LOPEZ

Forzature, strumentalizzazione e scatenamento dei bassi istinti. E’ successo ancora una volta per il caso Annibali-Travaglio. E’ sempre difficile venirne a capo, quando scatta questo scellerato meccanismo mediatico-politico-caratteriale. Ma cerchiamo di ragionare.

L’altro giorno Marco Travaglio ha osato scrivere: “La legislatura che sta per essere sciolta (si spera nell’acido) è stata una delle peggiori della storia repubblicana”. Come al solito, il direttore del Fatto Quotidiano non ci va tanto per il sottile, ma niente di che. Eppure c’è stata una reazione indignata da parte Lucia Annibali la donna di Urbino sfigurata dal suo ex fidanzato con l’acido: “Chi, come me, ha conosciuto gli effetti dell’acido, per sua sfortuna, si augura che questo non debba accadere a nessuno”.

Come se Travaglio si fosse augurato che questo accadesse a qualcuno e non invece ad una entità astratta come la “legislatura”. Come se non si usassero comunemente e innocentemente espressioni – truci, evidentemente, solo se riferite a persone – come “staccare la spina” et similia.

Dunque una reazione, quella dell’Annibali, totalmente ingiustificata e forzata. Ma subito strumentalizzata dagli avversari politici di Travaglio e al centro della solita guerra guerreggiata fra iene della tastiera.

Ma perché l’Annibali si è inserita in maniera così impropria in questa polemica? 

Basta, per capirlo, rilevare che “al fianco della sottosegretaria Maria Elena Boschi, è consulente di Palazzo Chigi (a titolo gratuito) sulle politiche contro le violenze di genere”? Al fianco di una Boschi notoriamente in rapporti di ostilità se non di rancore con Travaglio. Basta? Forse no, ma chissà.

E basta, ancora, leggere proprio oggi, all’indomani del suo intervento polemico verso Travaglio: “Tre candidati civici per combattere tre battaglie che Matteo Renzi ritiene centrali: disinformazione sui vaccini, lotta alla violenza sulle donne e lotta alla camorra. La campagna elettorale è ormai iniziata e, a meno di colpi di scena, i primi personaggi chiave che risultano avere accolto la richiesta del segretario del Pd per battersi su questi tre fronti sono rispettivamente: Roberto Burioni, Lucia Annibali e Paolo Siani”.

Bastano, dunque, la collaborazione con la Boschi e la candidatura alle prossime politiche per il Pd a comprendere come possa essere nata l’immotivata, forzata polemica con Travaglio? Forse no, ma chissà…

Intanto, scatta la canea (“inseguimento della selvaggina da parte dei cani da caccia”).

Matteo  Richetti, portavoce del Pd: "Su Lucia Annibali si è passato il segno. Nemmeno il rispetto per il suo coraggio, la sua sofferenza, la sua testimonianza. Tutto il Pd è con lei e mentre le esprime solidarietà si impegna a non far vincere mai cinismo e violenza verbale”.

Marianna Madia, ministra del Pd: "Certe volte basterebbe soltanto chiedere scusa e ammettere di aver usato un linguaggio offensivo e volgare. Un abbraccio a Lucia Annibali".

Valeria Fedeli, ministra Pd (all’Istruzione!): "Il linguaggio è fondamentale per consegnare alle giovani generazioni una società libera dall'odio e dalla violenza. Sempre con @LAnnibali, perché le sue battaglie riguardano ognuno e ognuna di noi".

Tutto questo, è bene ricordarlo, un uomo pur odiato e odioso (dal “cacciatore” e quindi anche dai “cani da caccia”), ha scritto che bisognava sciogliere nell’acido la “legislatura”, per la precisione la XVII legislatura, peraltro nel frattempo defunta su iniziativa di Mattarella e Gentiloni. Cioè la “facoltà di emanare leggi, dal punto di vista tecnico e politico” oppure  la “durata delle Camere, fissata in Italia in cinque anni, salvo il caso di scioglimento anticipato” oppure, “per estensione,  l'attività delle Camere nel periodo della loro durata”. Sostantivo femminile, facoltà, durata, attività,  concetto, parola astratta. Non riferita o riferibile a persona, nemmeno alla totalità dei nostri 945 legislatori (630 deputati e 315 senatori), nemmeno a uno solo di essi…

In tutto questo che c’entra la povera Lucia Annibali, vittima di un uomo che ne ha sfigurato il viso e alla quale non può non andare la solidarietà di tutti (persino, si può credere, di un tipino tosto come Travaglio)?

Non c’entra niente e non doveva entrarci. Anche per non venire immediatamente strumentalizzata dagli odiatori di professione e per servitù politica.

C’è infatti nell’episodio, in generale, un aspetto che riguarda la litigiosità politica, tipica dei nostri tempi. Nelle stesse ore in cui Lucia Annibali sgridava Travaglio per un uso a suo dire inappropriato dell’espressione “sciolta nell’acido” - in relazione alla XVII legislatura - c’era chi litigava sull’immagine di un fiore in un logo partitico (la Margherita) e chi si scornava sulla dizione di una mozzarella Dop (i bufalari campani contro i vaccinari pugliesi).

L’Italia di oggi, in cui dilaga lo sgarbismo televisivo, appare in ricerca permanente di elementi divisivi. In realtà, come ricorda sempre il linguista Pietro Trifone, “la faziosità nasce dalle ataviche divisioni del Bel Paese” e proprio la lingua “è stata un formidabile fattore unificante, ma porta ancora in sé, inevitabilmente, i segni di quelle divisioni”. Di qui il fiorire quotidiano di liti anche immotivate e strumentali su loghi e marchi, ovviamente, ma anche sull’uso della singola parola ed espressione.

A me capitò che un illustre meridionalista come Leonardo Sacco, negli anni Novanta, tentasse di impedire al quotidiano che fondai e diressi in Basilicata, La Nuova Basilicata, di usare il nome “Basilicata”. Se ne riteneva titolare unico, avendo per decenni diretto la rivista Basilicata. Se ricordo bene, fece un formale ricorso alla magistratura, che ovviamente archiviò.

Per decenni Pannella e i suoi hanno condotto una pervicace, utopistica  battaglia per impedire a tutti di usare la parola “radicale”. Il buon Bordin, facendo la rassegna stampa di Radio Radicale, si fermava ogniqualvolta incontrava quel termine per polemizzare, bofonchiare, ironizzare e qualche volta arrabbiarsi sul serio. Alla fine Pannella e pannelliani dovettero cedere le armi, di fronte all’uso massivo e mondiale di quella parola. Ma a Bordin tuttora sfugge qualche commento sdegnato, se non sprezzante contro cronisti e opinionisti che non ricorrano a sinonimi quali: risolutivo, definitivo, estremo, estremista, massimalista…