Analisi

IL CANTASTORIE CHE VISSE COME UN DIAVOLO
E CANTAVA
COME UN ANGELO

LUCA BALESTRIERI
(Ansa)

Ciao, Matteo, hai vissuto come un diavolo, ma quando cantavi, cantavi come un angelo". Fu questo il manifesto funebre che apparve sui muri di Apricena, in Puglia, nell'agosto 2005, mentre si svolgevano le esequie di Matteo Salvatore, considerato - negli anni 60-70 - uno dei più grandi cantautori italiani, se non il più grande: un "profeta", l'"Omero dei diseredati". Alla vita complessa, tormentata, trionfale e infelice de "L'Ultimo Cantastorie" è dedicato il libro di Beppe Lopez - giornalista, scrittore e blogger di fama - uscito in queste settimane in libreria per i tipi della casa editrice Aliberti. Il volume non rappresenta solo la biografia che ancora mancava nella storia scritta del Novecento italiano e delle sue tradizioni culturali e popolari, ma anche una sorta di giallo, un'indagine alla scoperta delle tante verità nascoste o travisate della vita di Salvatore, "un musicista sublime" ma allo stesso tempo "un uomo istrionico" e un "baro". Un angelo e un diavolo, come era stato scritto sul manifesto anonimo dei suoi funerali. Lopez rende omaggio al grandissimo artista pugliese, cantore dei poveri, dei braccianti, dei dimenticati, paragonato da molti a Bob Dylan, Woody Guthrie, Leonard Cohen, Johnny Cash. Non gli fa però sconti e indaga con puntigliosità sugli scheletri nascosti nell'armadio: lo strangolamento della sua compagna, un femminicidio derubricato presto a "incidente", e la complessa origine dei brani musicali di cui Salvatore finì per attribuirsi la paternità, dopo aver detto inizialmente di averli appresi dalla tradizione popolare.

    L'artista, nato nel 1925 in una delle famiglie più sventurate di Apricena, ai piedi del Gargano, in provincia di Foggia, visse un'infanzia e un'adolescenza di fame. Il padre era un facchino, un uomo di fatica, e la madre si fingeva mutilata per chiedere l'elemosina e raccattare qualche pezzo di pane da portare ai figli. Matteo rimase analfabeta ma all'età di 7 anni, ebbe la fortuna di conoscere un musicista cieco, un ultraottantenne "portatore di serenate", Vincenzo Pizzicoli, che gli insegnò a suonare la chitarra e gli trasmise - questa fu la prima versione di Salvatore - un patrimonio di 150 canti popolari pugliesi.
    Con la moglie Ida Signoriello e figli, Salvatore si trasferì poi per cercare fortuna a Roma, dove viveva in una baracca e suonava nelle trattorie, oltre che fare il posteggiatore abusivo. In un ristorante di Trastevere viene scoperto dal reuccio della canzone italiana, Claudio Villa, che gli apre le porte della Rai e dei giri che contano. La notorietà arriva negli anni '60 con la canzone "Lu suprastante", racconto della sopraffazione e dello sfruttamento dei bracciati pugliesi. È in questo periodo che Matteo abbandona moglie e figli per andare a convivere con una sua corista, Adriana Doriani. La loro storia d'amore è decisiva - spiega Lopez - nella vita e nell'arte dell'Omero di Apricena: i due "non hanno condiviso solo amore e sesso, casa e soldi, problemi e felicità. Hanno condiviso tutto.
    Lei ha aiutato lui, perfetto analfabeta, a cominciare a distinguere una lettera dall'altra e persino a scribacchiare qualcosa. Insieme, finalmente, hanno preso forma grafica i 'centocinquanta canti' che Matteo aveva appreso dal suo maestro cieco".
    Il 1973 è l'anno del cofanetto con quattro Lp e ben cinquantasei esecuzioni: "Le quattro stagioni del Gargano", di cui 23 vengono firmate a quattro mani, da Matteo e Adriana.
    Raccontano la fame, la povertà, lo sfruttamento, i braccianti, il lavoro, l'amore, l'allegria, la religione, i giochi, la morte, i proverbi, la ferocia dei prepotenti. Un capolavoro assoluto, un successo travolgente, la santificazione definitiva del "più grande cantastorie italiano", tanto che Matteo Salvatore, assaporato il gusto della gloria, abbandona la vecchia versione dei canti imparati dalla tradizione e sostiene, d'ora in poi, che le liriche sono farina del suo sacco. Il 26 agosto del 1973, a San Marino, avviene però anche la tragedia che cambierà tutto. Poche ore prima di un concerto, Matteo, padre-padrone nella coppia, ammazza Adriana, probabilmente accecato dalla gelosia per lei e forse anche da un senso di inferiorità intellettuale. Lopez ricostruisce la crisi dei due, il delitto, le fasi del processo, i tentativi di depistaggio da parte del cantautore. Alla fine Matteo Salvatore è condannato a 7 anni di carcere ma ne sconta solo 4. Non riesce però più a riprendersi. Vive da vagabondo squattrinato.
    Canta nei camping e nelle sagre estive pugliesi. Per anni è tenuto ai margini, se non dimenticato. Una storia, la sua, "sempre in bilico fra redenzione e dannazione". Ma forse - conclude Lopez - proprio in ciò sta "la sua persistente grandezza: in questa profonda contraddizione fra l'uomo e l'artista, fra la sua vita privata e la sua arte, oltre che nella sua irriducibilità, nella sua imprendibilità. Così forse lui si è difeso per tutta la vita da un mondo che non è mai riuscito a capire o anche solo ad accettare nella sua complessità, rimanendo il solo, l'unico vero cantante popolare italiano, non cellofanato dalla consapevolezza o dalla ricerca culturale né dall'industria discografica e dello spettacolo".

(ANSA, 18 agosto 2018).