Professione

MARTIRI DI CARTA
I giornalisti caduti
nella Prima
Guerra Mondiale

Gli intellettuali in guerra erano giovani ventenni che avevano cominciato a scrivere su giornali e riviste. Sono 264, i loro nomi sono Stuparich, Serra, Battisti, Gallardi, Boccioni, Niccolai, Umerini, ecc. Tutti gli scritti sono corredati da note esplicative, fotografie d’epoca, ritratti dei protagonisti e mappe dei luoghi delle battaglie. Nel panorama storiografico e giornalistico mancava un lavoro capace di unire biografie, storia sociale, storia militare e storia politica. Si tratta di un contributo capace di interessare, storici, giornalisti, appassionati e semplici lettori, anche in virtù della categoria dei giornalisti: storie vere, di uomini in carne in ossa, restituite grazie a una sistematica ricerca storica basata su un’ampia bibliografia, su centinaia di articoli di giornali e su documenti d’archivio.

GLI AUTORI. Pierluigi Roesler Franz, giornalista, ha lavorato per dieci anni presso la redazione romana del “Corriere Della Sera” di Milano e per venticinque anni presso la redazione romana de “La Stampa” di Torino; è stato per undici anni presidente dell’Associazione Stampa Romana. Componente del consiglio direttivo del Centro Studi del Diritto del Lavoro “Domenico Napoletano” e del consiglio direttivo della federazione provinciale di Roma dell’Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valor Militare. Enrico Serventi Longhi è attualmente assegnista di ricerca e professore a contratto in storia contemporanea presso il dipartimento di scienze sociali ed economiche – Sapienza, università di Roma. è autore di una biografia-monografia sul giornalista e sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris. ha pubblicato diversi articoli in riviste storiche e curatele sul rapporto tra movimenti socialisti, rivoluzionari e nazionali e articolazione del potere politico tra Italia liberale, guerra europea e regime fascista.

MEDAGLIONI NON PRESENTI NELLA PRIMA EDIZIONE DEL VOLUME

1) GIORNALISTI DI PROFESSIONE

TOMASO DE BACCI VENUTI E LA ROMANITÀ DELLA DALMAZIA

"In questa maniera Venezia afferma per la prima volta e svolge la sua potenza là dove la natura stessa e le tradizioni inevitabilmente la conducevano, e le città romano-dalmate, per quanto diverse signorie abbiano dovuto ancora subire, sono ormai avvinte alla città della laguna con legami che ognora si rinnoveranno. Esse avevano conservato il loro carattere latino e nazionale pur fra l’imperversare delle invasioni più selvagge; nel contado i barbari restavano, è vero, ma ammansiti e costretti a subire il fascino della superiore civiltà latina, la quale riprendeva il suo cammino e la sua forza di espansione." (Tomaso De Bacci Venuti, La Dalmazia e la sua latinità fino al secolo undecimo, in La Dalmazia. Sua italianità, suo valore per la libertà d’Italia nell’Adriatico, A. F. Formiggini, Genova, 1915, pp. 30-31)

Avvocato, studioso di diritto e storia, Tomaso De Bacci Venuti (Firenze, 20 maggio 1888) era di antica e agiata famiglia aretina, con possedimenti a S. Fabiano. Il padre, in particolare, era il conte Gualtiero, noto pittore. Laureatosi in legge a Firenze, fu studioso di diritto internazionale e, allo stesso tempo, valido studioso di storia delle religioni. Nel 1913 scrisse la monografia "Dalla grande persecuzione alla vittoria del Cristianesimo", probabilmente la sua tesi di laurea, con cui ottenne il premio Villari con la pubblicazione nel catalogo di Hoepli. Nella prefazione di quest’opera manifestò chiaramente la sua posizione contro lo “pseudo positivismo” e si presentò come “storico della religione”. Se nel campo degli studi storico-religiosi sembrava trasparire la sua rigorosa affermazione di fede nella cristianità e nella civiltà italica, dai suoi saggi di natura giuridica si ricava la sua capacità di ragionare su problemi giuridici con prospettive di più ampio respiro, aperte al dibattito internazionale e a soluzioni multidisciplinari. In particolare fu collaboratore della "Rivista di Diritto Internazionale" dove fu incaricato della rubrica di “Cronache e commento di fatti internazionali” e della “Rivista Pedagogica” dove riassunse nel 1913 "Il convegno nazionale di Firenze per la lotta contro la delinquenza dei minori”. De Bacci Venuti fu attivo anche nel campo sociale e politico, facendo parte del Comitato pro Dalmazia, e scrivendo saggi di politica internazionale su "L'azione delle grandi potenze e la formazione dello Stato d'Albania" e "Dalla Conferenza di Algeciras alla soluzione della questione del Marocco". In piena campagna interventista, recensì ne l’ “Archivio Storico Italiano” il libro di Alessandro Dudan sulla monarchia asburgica. Sottotenente del 226° Reggimento fanteria – Brigata Arezzo, morì il 9 luglio 1916 nell'Ospedaletto da Campo 110 per le gravi ferite riportate in combattimento tre giorni prima sul Monte Zebio. Egli fu sepolto nella Cappella di famiglia, affrescata dal padre in suo onore, sotto una lapide che ricordava la varietà della sua attività, come avvocato, studioso della delinquenza minorile e storico delle religioni. A De Bacci Venuti fu conferita nel 1917 la medaglia di bronzo con la seguente motivazione: "Sereno ed orgoglioso del compito affidatogli, si portò con due plotoni ai suoi ordini su di una posizione fortemente battuta dall'artiglieria e dalle mitragliatrici nemiche, per proteggere il fianco sinistro del proprio reggimento seriamente impegnato contro ingenti forze, e, nonostante le ingenti perdite subite dal suo reparto, mantenne tenacemente, per ben quattro ore la posizione stessa, finché una scheggia di granata avversaria lo colpì mortalmente alla testa. Monte Zebio, 6 luglio 1916".

GIOVANNI MODENA E LA DEMOCRAZIA REGGIANA

" Nel culto delle memorie raccomando di aiutare ogni opera intesa alla grandezza della Patria e ispirata a sollevare le miserie degli umili, specie in quest’ora nella quale il flagello della guerra acuisce le loro miserie. (…) L’avvenire sarà delle folle col trionfo del lavoro, attraverso però un’opera lenta di educazione morale. La mia partenza per la guerra si ispira nella serenità intima che sento, alla ferma convinzione di contribuire direttamente alla difesa cruenta della libertà dei popoli, e di preparare l’ambiente a nuove conquiste dell’umano progresso. I funerali debbono essere in forma civile intendendo di non avere in essi nessuna manifestazione di culto. Muoio come vissi orgoglioso di avere appartenuto alla razza ebraica che apertamente sostenni in vita contro tutte le intolleranze e contro tutti i pregiudizi. (…) Ma voglio morire fedele alle mie convinzioni ispirate ai principi laici (anche quando sostenni istituzioni ebraiche), convinzioni che sempre mi portarono a lottare per rendere liberale la mia fede soggettiva di tutti i ceppi dogmatici imposti dalla tradizione." (Testamento politico di Giovanni Modena, Cremona, 28 novembre 1915, in In memoria di Giovanni Modena, Stab. Tip. Artigianelli di R. Bojardi, Reggio Emilia, 1920, pp. 42-44)

Appartenente ad una agiata famiglia di religione ebraica di Reggio Emilia, Giovanni Modena (Reggio Emilia, 30 luglio 1887) mostrò sin da giovani una spiccata propensione all’attività politica e sociale. Fondatore negli anni del Liceo di un Circolo giovanile di studi sociali, egli attrasse diversi giovani socialisti e fondò e redasse un settimanale di area, “Le Giovani Guardie”. Il giornale ebbe successo e divenne dopo poco tempo un organo socialista nazionale, trasferendosi a Roma sotto la direzione di Arturo Vella. Modena professò anche attraverso scritti sull’ “Avanti! della Domenica” idee antimilitariste, sebbene non mancassero echi risorgimentali e patriottici nella sua partecipazione a manifestazioni irredentistiche, dove sosteneva la guerra del popolo contro la guerra degli imperi. Negli anni universitari, passati alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Modena, egli fondò l’Associazione studentesca reggiana e continuò ad affiancare socialismo e patriottismo, partecipando assiduamente ai lavori dell’Unione democratica e del Blocco Democratico. Nel marzo 1910 fu iniziato nella loggia modenese “Nicola Fabrizi” e si laureò lo stesso anno. Tornato a Reggio fu tra i fondatori della loggia “Giosué Carducci” e del Sovrano Capitolo Giovanni Grillenzoni, raggiungendo il 9° grado. Aumentò la sua attività politica democratica e radico-socialista, contribuendo all’elezione dell’on. Meuccio Ruini. La sua attività nel Partito socialista giunse al culmine proprio nel biennio 1911-1912, quando però emersero le grandi contraddizioni fra la sua appartenenza alla massoneria e la sua militanza socialista. Appoggiò infatti l’impresa libica e fece parte del Comitato “Pro espulsi dalla Turchia”, allontanandosi dal suo partito fino alla rottura col socialismo ufficiale e l’espulsione dei membri affiliati alla massoneria. Egli uscì dal partito ed entrò definitivamente tra i gruppi democratici, divenendo molto attivo nell’associazionismo locale, promuovendo la “Pubblica assistenza” e le “Colonie scolastiche alpine”, due fiorenti istituzioni benefiche. Divenne segretario del Consiglio direttivo della Croce Verde e Presidente dell’Associazione dei vigili municipali.

Fu quindi fondatore del quotidiano “La Provincia di Reggio” e, dopo che questo giornale cessò le pubblicazioni, collaborò attivamente al settimanale “Il Risveglio Democratico”, dalle colonne del quale condusse nel 1914 un’incessante campagna interventista. Fu tra i promotori della conferenza tenuta al Politeama di Reggio da Cesare Battisti la sera del 25 febbraio 1915, conclusasi con incidenti con i neutralisti e con il suo ferimento per un colpo di bastone. Pur essendo stato riformato alla leva, volle ugualmente partire volontario come sottotenente. Capitano di intendenza della 9^ armata, in precedenza aveva combattuto come ufficiale dal 1915 nell'83° Reggimento fanteria – Brigata Venezia in Val Daone e sul Dosso Faiti sul Carso. Successivamente era passato nel 22° Reggimento fanteria - Brigata Cremona con cui aveva combattuto in Val di Ledro. Sopravvissuto alla guerra, egli morì però il 1° marzo 1919 per una malattia contratta al fronte. Le onoranze funebri rese alla salma di Modena a Udine furono caratterizzate da un lungo corteo civile e militare dietro una bara avvolta nel tricolore con la insegna del grado massonico di cui era insignito. Le sue ceneri vennero trasferite il 13 luglio 1919 dopo un nuovo funerale a Reggio Emilia e tumulate nel Cimitero israelitico suburbano di Reggio.

ENRICO PRETI E LA MERAVIGLIA DELLA GUERRA

"Quanto orribile e perfezionata è la guerra moderna! Macchine terribili di distruzione e di morte sono celate su verdeggianti collinette, in ridenti vallate, in incantevoli paesaggi."

Figlio di Roberto, un insegnante elementare, poeta ed autore di inni patriottici e di libri di testo per le scuole, Enrico Preti (La Maddalena, Sassari, 30 gennaio 1896) si era trasferito con la famiglia a Pavia in giovane età. Appassionato sportivo, apparteneva alla Federazione italiana salvamento acquatico in qualità di revisore (svolgeva anche l'attività di contabile) ed era consigliere della Ginnastica Pavese. Corrispondente da Pavia dello “Sport del Popolo”, aveva contribuito alla fondazione del settimanale “Pavia Sportiva”. Avviato alle scuole professionali e studiato ragioneria, ma, al tempo stesso, aveva aderito con convinzione ai movimenti e gruppi interventisti cittadini. Appena tre giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia, il 27 maggio 1915, si iscrisse al Corpo Nazionale Volontari Ciclisti e Automobilisti come ciclista nel comitato di Alessandria. Esattamente un mese dopo, il 27 giugno 1915, venne inviato in zona di guerra, ottenendo la qualifica di Aspirante del 12° Reggimento Bersaglieri. Nel dicembre 1915 si distinse nella difesa di una postazione sul monte Javorcek e fu promosso Sottotenente. Era partito per il fronte con un’idea tutta ottocentesca della guerra, dell’assalto al nemico, dell’organizzazione militare. Fin dai primi giorni di servizio iniziò ad appuntare un diario di guerra in cui dà forma scritta ai suoi stati d’animo, alle sue impressioni, in cui rielaborò i principali eventi bellici cui partecipava ma anche semplici episodi di vita quotidiana. Il diario, ancora inedito, è custodito all’Archivio di Stato di Pavia ed è usato da Andrea Pozzetta (a cura di), Storie di soldati di Pavia, Ricerca condotta per l’associazione “I musei per la storia in Lombardi” nell’ambito del progetto regionale “Giovani14 (1914-2014)”, pp. 282-285. Il suo diario si apre con una frase lapidaria: «Sono giunto in zona di guerra il 27 giugno 1915 e ho provato subito una disillusione. Quella la guerra?» e condivide anche l’impressione, comune a molti altri giovani soldati di ritrovarsi, giunti al fronte, in «una pacifica villeggiatura in montagna».

Dal fronte scrisse, tra l'altro: «I pericoli qui non sono poi grandi come generalmente si crede». E ancora: «La guerra d’oggi è guerra d’insidia; i nemici si uccidono senza vederli. Se un uomo si mostra è morto». Sono tuttavia i rumori, i boati dei cannoni, le macchine e i congegni bellici, le periodiche piogge «di ferro e di sassi sollevati dallo scoppio delle granate» a farlo piombare nella dimensione della guerra moderna: «udii il cannone. Era la voce calma del cannone italiano che molestava le posizioni nemiche con periodici getti di fuoco e di ferro. […] Ed io che credevo – quando partii – di andare subito a battermi!» Morì a 20 anni il 28-29 marzo 1916 nell'ospedale di Timau dopo essere stato medicato a seguito delle gravi ferite riportate a più riprese sul Monte Pal Grande per essersi esposto fuori dai ripari per individuare gli appostamenti austriaci.

E' sepolto nel Sacrario Militare di Timau. Nel 1916 gli fu conferita la medaglia di bronzo alla memoria con questa motivazione: "Durante un'azione, con calma ed energia sosteneva col suo plotone l'improvviso attacco del nemico più volte esponendosi fuori dei ripari per individuarne gli appostamenti. Ferito lievemente seguitava ad animare i suoi dipendenti, finché cadde mortalmente ferito. Pal Grande, Passo Cavallo, 28 marzo 1916".

2) COLLABORATORI DI GIORNALI APPARTENENTI AD ALTRE PROFESSIONI

PREITE MARIO

Preite Mario (Verona, 29 agosto 1895 - Mandria a Quota 85 sul Carso 22 ottobre 1915 ). Sportivo, suo padre Carmelo era maestro di musica e professore al Conservatorio di Venezia. Era collaboratore e corrispondente da Venezia de “Il Football” (considerato il più importante periodico di calcio - 20 pagine con illustrazioni e 2 copertine a colori - edito a Milano da Sonzogno nel novembre 1914 con tiratura di ben 50 mila copie) su cui scriveva piacevolissime varietà assieme al noto giornalista Valdo Cottarelli. Fu il primo pubblicista sportivo italiano morto sui campi di battaglia. Era anche un giocatore del Venezia F.C. . Appassionatissimo di football con l’opera e gli scritti cercò di far conoscere ovunque le squadre del Veneto e più ancora i migliori giocatori delle squadre stesse. A Pasqua del 1915 seguì a Genova come trainer la squadra rappresentativa del Veneto quando giocò contro i rossoblu. Sottotenente del 118° Reggimento Fanteria Brigata Padova. Era uscito dalla Scuola militare di Modena. Nel 1921 gli venne conferita la medaglia d'argento alla memoria in commutazione della medaglia di bronzo concessagli cinque anni prima con la seguente motivazione: “In un’azione offensiva dopo essere stato esempio di calma e d’intrepidezza nel condurre il proprio reparto sotto l’infuriare del fuoco di artiglieria nemica, mentre recava aiuto al suo comandante di Compagnia, gravemente ferito, cadeva egli stesso colpito a morte. Mandria, 22 ottobre 1915”.

GIUSEPPE TAFANI

Giuseppe Tafani (Firenze il 14 aprile 1890 - 16 luglio 1918 nell'Ambulanza Chirurgica d'Armata n. 3 nei pressi del Monte Grappa). Matematico, dopo aver frequentato la Scuola Normale di Pisa dal 1909 al 1912 insegnò Tecnica all'Istituto “Galilei” di Firenze. Collaborò con il "Giornale di matematiche di Battaglini per il progresso degli studi nelle Università italiane", stampato a Napoli, su cui scrisse anche alcuni saggi. Combattè nella Grande Guerra come sottotenente del 2° Reggimento Genio. Fu gravemente ferito alla gamba sul Monte Grappa. Una successiva emorragia fu fatale. Ricevette l'estrema unzione dal cappellano militare don Augusto Patriarca. Fu sepolto nel Cimitero civile di Bassano. Nel 1918 venne pubblicato un volumetto di 15 pagine di Giovanni Giovannozzi in sua memoria. Tutti i suoi libri di matematica furono poi donati dal padre alla "Normale" di Pisa.

IL 265° GIORNALISTA CADUTO – DONATO VESTUTI

Donato Vestuti era nato ad Eboli (Salerno) il 1° giugno 1887. Apparteneva ad una famiglia benestante, figlio di Cosimo, avvocato, e Filomena Turco, originaria di Montecorvino Rovella (Salerno). Studente del liceo classico T. Tasso di Salerno dal 1897 al 1906, si interessò in maniera attiva ad ogni forma di sport. Incoraggiò lo sviluppo proprio del calcio, quello sport che sarebbe divenuto, poi, il più diffuso e popolare tra i salernitani. Fu il fondatore e direttore del quotidiano di cronaca: "Il Giornale della Provincia" di Salerno. Il 16 novembre 1912 scrisse un articolo in memoria del salernitano Giovanni De Filippis, il primo morto nella guerra libica del 1911-1912. Decisivo fu il suo appoggio fin dal primo momento alla neonata società calcistica Salerno Football Club di cui fu fondatore e presidente nel 1913. Era infatti rimasto a Salerno anche quando il padre era andato in pensione dopo aver svolto gli ultimi anni di servizio nella città campana. Il Salerno Football Club fu una delle primissime squadre di calcio della storia della città sorte prima dell'attuale Salernitana. Quelli non erano affatto dei tempi facili per l'organizzazione di una squadra di calcio, in quanto si viveva in un periodo ante-guerra, e lui dovette affrontare molte difficoltà logistiche (come, ad esempio, le divise di gioco) e pratiche con perenni scontri con quella che poi diventerà a tutti gli effetti la Federazione Italiana Giuoco Calcio. Dopo il fervore iniziale del mondo sportivo salernitano, partì militare alla volta delle isole greche. Rientrò in Italia nel 1918, e prima di essere inviato al fronte si laureò in giurisprudenza all’università di Napoli. Combatté nella Grande Guerra come capitano della 125^ Batteria Bombardieri. Morì sul Col dell'Orso (zona Monte Grappa) il 25 ottobre 1918 appena dieci giorni prima dell'armistizio. Sempre sul Col dell'Orso, colpito da un cecchino austriaco, cadde proprio in quel giorno anche il giornalista sassarese Annunzio Cervi, tenente della stessa 125^ Batteria Bombardieri. Il suo nome figura nell'Albo d'oro dei caduti della Campania I volume V per le province di Napoli e Salerno pag. 693 sub 6. Venne sepolto nel cimitero di Salerno dopo solenni funerali ed onori militari.

Pochi mesi dopo la sua morte, nel giugno del 1919, nacque la Salernitana Calcio, un’entità che volle fortemente insieme ad altri appassionati, ma che la brutalità della guerra non gli ha concesso di poter conoscere. Nel 1923 gli venne conferita la medaglia d'argento alla memoria in commutazione della medaglia di bronzo concessagli nel 1922 con questa motivazione: "Comandante di una batteria di bombarde, durante aspri combattimenti, diresse con maestria il fuoco dei suoi pezzi. Controbattuta la batteria da violento fuoco nemico, diede a tutti esempio di coraggio e di abnegazione, e mentre, raccolti i suoi uomini, si disponeva ad un'ardita azione, veniva colpito in pieno da granata nemica, lasciando la vita sul campo. Col dell'Orso 24-25 ottobre 1918". Il comune di Eboli, sua città natale, gli ha dedicato una via cittadina. È ricordato alle pagine 31, 33 e 154 del libro di Enzo Ferrari "La Grande Guerra nel pallone" - Ciccione - Ferarris - Picco - Gli stadi di calcio della Liguria - Lo sprint edizioni - Genova, maggio 2018". Lo stadio di calcio di Salerno, completato nel 1931 e ufficialmente inaugurato il 28 ottobre 1934 come "Littorio", diventò "Donato Vestuti" nel 1952 dopo essere stato chiamato per un periodo "Renato Casalbore" in onore del giornalista salernitano deceduto nella tragedia di Superga assieme ai membri del grande Torino. Nel 1962 lo stadio fu protagonista del film di Nanni Loy "Le Quattro Giornate di Napoli" girato tra la metropoli partenopea ed il capoluogo salernitano. Nel film lo stadio prendeva il posto dello Stadio del Vomero (oggi Arturo Collana), utilizzato dai nazisti come campo di concentramento per i rastrellamenti di rappresaglia che poi portarono alla ribellione della città di Napoli (unica città italiana a liberarsi dall'occupazione nazista senza l'intervento delle forze alleate). Lo scelta fu dettata soprattutto dalla somiglianza tra i due impianti. Nel 1963 il "Vestuti" fu al centro delle cronache italiane a seguito della tragica morte di uno spettatore, la prima avvenuta all'interno di uno stadio italiano: un rigore non assegnato provocò l'invasione di campo di uno spettatore. La reazione eccessiva delle forze dell'ordine scatenò la tifoseria che forzò la recinzione ed invase il campo. Per sedare i disordini le forze di polizia spararono alcuni colpi in aria ed uno di questi colpì a morte Giuseppe Plaitano, seduto su uno degli ultimi gradini della tribuna e rimasto fuori dai disordini. Nel 1980, in seguito al tremendo terremoto dell'Irpinia, diventò per alcuni giorni centro di accoglienza. Attualmente è utilizzato da diverse compagini sportive salernitane di calcio, baseball, softball, atletica leggera e rugby. La capienza complessiva è di 9000 spettatori, il campo è lungo 110x60mt e la pista di atletica è su 6 corsie in tartan. Sono presenti anche pedane per il salto con l'asta, il salto in alto, il lancio del peso e del giavellotto ed il fossato per i 3000 siepi.

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Le date di presentazione del libro "Martiri di carta. I giornalisti caduti nella Grande Guerra" a cura di Pierluigi Roesler Franz e di Enrico Serventi Longhi, Editore Gaspari, Udine, 2018, curato dalla Fondazione Paolo Murialdi.

Mercoledì 24 ottobre h. 16 a Mantova nella Sala Ovale dell'Accademia nazionale Virgiliana in via dell'Accademia 47

Lunedì 29 ottobre h. 9,30 - 13,30 all'Università di Teramo - Coste Sant'Agostino 

Mercoledì 31 ottobre h. 11 a Roma nell'Auditorium della sede dell'ANMIG - Associazione Nazionale fra Mutilati e Invalidi di Guerra - in piazza Cavour 3

Lunedì 5 novembre h. 16,30-19,30 a Modena nelle sale di rappresentanza del Comune

Mercoledì 7 novembre a Trieste al Circolo della Stampa

Giovedì 8 novembre h. 16 a Trieste nella Sede della Lega Navale - Molo Fratelli Bandiera 9

Venerdì 9 novembre h. 17 a Udine nella sede del Messaggero Veneto

Giovedì 22 novembre a Belluno