Professione

1915- 1918
CONSERVARE
LA MEMORIA
PER LE GENERAZIONI
FUTURE

GIUSEPPE MARCHETTI TRICAMO (*)

Erano le 9 precise del 4 novembre del 1972 e al teatro Trifiletti di Milazzo cominciava la cerimonia di consegna delle insegne di Cavaliere dell’Ordine di Vittorio Veneto a 214 cittadini ex combattenti della guerra 1915-18. Ero lì, nella città dei due golfi, richiamato da affetti di famiglia, e la mia attenzione quella mattina si era soffermata sui veterani che sfilavano orgogliosi di aver servito la Patria. C’erano le associazioni d’arma con le bandiere, i labari e i gagliardetti. C’erano i bersaglieri con le piume svolazzanti sul cappello, che correvano al suono della storica Flik Flok, mentre lungo la via la gente li salutava con entusiasmo. Sul palco, addobbato con il Tricolore, c’era il sindaco con diplomi, medaglie e croci di un riconoscimento istituito in occasione del cinquantenario della Vittoria. Quei signori carichi di anni avevano tutti una storia da raccontare. Da quella piana sul mare di Sicilia, cara a Giuseppe Garibaldi (la leggenda narra che il generale, conclusa vittoriosamente la battaglia di Milazzo il 20 luglio 1860, si sia fermato sul sagrato della chiesa di Santa Maria Maggiore per riposarsi un po’ e per pranzare con pane e cipolla), in un’assolata mattina di maggio erano partiti per la Grande Guerra, su una tradotta militare, per andare a difendere l’Italia lungo le frontiere alpine, sulle alte cime dell’Adamello, delle Dolomiti, sul roccioso Carso, lungo l’Isonzo e sul Piave.
«Il nostro intervento nel conflitto europeo fu presentato come l’ultima campagna del Risorgimento che avrebbe consentito  finalmente a tutti gli italiani di far parte un unico Stato nazionale» (Paolo Mieli, Il caso italiano, Rizzoli). Ci si ispirava così all’idealità del nazionalismo democratico di Giuseppe Mazzini. Una decisa pressione fu esercitata dall’impeto e dalla mobilitazione degli studenti scesi in piazza per sollecitare la  partecipazione a quella che viene considerata la guerra nobile. Anche dopo, appena l’Italia fu in guerra, le manifestazioni continuarono.
Intanto lassù, nello stillicidio di perdite di vite umane della guerra di trincea, i soldati avevano imparato in fretta a cantare (però senza l’enfasi dei cori di montagna) la drammaticità che stava loro intorno: Ho perduto tanti compagni / tutti giovani sui vent’anni / la loro vita non torna più. Lassù, tra i duemila e i quattromila metri, su un fronte di quattrocento chilometri, il fuoco dell’artiglieria non perdonava.
La guerra, si sa, uccide tanti uomini. Una vita, come milioni, in guerra non conta. Quasi non ci si bada. Un sacrificio che la Patria esige per la difesa della sua integrità territoriale e del suo onore. «Morire, non ripiegare!» era la strategia di Luigi Cadorna, comandante supremo del Regio esercito italiano, e, quindi, i soldati sapevano che non avevano alcuna possibilità di scampo. Ma loro scacciavano quel pensiero cantando: E domani si va all’assalto, / soldatino non farti ammazzar, / ta pum! / ta pum! / ta pum!...
A Emilio Lussu, l’autore di Un anno sull’altopiano, che, come molti altri, si arruolò volontario, la guerra venne presto a nausea. Perché? Per aver visto l’artiglieria che sparava sui nostri e non riusciva a sparare (quella di Badoglio) sugli austriaci; i generali che non sapevano comandare, che non riuscivano a farsi capire, forse perché ai soldati, arrivati dalla Sicilia, dalla Sardegna e da ogni parte d’Italia, parlavano in piemontese stretto; i generali che nascondevano i propri gravi errori tattici attribuendo tutte le responsabilità alla presunta viltà di alcuni reparti. Carlo Emilio Gadda, scrittore e combattente, scrisse che «sul Carso i generali strofinarono come zolfanelli battaglioni di soldati, facendoli massacrare».
Il sacrificio di uomini fu enorme: seicentomila morti. I soldati – fanti, alpini, bersaglieri – combattevano valorosamente, ma fu mediocre, scrive Denis Mack Smith (Storia d’Italia, Editori Laterza), la strategia militare del generale Cadorna. E così si arrivò a Caporetto, una delle più grandi disfatte subite dall’esercito italiano.
Un certo scoramento pervase l’opinione pubblica e le truppe, ma prevalsero la tenuta morale del Paese («il popolo italiano si unì quasi come un sol uomo»: Denis Mack Smith) e la voglia di riscatto dell’Esercito, che riuscì a stabilirsi sul fiume Piave.
A innescare un sussulto di orgoglio patriottico ci avrebbe pensato Giovanni Gaeta, grande nome della canzone napoletana (preferiva farsi chiamare Ermete Alessandro Mario), che scrisse di getto: Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il ventiquattro maggio. / L’esercito marciava per raggiungere la frontiera, / per far contro il nemico una barriera /… / il Piave mormorò non passa lo straniero!
Un anno dopo, le disastrose giornate di Caporetto furono riparate dalle battaglie d’arresto sul Piave e sul Grappa e dalla vittoria finale del conflitto. E il 3 novembre, mentre i soldati italiani entravano nei territori di Trento e Trieste, il generale austro-ungarico Weber von Webenau firmava le clausole dell’armistizio impostegli dal generale Pietro Badoglio. Il “cessate il fuoco” era fissato per le ore 15 del 4 novembre. E la vittoria sciolse l’ali al vento. Fu sacro il patto antico, tra le schiere furon visti! / risorgere Oberdan, Sauro, Battisti (La leggenda del Piave).
La guerra era finita, lo confermava il bollettino del Comando generale firmato da Armando Diaz (che aveva sostituito Cadorna), mentre l’ammiraglio Paolo Thaon di Revel annunciava la vittoria navale. Da quel momento si poteva costruire la pace.
Il rischio è stato grande, l’Italia avrebbe potuto essere spazzata via, ma dimostrò di essere una Nazione. Furono l’eroismo, la forza morale e il patriottismo di soldati che facevano la guerra per conquistare la pace a rendere possibile quella vittoria. Soldati come Carlo Ornelli, della Garbatella di Roma (scomparso nel 2005). Lo capì il presidente Carlo Azeglio Ciampi, che lo chiamò al Quirinale per conferirgli la medaglia d’oro al valor militare. Ai soldati, a un gruppo di semplici commilitoni, Mario Monicelli dedicò il film La grande guerra,con Vittorio Gassman e Alberto Sordi protagonisti, alternando comicità e momenti amari.
Quel giorno a Milazzo non si celebrava la guerra, ma si esaltava il coraggio dei valorosi che con la vittoria avevano conquistato la pace. Io provai un turbamento profondo, lo stesso che avvertii anni dopo nell’attraversare il ponte di barche sul Piave e il Ponte di Bassano (rivivendo quanto mi aveva raccontato il vecchio alpino friulano Primo Cattaruzza, che aveva percorso i difficili sentieri di montagna accompagnato dal suo mulo dalla penna nera).
Oggi, a cento anni dagli eventi storici, la giornata del 4 novembre non è dedicata alla guerra ma alla conseguita Unità d’Italia e alle Forze Armate. Deponendo una corona d’alloro ai piedi del monumento al Milite ignoto, l’anonimo combattente caduto in trincea ai confini della Patria e oggi sepolto nella capitale d’Italia, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, esprimerà l’omaggio e la riconoscenza del popolo italiano verso tutti i soldati che si sono sacrificati in nome della Patria e della Libertà.
Noi italiani degli anni Duemila dobbiamo conservare memoria, per noi e per le generazioni future, di questa pagina gloriosa della nostra storia, di quei luoghi che ancora oggi restituiscono – tra camminamenti e baracche – brandelli delle vite che furono (fucili, scarponi, giberne), che ci fanno capire come sia stato alto il prezzo della pace che stiamo vivendo e ci fa apprezzare quale gigantesca ricchezza ci hanno donato i soldati del 1915-18.
Chiudo con una frase di Carlo Azeglio Ciampi che sottolinea quanto siano ben diverse le battaglie alle quali oggi dobbiamo dare il nostro contributo: «L’Italia contemporanea è chiamata a combattere su vari, difficili, fronti. […] Ma la battaglia decisiva è quella che occorre ingaggiare contro l’infiacchimento morale». Noi, ne sono certo, daremo il nostro convinto contributo.
 

(*) Corriere dell'Unione n. 5 del Bimestrale dell'UNMS Anno XI Settembre/Ottobre 2018