Professione

IL CINEMA
DI BERNARDO
OLTRE LA LINGUA LETTERARIA
DI ATTILIO

GIANNI ZAGATO

Poiché non sappiamo quando moriremo, si è portati a credere che la vita sia un pozzo inesauribile. Però, tutto accade solo un certo numero di volte, un numero minimo di volte. Quante volte vi ricorderete di un certo pomeriggio della vostra infanzia, un pomeriggio che è così profondamente parte di voi che, senza, neanche riuscireste a concepire la vostra vita? Forse altre quattro o cinque volte, forse nemmeno. Quante altre volte guarderete levarsi la luna? Forse venti… Eppure, tutto sembra senza limite. Giunto al dunque, nel pieno di uno snodo – la lunga malattia - che sentiva come ultimativo della propria vita, aveva in mente di tornare a girare di nuovo, un’ultima volta. Per il bisogno di chiudere il cerchio, lo stesso che fa dire a un Paul Bowles interprete di sé stesso, in penombra nella scena finale de Il the nel deserto, che tutto accade solo un certo numero di volte. E il cerchio da chiudere l’avrebbe nuovamente riportato alle origini che, come sempre accade nelle biografie importanti, molto spiega della vita e dell’arte di Bernardo Bertolucci.
Parma, la cultura contadina che trasuda innocenza arcaica, come gli ricordava Pasolini, la famiglia dominata da quella “cupola paterna” da cui riconosce di non essersi mai liberato: “eravamo troppo figli per diventare padri”. E dunque il Novecento, il nuovo “atto” cinematografico di un secolo che pare non finire mai nel presentare il conto amaro di un declino di valori e di cultura, al punto da sovvertire le nostre stesse radici. Impossibile considerare l’arte di Bernardo Bertolucci senza gettare la giusta luce su un cordone ombelicale con la “famiglia” mai reciso del tutto, e anche per questo fertile ogni volta di una nuova linfa creativa. Il confronto ininterrotto con il padre Attilio, uno dei poeti più raffinati (e critico cinematografico) di quel Novecento raccontato dal figlio, la contaminazione culturale che si poteva respirare nella casa romana di Monteverde Vecchio, assiduamente frequentata da Gadda e da Zavattini, da Moravia e da Caproni, da Roberto Longhi. E da quello che più di tutti ha segnato, in quegli anni giovanili, il destino artistico di Bernardo: Pier Paolo Pasolini.
Accattone è un film, a ben pensarci, che ha qualcosa di prodigioso: ottiene il massimo successo con il minimo costo di produzione, sulla scena attori di strada, è diretto da uno scrittore che mai prima di allora s’era cimentato con una macchina da presa, e chiama un ventenne come Bernardo a fargli da aiuto. Ma sono messe, già lì, le carte in tavola del percorso futuro di Bertolucci. Da Pasolini apprende quella che diventa la sua regola fondamentale: il cinema si fa con il linguaggio della realtà, usando ogni volta la realtà che ci sta intorno, sia essa quella delle lotte sociali novecentesche dell’Emilia contadina di Novecento, come la realtà del fascismo letto come sessualità repressa de Il Conformista, o quella così diversa e così distante dal Po com’è la realtà del Sahara o del Nepal, immortalata nella “trilogia del viaggio”.
Senza mai ripetersi, in ogni pellicola c’è tuttavia al fondo questo segno comune, che finisce per dischiudere la strada dell’opera artistica di Bertolucci ad un impegno civile portato sino alle ultime prove, com’è ne The Dreamers, una rilettura del Sessantotto come bisogno di “un domani che cambia il mondo”, di una sete di futuro mai più rivissuta dopo di allora. E’ un’idea di cinema “puro” che porta ben presto Bertolucci ad avvertire tutti i limiti di una lingua come quella italiana, perfetta per il discorso poetico e per quello musicale, non per il discorso cinematografico. Il suo cinema che s’intride di realtà ha bisogno di una lingua che non sia “letteraria”, ma leggera, diretta, quotidiana.  
Dopo Novecento girerà soltanto in inglese i suoi dialoghi cinematografici. In fondo è una rottura che si carica di molteplici significati, segnando la compiuta emancipazione culturale dell’arte di Bertolucci. Dalla dimensione “letteraria” paterna, da cui pure tanto ha assunto, alla contaminazione di altre culture che, come nel caso di quelle buddiste, non sono scritte in un libro, dove ogni destino è già segnato, prescritto, ma si aprono libere alla realtà delle cose della vita. Ognuno di noi, pare dirci Bertolucci attraverso il suo modo di aver inteso e di aver fatto cinema, scrive la sceneggiatura della propria vita. E questo oggi è il messaggio di libertà che ci consegna.