IERI E OGGI

IL CORAGGIO DELLA VERITA'
Cento anni fa
nasceva Solženicyn

NUNZIO DELL'ERBA

Il centenario della nascita (Kislovodsk, 11 dicembre 1918) e il decennale della morte (Troice-Lykovo Mosca, 3 agosto 2008) hanno riproposto all’attenzione l’opera letteraria di Alexkandr Isaevič Solženicyn. Essa,  per alcuni anni dimenticata, è ritornata in auge per la mostra fotografica che si è tenuta dal 7 al 17 novembre presso l’Università Statale di Milano. La mostra ha ripercorso il suo itinerario letterario, che cominciò con il suo romanzo Una giornata di Ivan Denisovič, proseguì con il suo Arcipelago Gulag e si concluse con altri romanzi come L’uomo nuovo. Tre racconti.
In questi giorni presso la Maire du Vème Arrondissement 21 Place du Panthéon si tiene un’altra mostra che ripropone l’opera letteraria di Solženicyn con l’esposizione di manoscritti, di fotografie, di edizioni rare, raccolti nel catalogo intitolato Un écrivain en lutte avec son siécle (Èditions des Syrtes, Paris 2018, p. 300) e curato da Georges Nivat, traduttore e profondo conoscitore della letteratura russa.
Il catalogo offre uno spaccato esistenziale di Solženicyn che trascorse otto anni in diversi campi di concentramento. Il dissidente sovietico fu arrestato nel febbraio 1945 per avere criticato a Stalin in una lettera privata (intercettata) ad un suo amico. Solo nel 1953, scontata la pena detentiva, fu inviato per tre anni al confino nel villaggio di Kol Terek nel Kazakistan, dove gli fu concesso di lavorare come insegnante. Proprio nella steppa kazaka ebbe le prime idee di narrare il suo vissuto personale in un romanzo.
Nel 1954 Solženicyn fu colpito da un tumore e ricoverato a Taskent, dove riordinò i suoi pensieri sugli orrori dei lager con una «scrittura a memoria» che trascrisse su carta solo dopo la liberazione in condizioni difficili
Nel novembre 1962 Solženicyn pubblicò sulla rivista «Novyi Mir» (organo degli scrittori sovietici) Una giornata di Ivan Denisovič, in cui raccontò la giornata tipica di un deportato e denunciò i misfatti del sistema oppressivo di Stalin. Nel gennaio 1963 il saggio, pubblicato da Einaudi e da Garzanti, cominciò a circolare anche in Italia, dove contribuì a far conoscere l’orrore dei campi di concentramento, trascurato nel processo di destalinizzazione avviato da Nikita Chruščëv.
Dopo il romanzo Divisione cancro (1968) e Reparto C (1969), Solženicyn pubblicò Arcipelago Gulag (Paris 1973), che gli provocò l’arresto e poi l’espulsione dall’Unione Sovietica. Nel 1970 l’attribuzione del premio Nobel per la letteratura, che non poté ritirare, acuì i rapporti difficili con le autorità sovietiche per il suo invito all’abolizione della censura: inviò un discorso denso di riflessioni interessanti sul rapporto tra arte e opera letteraria, nonché sul ruolo che questa può esercitare da una generazione all’altra. Nel 1974 il romanzo Arcipelago Gulag apparve anche in Italia, ma non ebbe un’accoglienza favorevole da parte dell’intellettualità marxista e da scrittori come Umberto Eco ed Alberto Moravia.
Privato della cittadinanza sovietica, Solženicyn fu espulso dall’Urss e, dopo un soggiorno in Svizzera, di stabilì negli Stati Uniti, dove proseguì il suo lavoro letterario, ripubblicando alcuni suoi testi e collaborando ad una miriade di riviste: del 1975 è il volume di memorie La quercia e il vitello, dove muove una critica serrata al comunismo sovietico.
L’8 giugno 1978 Solženicyn pronunciò ad Harvard un profetico discorso, con cui deplorò «il declino del coraggio nell’Occidente», che – oltre a colpire i governi dei singoli Paesi – ha investito la classe dirigente, la burocrazia, i partiti politici, il ceto intellettuale e persino l’organizzazione delle Nazioni Unite, aggiungendo: « I funzionari politici e intellettuali manifestano questo declino, questa fiacchezza, questa irrisolutezza nei loro atti, nei loro discorsi e soprattutto nelle considerazioni teoriche che si premurano di esibire dimostrandovi che questo modo d’agire, che basa la politica di uno Stato sulla vigliaccheria e il servilismo, è pragmatico, razionale e giustificato da qualsiasi elevato punto di vista intellettuale e perfino morale». 
Dopo il crollo del comunismo, Solženicyn ritornò nel 1994 in Russia dove pubblicò otto brevi racconti, poesie in prosa e la storia delle relazioni tra Ebrei e Russi. Un’analisi che mette in rilievo il legame popolare tra la comunità ebraica e la rivoluzione bolscevica, considerata come il prodotto di un movimento autonomo e non come cospirazione dei suoi membri più autorevoli. Morì a causa di un infarto all’età di 89 anni la sera del 3 agosto 2008.