IERI E OGGI

QUANTA GENTE
ALLE RASSEGNE
LETTERARIE.
MA PERCHE'
I LETTORI CALANO?

TERESA MADONIA

Si è appena conclusa l’edizione 2018 della Fiera della piccola e media editoria di Roma, Più libri più liberi. Presenza di pubblico in crescita e risultati soddisfacenti per gli espositori. Del resto in base ai dati Istat al momento disponibili, quelli pubblicati a fine 2017 e relativi al 2016, più della metà degli editori (51,2%) decide ogni anno di partecipare a saloni letterari in Italia e all’estero; e se questo accade vuol dire che, oltre a voler rimarcare la propria esistenza (soprattutto se si è piccoli), forse un ritorno economico c’è. A partecipare alle fiere sono tre grandi editori su quattro (77,5%), quasi due medi editori su tre (65,1%) e il 37% dei piccoli editori. Gli eventi quali fiere, festival, saloni della lettura sono al terzo posto tra i canali più efficaci di distribuzione, subito dopo librerie indipendenti, le librerie on-line e i siti e-commerce.
Ma alla progressiva crescita degli eventi a tema libro, si registra lo stesso incremento della lettura? La risposta è no. Purtroppo.A partire dal 2010, e la tendenza continua negli ultimi anni, si è registrato un calo sensibile dei lettori. Si è passati dal 46,8 % del 2000 al 40,5% del 2016. Dato che sembra essersi stabilizzato anche nel 2017 e nel primo semestre 2018, secondo le statistiche dell’Ufficio Studi dell’AIE. Ma in base al rapporto diffuso dallo stesso ufficio ad aprile 2018, il mercato del libro ha chiuso il 2017 con 2.773 miliardi di euro di fatturato, con una percentuale di incremento nel 2017 pari al 2,8 %. Allora ci si chiede, perché cresce il fatturato ma non il numero dei lettori?
Le risposte sono molteplici e vanno cercate nella crescita del numero delle case editrici attive – nel 2017 sono 4.902 quelle che hanno pubblicato almeno un titolo nel corso dell’anno (+0,5% rispetto al 2016) – ; nell’aumento del 10,1% della vendita dei diritti di edizione all’estero e nel calo del 2,5% nell’acquisto degli stessi; nel rialzo dei prezzi. A dire il vero quest’ultima motivazione è controversa. C’è chi sostiene, come l’AIE, che i prezzi medi di copertina (non ponderati e alla produzione) siano rimasti sostanzialmente stabili e rispetto al 2010 continuino a essere di quasi 3 euro inferiori (18,77 euro nel 2017; 21,60 euro nel 2010). Ma dal suo canto l’Istat sostiene che i libri pubblicati nel 2016 hanno un prezzo medio di copertina pari a 20,21 euro, contro i 18,91 dell’anno precedente, e questo trend non sembra essersi invertito negli ultimi due anni.
Ora se un libro appena uscito costa così tanto, forse non c’è da stupirsi se in Italia i lettori diminuiscano invece che aumentare e, se a livello territoriale, la lettura risulti più diffusa nelle regioni del Nord-est e del Nord-ovest, rispetto al Sud e alle Isole, dove la situazione economica è più precaria e l’acquisto di un libro viene interpretato quasi come un lusso.
E poi come non tenere in considerazione le nuove tendenze: non c’è più tempo per i libri, perché essi sono stati sostituiti da mezzi più immediati: i social su tutti, simulacri della morte sociale, nonostante il nome sembri indicare il contrario. Ed ecco che, a fronte della grande mole di produzione editoriale, quasi un quarto degli operatori dichiara di avere oltre la metà dei titoli pubblicati invenduti. Un peccato, se si pensa, come scriveva Pennac, che il “tempo per leggere…dilata il tempo vivere”.
Quali le possibili soluzioni?
Politiche mirate che prevedano sgravi fiscali per tutti gli stadi della filiera, dall’editore al distributore alla libreria e che consentano l’abbassamento dei prezzi; l’introduzione di una percentuale di detraibilità del costo dei libri per i lettori.
Ma il problema è anche politico-culturale. Manca un investimento dello Stato sulla promozione del libro e della lettura. Se l’agenda dei governi non tratta i temi della cultura, se non si riescono a progettare e mettere in pratica piani di innovazione seri di tutto l’apparato culturale del Paese, non avremo mai la crescita sperata, in nessun ambito.
Le scuole, ad esempio. Quante si possono permettere di avere una biblioteca, di acquistare libri, di organizzare eventi culturali per i propri alunni? Pochissime. La lettura, per tanti bambini/ragazzi le cui famiglie non hanno nemmeno un libro in casa, diventa sempre più lontana, sconosciuta. I libri? Solo quelli scolastici o poco più.
Concentriamoci, allora, sulle scuole, sulle biblioteche, sui luoghi di aggregazione in cui si può iniziare a insegnare il piacere e il valore della lettura ai bambini, i futuri lettori forti di domani.
«Mi piacerebbe mobilitare un esercito poderoso, che superi il numero dei bevitori di birra, di chi ha la testa per aria, dei fissati per la mostarda, un esercito di topi da biblioteca che si impegnino a spendere 10 sterline all’anno per i libri, e nei ranghi più elevati della Confraternita, a comprare un libro ogni settimana». Sono le parole di John Maynard Keynes, nel suo I libri costano troppo?.

La lettura come «dovere sociale», novant’anni fa come adesso; quello dei lettori, sì, ma anche quello delle istituzioni, aggiungerei io. Recuperare la dimensione “social” e sociale del libro è missione ardua, ma non impossibile.