IERI E OGGI

QUASI DIMEZZATA
IN CINQUE ANNI
LA DIFFUSIONE
DEI QUOTIDIANI
IN ITALIA

L’industria dell’informazione non gode di buona salute. Si sa. Ma a raccontare questo ormai lungo malanno intervengono ora, impietosamente, i numeri messi insieme dal focus che R&S Mediobanca ha dedicato al mondo dell’editoria italiano per quello che riguarda il periodo 2013-2017 (con appendice sui 9 mesi del 2018) e il suo confronto con la situazione nel resto del mondo. C’è chi ha sintetizzato così: in 5 anni l’editoria ha perso ricavi per 1,2 miliardi e il 40% delle copie cartacee e tra i big solo Cairo in attivo. In effetti il quadro complessivo dice che il giro d’affari nel settore è sceso a 3,5 miliardi di euro (-20,2% sul 2013 e -6% sul 2016), che c’è stato un crollo del 40,5% della diffusione cartacea dei quotidiani, che si sono tagliati 3.301 dipendenti (un quinto della forza lavoro) e accumulate perdite per 1,2 miliardi di euro.
Il giro d’affari mondiale, nel 2017, è risultato in diminuzione, attestandosi a 150 miliardi di dollari complessivi, -2,2% sul 2016 e -8,6% sul 2013. La raccolta di pubblicità cartacea, con un -30,8% sul 2013, ha registrato una performance molto deludente, ma a fare da contraltare ci sono gli aumenti della diffusione cartacea (+3,4%), della pubblicità digitale (+41,3%) e soprattutto della diffusione digitale (+179%). E nonostante la crescita del digitale, nel 2017 l’89,5% del giro d’affari mondiale proviene ancora dalla carta stampata, segno di come a livello globale la gran parte degli investimenti pubblicitari e delle vendite si concentri ancora sui canali tradizionali.
In Italia, nel 2017 si conferma il trend decrescente della diffusione cartacea, diminuita nell’ultimo anno di circa 400 mila copie al giorno, passando da 2,6 milioni a 2,2 milioni (-15,4% sul 2016 e -40,5% sul 2013). A livello mondiale nel 2017 la diffusione su carta è rimasta stabile: -0,1% sul 2016. Oggi la diffusione dei quotidiani italiani vale lo 0,4% di quella mondiale, meno di quella del primo quotidiano tedesco e britannico insieme.
Le copie digitali che non riescono a compensare l’emorragia. Considerate le 335 mila copie digitali, pari al 13% del totale, nel 2017 la diffusione totale si è attestata poco sopra i 2,5 milioni di copie. Il calo delle vendite in Italia mostra comunque qualche segno di rallentamento – con il -6,3% dei primi nove mesi del 2018 che si confronta con il -15,4% del 2017 – e si confronta con una stabilità della diffusione cartacea a livello mondiale (-0,1% nel 2017 e -0,4% dal 2013), grazie alla spinta dell’Asia che compensa i cali nei mercati più maturi. In Europa anche Germania, Gran Bretagna e Spagna vedono flettere la diffusione dei principale quotidiani (-7,8% The Sun, -10% Bild, -9,8% El Pais, solo per citarne alcuni) mentre fa eccezione la Francia, dove Le Figaro e Le Monde hanno aumentato rispettivamente dello 0,6% e del 4,1% le vendite.
La top10 dei quotidiani d’informazione italiani vede in testa il Corriere della Sera, con 227mila copie giornaliere nel 2017. Sul podio troviamo, inoltre, La Repubblica (191mila copie), seguita da un altro quotidiano del Gruppo GEDI, La Stampa (146mila). Chiudono la classifica Avvenire (102mila), Il Messaggero (101mila), QN-Il Resto del Carlino (99mila), Il Sole 24 Ore (91mila), QN-La Nazione (73mila), Il Giornale (60mila) e Il Gazzettino (51mila).
I quotidiani italiani sono mediamente meno cari rispetto a quelli europei e registrano l’incremento di prezzo più contenuto nel 2013-2017. Bild, Sun e Daily Mail costano meno della metà e hanno una diffusione mediamente di quasi sei volte superiore a quella dei primi due quotidiani d’informazione dei principali paesi europei.
Facciamo i conti. Nonostante qualche lieve segnale di miglioramento il trend negativo dei ricavi aggregati degli otto principali gruppi editoriali italiani è continuato nel 2017. Nell’ultimo anno i ricavi degli editori considerati sono stati complessivamente di 3,5€ mld, -6% sul 2016 e -20,2% sul 2013. I primi tre, Mondadori (fatturato di 1.268 milioni di euro), Rcs (896 milioni di euro cui si aggiungono 89 milioni di euro di Cairo Editore, entrambi consolidati dalla Cairo Communication) e Gedi (634milioni di euro), rappresentano da soli l’83% del giro d’affari dei maggiori otto operatori editoriali nazionali.
Occupazione. Tra il 2013 e il 2017 la forza lavoro è diminuita di 3.301 unità, -21,7% sul 2013 e -8,8% sul 2016, attestandosi a 11.886 unità a fine 2017.
Eccezione Cairo. In un quinquennio ‘nero’ per l’editoria, che ha registrato perdite complessive per 1,2 miliardi di euro, fa eccezione Cairo Editore che ha chiuso i bilanci 2013-2017 sempre in utile, con profitti complessivi di 38 milioni. Nel 2017 in miglioramento anche Rcs, che ha fatto registrare un utile netto di 71 milioni (rispetto ai 4 del 2016), Mondadori 30,4 milioni (22,5 nel 2016) e Il Sole 24 Ore 7,5 milioni (-92,6€ mln nel 2016). Buone notizie sul versante redditività industriale che a livello aggregato segna un’inversione di tendenza nel quinquennio: ebit margin 4,1% nel 2017 rispetto al -5,7% del 2013. Nel 2017 spiccano le performance di Cairo Editore (12,4%), Rcs (10,8%) e Gedi (5,8%). In coda Il Sole 24 Ore (-19,5%) e Class Editori (-25,2%).
La struttura finanziaria è mediamente solida, con i mezzi propri che in media sono 1,7 volte i debiti finanziari, ma è anche eterogenea. Se Cairo Editore, che non ha debiti finanziari, è la società più solida del 2017 seguita da Caltagirone Editore (debiti finanziari pari all’1,8% del capitale netto), sono invece fragili Monrif e Class Editori (debiti finanziari pari, rispettivamente, a 3,7 e 4,8 volte i mezzi propri).
Le difficoltà economiche sono evidenti anche nel drastico calo degli investimenti: sono 13 i milioni di euro investiti in meno rispetto al 2013 (-40%). Anche in Borsa, negli ultimi cinque anni, il settore editoria ha deluso, con performance inferiori rispetto alle società industriali (+3% contro il +24,8%).
Nei primi nove mesi del 2018 da rilevare l’avvicendamento in vetta alla classifica del giro d’affari. Con un fatturato di 713 milioni di euro, Rcs sostituisce in prima posizione Mondadori (658 milioni), fortemente ridimensionata, segnala il focus, dopo gli accordi di dismissione della divisione Periodici Francia. Alle loro spalle Gedi, che ha avuto un giro d’affari di 470 milioni, e il Sole (150 milioni). I grandi gruppi editoriali non sono riusciti a fermare la flessione del fatturato nei tre trimestri considerati, anche se RCS (-0,3%) e Class Editori (stabile) hanno limitato i danni.
Guardando a quanto succede nel resto del Vecchio Continente, nel 2017 il calo del giro d’affari dei gruppi editoriali non si riscontra in Francia (+7,5% sul 2016), Germania (+2,6%) e Regno Unito (+1%). A livello europeo si allarga il divario tra le testate d’informazione e quelle economiche, con quest’ultime che registrano un incremento dei ricavi (+3,9% rispetto al -0,5% delle prime). Nel 2013-2017 soltanto Francia (+7,4%) e Germania (+0,8%) hanno aumentato il fatturato, mentre Gran Bretagna (-5,4%) e Italia (-20,2%) hanno sofferto. Il calo dei ricavi diffusionali accomuna tutti i paesi con l’eccezione della Francia, unica a registrare un incremento (+2,4% sul 2013), dovuto soprattutto all’aumento del prezzo dei quotidiani. L’editoria italiana si mostra più debole anche per investimenti, mentre per redditività industriale, con un ebit margin al 4,1% nel 2017, si colloca dietro a Germania (9,7%) e Regno Unito (4,3%), ma davanti a Francia (0,3%). Per quanto concerne i maggiori gruppi editoriali europei per fatturato nel 2017, la prima posizione spetta alla divisione News Media del Gruppo Axel Springer, editore dei quotidiani Bild e Die Welt con 1,5 miliardi di euro, cui seguono le britanniche Associated Newspapers (762 milioni) e News Group Newspapers (478€ mln), editrici rispettivamente del Daily Mail e del Sun.