IERI E OGGI

IL TRICOLORE COMPIE OGGI
222 ANNI. E NON LI DIMOSTRA

GIUSEPPE MARCHETTI TRICAMO

Il tricolore come bandiera nazionale italiana ha come ciascuno di noi il suo luogo e la sua data di nascita: Reggio Emilia, 7 gennaio 1797. Quel giorno il tricolore fu tenuto a battesimo durante il congresso di fondazione della Repubblica Cispadana e a proporne l’adozione fu Giuseppe Compagnoni, un deputato di Lugo, letterato e patriota, che è diventato così il papà della nostra bandiera.Peccato che, a documentarne gli avvenimenti non esistessero cinegiornali e che la macchina fotografica non fosse ancora inventata, perché forse oggi noi italiani ci commuoveremmo a rivedere quelle immagini, condividere quei fervori, quelle speranze, quelle emozioni.
Ancora oggi in quel luogo sventola il tricolore e sotto la bandiera una targa ricorda quei momenti: “qui dove nacque per sempre”.
I colori verde, bianco e rosso erano già apparsi qualche anno prima a Bologna nel novembre del 1794 nelle coccarde di Luigi Zamboni e Giovanni Battista de Rolandis, durante la tentata insurrezione contro lo Stato pontificio. Un tentativo non fortunato. Ma anche i reparti militari "italiani", costituiti all'epoca per affiancare l'esercito di Bonaparte, ebbero stendardi che riproponevano i tre colori. In particolare, i vessilli reggimentali della Legione Lombarda presentavano il bianco, il rosso e il verde, che erano colori fortemente legati al territorio lombardo: che comparivano nell'antico stemma comunale di Milano (croce rossa su campo bianco), mentre verdi erano, fin dal 1782, le uniformi della Guardia civica milanese.
Si è cercato nel tempo di attribuire un significato idealistico ai tre colori. La speranza (il verde), la fede (il bianco) e l’amore (il rosso).
Il tricolore di 222 anni fa era diverso da quello che vediamo oggi: le bande erano orizzontali, con il rosso in alto, il bianco al centro e il verde in basso. Nella parte bianca spiccavano le lettere RC, le iniziali della Repubblica Cispadana e sempre al centro vi appariva una faretra con quattro frecce (Ferrara, Modena, Reggio e Bologna le città fondatrici della Repubblica). L'11 maggio 1798 la Repubblica Cisalpina introdusse una versione a bande verticali.
Da quel 7 gennaio 1797 il tricolore ha percorso un lungo cammino e ha avuto una vita avventurosa, alternando momenti di clandestinità a periodi di gloria. La bandiera è stata impugnata da Mazzini e da Garibaldi, dai Re sabaudi alla testa dei loro eserciti. Per la bandiera il Generale Garibaldi nutriva una venerazione, i pittori risorgimentali come Gerolamo Induno, lo dipingevano in camicia rossa e con il tricolore in pugno. Nei suoi battaglioni il portabandiera era un uomo di punta che procedeva con le avanguardie e toccava a lui indicare i punti su cui concentrare il fuoco dei moschetti. E lo si può notare nel grande dipinto di Renato Guttuso “La battaglia di Ponte dell'Ammiraglio” esposto alla Galleria nazionale d'arte moderna e contemporanea di Roma.
I colori della bandiera erano sempre gli stessi ma nell’arco di molti anni ognuno cercò di usare la parte bianca per mandare messaggi al mondo.
Alla nascita della Giovine Italia (1831), Giuseppe Mazzini fece scrivere “libertà, uguaglianza, umanità” e anche “unità, indipendenza”. E il giuramento della Giovine Italia veniva pronunciato davanti al tricolore. I triunviri della Repubblica Romana scelsero invece lo slogan “Dio e popolo”. E con la Repubblica Romana del 1849 il tricolore sventolò sul Campidoglio e sul Gianicolo dove 14.000 uomini, il fior fiore della gioventù di tutta Italia, ma anche d’Europa, combatterono con Garibaldi che li guidò con audacia finché fu possibile la difesa.
Daniele Manin a Venezia non poteva che stampare su quella parte bianca della bandiera il Leone di San Marco. Leopoldo II fece innalzare il tricolore con sovrapposto lo scudo di Lorena. E più tardi persino Francesco II Borbone quando si vide irrimediabilmente a mal partito, giunse a decretare “la nostra bandiera sarà d’ora innanzi fregiata dei colori nazionali italiani conservando sempre nel mezzo le armi della nostra dinastia”. E come non ricordare ancora Goffredo Mameli che prima di innalzarla sulle pianure lombarde e sulle mura di Roma ne fu l’alfiere in tutte le manifestazioni patriottiche di Genova? E anche in quella del 10 dicembre 1847, giornata rimasta nella storia del Risorgimento perché fu la più grande che mai fosse avvenuta fino ad allora in Italia: un corteo di 30.000 mila persone dietro la bandiera cantando l’inno Fratelli d’Italia.
Carlo Alberto capì che quel tricolore poteva essere un segno di umiltà e lo adottò aggiungendo lo stemma sabaudo. Il 23 marzo 1848 Carlo Alberto annunciò che si sarebbe andati in battaglia contro l’Austria guidati dal tricolore nazionale. L’annuncio fu dato da lui stesso a Torino affacciandosi da un balcone di palazzo reale con figli e ministri stringendo tra le mani una fascia tricolore.
La nostra bandiera (come ricordo nel libro Il tricolore degli italiani. Storia avventurosa della nostra bandiera, che ho scritto con Tarquinio Maiorino e Andrea Zagami, edito da Mondadori) fu testimone di eroici momenti risorgimentali, sventolò nelle mani dei patrioti sulle barricate e in quelle delle donne che parteciparono ai grandi movimenti popolari.
E anche dopo essere stata adottata nel 1947 dalla giovane Repubblica italiana ha continuato a regalare emozioni: è stata fissata sulla cima del K2, ha accompagnato le missioni militari italiane all’estero, ha sventolato sui cantieri delle grandi imprese italiane che hanno realizzato all’estero opere di grande ingegneria, ha illuminato grandi momenti sportivi. È stata molte volte dipinta in cielo sotto forma di scie di fumo verde, bianco e rosso nelle esibizioni della pattuglia acrobatica delle Frecce Tricolore.
In questi ultimi anni, il tricolore non se la passa così male come si può notare passeggiando nelle nostre città. Per la bandiera nazionale è arrivato il momento di una grande riscossa.
Questa ripresa del senso di identità nazionale è da attribuire alle costanti esortazioni dei Presidenti della Repubblica, garanti dell’Unità nazionale, e impegnati a dare visibilità ai massimi simboli del nostro ordinamento istituzionale, tra i quali il tricolore occupa il posto più alto.
Ma ci deve essere tra gli italiani una maggiore sensibilità per il buon uso della bandiera. Esiste un vero e proprio “galateo della bandiera”.
La bandiera è come una signora che inizia brillantemente la sua giornata guardata da tutti e che invece indugia, riluttante, al momento di ritirarsi la sera nell’intimità.
La procedura dell’alza bandiera vuole che il vessillo venga innalzato rapidamente, con decisione. Mentre l’ammaina bandiera serale richiede qualche secondo in più, il vessillo viene fatto scendere lentamente dal suo pennone, con solennità, senza dare l’impressione di una brusca calata.
È esposta (e deve essere sempre in buono stato e di notte sempre illuminata) in tandem (dal 1970) con la bandiera d’Europa, ma la posizione d’onore a destra compete al tricolore. E nessuna bandiera straniera può sventolare da sola sul suolo italiano.
“Il tricolore”, per ricordare una frase del Presidente Ciampi, “non è una semplice insegna di Stato. È un vessillo di libertà, di una libertà conquistata da un popolo che si riconosce unito, che trova la sua identità nei principi di fratellanza”.
Mentre il Presidente Sergio Mattarella ribadisce che “la nostra bandiera abbraccia il primo e il secondo Risorgimento italiano e, collocata com'è tra i principi fondamentali della Costituzione, rappresenta l'emblema dei valori di democrazia, di giustizia sociale, di rispetto dei diritti dell'uomo, di solidarietà, ivi affermati”.
Concludo con i primi versi del canto La bandiera tricolore (del 1848) di Francesco Dall’Ongaro, con musiche di Cordigliani:
 
E la bandiera di tre colori
sempre è stata la più bella:
noi vogliamo sempre quella,
noi vogliam la libertà!