DISUNITA' D'ITALIA

PERCHE'
UN MINISTRO
NON PUO' DIRE:
"DEVE MARCIRE
IN GALERA"

GIANNI ZAGATO

Deve marcire in galera. Quotidiani, social, notiziari riportano questa frase lapidaria, a proposito della nota vicenda internazionale che ruota attorno alla cattura di Cesare Battisti, finalmente riconsegnato alla giustizia. A pronunciarla potrebbe essere l’uomo della strada, invece si tratta del ministro degli interni della Repubblica italiana. C’è differenza? É giusto, è necessario che ci sia una differenza?

Noi continuiamo a credere che, fintanto che sussisterà una divisione tra “governati e governanti”, questa differenza è giusto, è necessario che vi sia, e che risulti chiara, limpida; nei comportamenti e nelle frasi che si pronunciano. Le quali, è bene dire, non hanno mai il medesimo valore, poiché al bar o al mercato sotto casa pesano in un modo, al Viminale in un altro. É anzi proprio in questa differenza, in questo iato culturale, che trova spazio quel che chiamiamo “politica”. Assumere un dato di fatto, per come realmente si manifesta, e trasformarlo, elevarlo verso una forma compiuta, istituzionale e sociale, propria di una comunità matura e democratica.

Deve marcire in galera, ha un senso inequivocabile, dato che “solo le parole contano, il resto sono chiacchiere”. Il senso di una vendetta compiuta. Sentimento, per quanto moralmente opinabile, legittimo in una discussione da bar; deprecabile nei luoghi delle massime istituzioni e sulla bocca di chi rappresenta, temporaneamente, le massime autorità di uno Stato. Se perdiamo questa differenza, perdiamo la possibilità stessa di un agire politico civile e democratico. Bisogna saperlo, e bisogna dirlo.

Il discorso pubblico è quello che ci tiene insieme, o ci frantuma, ci disgrega. Le parole dello Stato devono sempre essere “altre” da quelle che evocano, e anzi invocano, la vendetta su un qualsiasi proprio cittadino, fosse anche il più criminale dei terroristi in circolazione. Lo Stato agisce sulla base delle leggi che si è dato; in virtù delle quali Cesare Battisti risulta, dalle prove sin qui acquisite e dai processi svolti, responsabile diretto di atti terroristici costati la vita a diverse persone e per questo condannato ad una pena che ora finalmente dovrà scontare. É quel che chiamiamo “giustizia”, che si esercita risalendo alla verità dei fatti compiuti, mai invocando vendette, naturalmente da esibire sotto i riflettori per un’opinione pubblica da blandire in cambio di un consenso utile al proprio potere.

Abbiamo una Costituzione, sulla quale giura fedeltà chi assume cariche istituzionali; siamo il paese che ha dato al mondo, già più di due secoli fa, quei Dei delitti e delle pene su cui si fonda il diritto moderno. Eppure, la condizione nella quale oggi ci ritroviamo ci dice che dobbiamo ricominciare da capo. Si tratti di movimenti planetari complessi come l’immigrazione, dell’esplodere di inumane diseguaglianze sociali, dell’arretramento di diritti individuali inalienabili, l’inettitudine conclamata delle odierne classi dirigenti crea un solco sempre più rischioso tra cittadino e istituzioni, alimenta il fuoco che brucia l’idea stessa di civiltà e lascia soltanto cenere nera sotto i nostri piedi.
Il linguaggio che esse adoperano, scambiato per forza decisionale, è in realtà una spia rivelatrice; nient’altro che lo specchio dove si rifrange la loro impotenza a governare uno che sia uno dei fenomeni contemporanei. È da lì che tocca ripartire, per rimettere in sesto un’idea di persona, di società, di Stato, di convivenza democratica: dal valore che diamo alle parole.
Cosa più del linguaggio si pone a fondamento di una cultura che riconosca le differenze nel pensare, che contemperi le responsabilità nell’agire, che rischiari la complessità del vivere questo tempo presente? Ma se riconosciamo al linguaggio questa valenza, con esso noi per primi dobbiamo essere esigenti; e verso gli altri mai indulgenti, a maggior ragione quando vengono chiamati a rappresentarci. Il con-vivere si fonda a partire da qui.