MALAGIUSTIZIA

IL FECONDO RAPPORTO
FRA LUIGI STURZO
E CARLO ROSSELLI
(A CENT'ANNI DALL'APPELLO
AI LIBERI E FORTI)

NUNZIO DELL'ERBA

 

“A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnino nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà…”. Proprio così: giustizia e libertà. Era il 18 gennaio 1919, esattamente cento anni fa. Si concentravano in queste due parole gli ideali che animarono l’Appello agli uomini liberi e forti con il quale don Luigi Sturzo fondò il Partito popolare. E “Giustizia e Libertà” si chiamò, dieci anni dopo, nel 1929, il movimento politico liberal-socialista fondato a Parigi dagli esuli antifascisti e in particolare da Carlo Rosselli.
Da un'ottica strettamente storica sono state più volte rilevate le incomprensioni che segnarono i rapporti tra Sturzo e Rosselli, ma anche l'auspicio dell'unità tra cattolici e socialisti riformisti per impedire l'ascesa al potere del fascismo (ancora nei giorni scorsi da parte di E. Galli della Loggia e di Antonio Carioti, Corriere della Sera, 18 gennaio 2019). Si deve anche dire – come afferma in apertura di questo suo saggio Nunzio Dell’Erba – che “la storiografia contemporanea ha dedicato scarsa attenzione al fecondo rapporto di amicizia che unì Sturzo a Rosselli…”.
 
La storiografia contemporanea ha dedicato scarsa attenzione al fecondo rapporto di amicizia che unì Sturzo a Rosselli, l’uno prete cattolico con un profondo attaccamento alla sua missione sacerdotale, l’altro laico con sporadiche simpatie ebraiche d’ascendenza familiare[1]. Seppure di convinzioni politiche e ideali diverse, i due intellettuali furono accomunati da una forte riflessione sul ruolo della religione nella società, sulla questione cattolica e sul rapporto tra cristianesimo e socialismo. La salda difesa dei valori della libertà e della democrazia, proprio per le vicende storiche del loro tempo, s’intrecciò a considerazioni critiche sulla guerra e su altri aspetti peculiari come la crisi dello Stato liberale, la genesi del fascismo e la natura dei totalitarismi. Ma alla base del loro sodalizio politico non vi fu soltanto l’impellente necessità di comprendere e superare la triste realtà del fascismo come forma nuova di dittatura totalitaria, ma anche la comune condizione di esuli[2], che investì la loro esistenza in una ferma condanna dello Stato oligarchico e in un confronto delle dittature con le democrazie moderne per una proposta nuova sulla gestione politica della società.
Il primo incontro di Rosselli e Sturzo può essere collocato nell’ottobre 1924, quando entrambi si trovavano nella capitale inglese, l’uno per motivi di studi e l’altro in esilio su consiglio della segreteria di Stato vaticana. La loro conoscenza - come si ricava da una lettera di alcuni anni dopo[3] - avvenne nella casa di Angelo Crespi (1878-1948), un ex socialista turatiano già collaboratore della rivista «Critica Sociale», poi avvicinatosi agli ambienti del popolarismo sturziano[4]. A quel tempo Rosselli non era un «oscuro studentello»[5], ma un fine intellettuale, che aveva insegnato economia politica alla università Bocconi di Milano e stretto rapporti personali e politici con Turati, Treves, Modigliani e Matteotti[6]. Seppure critico verso la tattica attendista dei leaders riformisti, egli diede prova di un perspicace realismo politico, che lo condusse ad analizzare con sorprendente lucidità la strategia aventiniana e a proporre una coalizione centrista tra liberali, popolari e socialisti contro l’incipiente dittatura fascista[7]. L’attenzione verso l’opera di Sturzo nacque - oltre che da questa necessità politica contingente - da una particolare simpatia al suo metodfo liberale intonato a vive istanze riformatrici e ad una visione «dinamica» della lotta sociale. Sulla scia delle valutazioni gobettiane[8], Rosselli guardò con favore al «progressimo laico» di Sturzo, anche se rivolse forti critiche alle proposte collaborazionistiche del sindacalismo cattolico. Lo spirito neo-corporativo, la «Chiesa romana come decisa sostenitrice della proprietà», la sua visione rigidamente interclassista furono alcuni tra gli aspetti criticati dal giovane Rosselli, che respinse il collettivismo burocratico e il determinismo marxista, intesi - come scriverà nel 1926 sul «Quarto Stato» - quali riflessi laici della «divina provvidenza dei cattolici»[9]. Comunque, l’auspicio di una vasto accordo governativo tra le forze antifasciste si consolidò in uno sforzo teorico, il cui aspetto fondamentale era quello di conciliare i principi socialisti con il liberalismo moderno per porre le basi di una moderna democrazia incardinata sul metodo liberale e su una crescente giustizia sociale[10].   
Similmente Sturzo, prima d’imboccare la via dell’esilio, auspicò una fattiva collaborazione politica tra popolari e socialisti e propose un’azione politica comune, fortemente osteggiata dalle autorità ecclesiastiche che - ritenendola «né conveniente, né opportuna, né lecita» - elogiarono l’opera del governo Mussolini nei riguardi della religione[11]. La tenace intransigenza contro il regime mussoliniano e l’auspicato accordo fra popolari e socialisti costrinsero Sturzo all’esilio «per desiderio della S. Sede»[12] e alla scelta di Londra come sede della sua permanenza all’estero. Fu proprio alla fine dell’ottobre 1924 che Sturzo e Rosselli ebbero modo di conoscersi nella casa di Angelo Crespi, ma non si può escludere che qualche incontro sia avvenuto in precedenza e neppure che la loro corrispondenza epistolare - certamente «tra le più belle e nutrite che si conservino»[13] - sia iniziato nel novembre 1929[14]
Durante il secondo soggiorno nella capitale britannica (4 settembre - 24 novembre 1924), Rosselli incontrò Sturzo, F. Adler, Ramsay Mac Donald, ma ebbe modo di arricchire il suo patrimonio culturale per i frequenti viaggi nell’intera isola e per il contatto diretto con la realtà politica inglese. La sua attenzione fu rivolta al movimento operaio inglese e al rapporto tra liberalismo e democrazia in un intreccio di motivazioni e di analisi che nascono - come giustamente è stato messo in rilievo - «da un’esigenza di riflessione originata nel contesto delle classi dirigenti liberali e dall’avvento al potere del fascismo»[15]. Di queste esperienze lasciò un ricca testimonianza negli articoli apparsi sull’organo «La Giustizia» diretta da Claudio Treves e nota certamente a Sturzo[16]. In questi articoli, come nelle lettere inviate alla madre, possono essere colte le linee principali del programma di Rosselli, che caratterizzerà la sua azione antifascista negli anni del «Non Mollare» (1925) e de «Il Quarto Stato» (1926)[17]. Proprio a questa intensa attività politica fu collegata la decisione di Mussolini di varare le leggi eccezionali del novembre 1926, scaturite - come egli stesso ammise più tardi - dalla preoccupazione dettata dalla «presenza di Nenni e di Rosselli nel quadro politico del raggruppamento socialista-repubblicano»[18]. Il varo delle cosiddette «leggi fascistissime» e la soppressione di ogni residua libertà di stampa non scoraggiò il socialista fiorentino, che intraprese una lotta più radicale contro il fascismo. Carlo Rosselli, insieme a R. Bauer e a F. Parri, organizzò una rete clandestina degli espatri, contrapposta a quella fascista già operativa sul piano della repressione politica. Nella notte tra l’11 e il 12 dicembre essi misero in atto la fuga di Turati verso la Corsica. Al rientro in Italia la mattina del 14 dicembre 1926 Carlo fu arrestato, rinchiuso prima nel carcere milanese di San Vittore e inviato poi al confino per essere processato l’anno successivo a Savona. Lo stesso Mussolini intervenne per farlo relegare al confino di Lipari, dove rimase sino al 27 luglio del 1929 e alla fuga dall’isola.
Le sue imprese, largamente diffuse sulla stampa inglese, dovevano essere note al sacerdote calatino, che seguì l’espatrio clandestino di Turati, il processo di Savona e la «romantica evasione»[19] - come la definì Sturzo - dall’isola siciliana. Negli anni dell’esilio londinese Sturzo rifiutò l’invito della Santa Sede a non svolgere politica attiva[20]: tenne numerose conferenze, pubblicò libri e contribuì a tenere in vita un comitato di assistenza per i profughi politici, con lo scopo di «raccogliere, di aiutare e di unirli nella reazione fascista»[21]. La sua inazione e i momenti di cedimento furono dovuti all’opposizione delle autorità ecclesiastiche, che cercarono di ostacolare la costituzione del Ppi in esilio e di vietare ai cattolici la lotta intrapresa contro il regime mussoliniano. Le iniziative sturziane, certamente, non eguagliarono quelle di altri raggruppamenti politici in esilio come la «Concentrazione antifascista» o il movimento di «Giustizia e Libertà», ma diedero un indubbio contributo alla penosa vita dei profughi antifascisti.
Carlo Rosselli, fuggito da Lipari il 27 luglio 1929 con Emilio Lussu e Francesco Fausto Nitti, giunse ai primi di agosto a Parigi, dove insieme ad alcuni fuorusciti diede vita al movimento di «Giustizia e Libertà». Suo obiettivo primario, come precisò due mesi dopo in un’intervista all’organo repubblicano «L’Italia del Popolo», era quella di coordinare l’attività antifascista e intraprendere una lotta a oltranza contro il regime fascista per il ripristino della legalità in Italia[22]. Così entrò in contatto con lo sparuto gruppo dei popolari, animati da Giuseppe Donati (Granarolo di Faenza - Ravenna, 15 gennaio 1889 - Parigi, 16 agosto 1931) e da Francesco Luigi Ferrari (Modena, 31 ottobre 1889 - Parigi, 2 marzo 1933), entrambi in esilio per sfuggire alla persecuzione fascista[23]. Nel fondo Luigi Sturzo, depositato presso l’omonimo istituto, c’è un’importante lettera di Ferrari, in cui si parla di un suo incontro con Rosselli e del progetto di fondare una rivista in grado di «riunire gli spiriti liberi dell’immigrazione attorno ad un programma di azione culturale e politica»[24]. Dell’incontro con Rosselli, avvenuto a Bruxelles nel settembre 1929, Ferrari informò Sturzo, il quale accolse l’invito di dar vita a un progetto editoriale, diretto a «stampare lavori seri di emigrati da diffondersi, in edizioni o francesi o inglesi, all’estero e da far penetrare, in edizione italiana, anche in Italia»[25].
Il rapporto amicale e culturale tra i due leaders antifascisti è testimoniato dalla lettera che il 12 ottobre 1929 Carlo Rosselli scrisse a Sturzo per chiedergli una recensione al volume di Nello su Mazzini e Bakounine[26] da pubblicare nella rivista inglese «The Review of Reviews» diretta da Henry Wickham Steed[27]. La lettera, postdatata erroneamente di un mese da Carlo Rosselli, suonava così: «Gent.mo Signor Sturzo, mio fratello Nello […] credo che sarebbe incantato di poter avere una sua recensione. Ma non so se lo Steed potrà e vorrà pubblicarla»[28]. Sturzo, dal suo esilio londinese, si rivolse a Steed, che espresse parere favorevole sulla recensione del libro. L’insigne storico inglese, già direttore del «Times», era noto a Carlo Rosselli, il quale apprezzava molto il suo interesse per l’antifascismo e considerava il legame solidaristico con gli esuli come un importante punto di riferimento in tutta la Gran Bretagna. Prima di scrivere la recensione, Sturzo chiese a Salvemini informazioni sul giovane storico «sia come studioso sia come deportato» [29]. Lo storico pugliese passò la missiva a Carlo Rosselli, che il 12 ottobre informò Sturzo sull’attività storica del fratello e lo mise al corrente delle peripezie sofferte negli ultimi anni tra carcere e confino politico, annunciandogli anche l’intenzione di recarsi il 26 novembre a Londra. Prima che la recensione al volume del fratello fosse pubblicata, Rosselli incontrò il 27 Sturzo, con il quale discusse il progetto di una rivista antifascista diretta a denunciare il connubio tra Chiesa e governo fascista.
Alcuni densi appunti, riconducibili secondo Zunino proprio ai primi anni dell’esilio (all’incirca al biennio 1929-1930), «testimoniano il nuovo e diverso interesse» di Rosselli sulla presenza cattolica nella società italiana[30]. Se è vero che Rosselli - forse stimolato dal dialogo con Sturzo - prestò una particolare attenzione al dibattito che precedette e seguì la stipulazione dei patti lateranensi, non si può dire che fosse nuovo il suo interesse alla storia sociale della Chiesa, come risulta dalle pagine dedicate al «sindacalismo cristiano» nella sua prima dissertazione di laurea (1921)[31].
Tuttavia l’incontro del 27 novembre non approdò a nulla di concreto[32]; anzi l’iniziativa di fondare una rivista comune ebbe un esito fallimentare per i contrasti insorti tra laici e cattolici sul ruolo della Chiesa e sui suoi rapporti con il fascismo dopo il Concordato stipulato nel febbraio 1929. Ma il fallimento dell’iniziativa non impedì ai due esuli antifascisti di continuare il loro sodalizio politico e di intensificare la loro corrispondenza. Nel gennaio del 1930 l’uscita della recensione sturziana cementò i loro contatti che, ormai trasformatisi in una sincera amicizia, portarono l’animatore di «Giustizia e Libertà» non solo ad apprezzare l’«anima nobile e delicata» e la «bella intelligenza» del sacerdote siciliano, ma anche a scoprire uno «Sturzo, intimamente assai più liberale di quanto non supponesse»[33]. Anche il fratello Nello rimase abbastanza sorpreso degli elogi sperticati del prete siciliano[34], come risulta dalla lettera che il 17 marzo 1930 scrisse alla madre in termini lusinghieri: «Mi scrivono che Sturzo ha lungamente recensito il mio libro sulla “Review of review”! Ma vedi che uomo celebre»[35]
Sul piano politico la collaborazione di Rosselli con Sturzo e i suoi discepoli prediletti Donati e Ferrari sfociò in un vero e proprio sodalizio culturale e politico. Come prova valga la testimonianza di Ferrari che nel settembre del 1930 - insieme a Turati, Nitti, Tarchiani e Marion Rosselli - si pronunciò, con un gesto non condivisibile da Sturzo, a favore di Fernando De Rosa, processato a Bruxelles con l’accusa di aver attentato alla vita del principe Umberto di Savoia[36]. Sul piano ideale vi è anche il giudizio che Ferrari espresse l’8 febbraio 1931 in una lettera a Donati sul volume rosselliano Socialisme libéral:
 
Il libro di Rosselli, Socialisme libéral, ha provocato il putiferio tra i Concentrati parigini. I fedeli marxisti vorrebbero protestare violentemente; ma come si fa a protestare violentemente contro Rosselli? E’ una vera tragedia … Il libro val la pena di leggerlo; è il migliore fino ad ora apparso nella collezione di Valois. Se nella parte ricostruttiva è lungi dall’essere esauriente e completo, la parte critica è efficace e condotta con rigore e solide argomentazioni. In fondo, la posizione che assume Rosselli nella parte critica può essere quasi interamente accettata anche da noi, ed è in molta parte una “ripresa” delle argomentazioni da noi svolte contro lo pseudo-marxismo e la pseudo-scienza marxistica italiana[37].
 
Negli anni 1930-31 Rosselli finanziò la pubblicazione dei due opuscoli di Ferrari Ai parroci d’Italia[38] quasi a testimoniare il pieno accordo con le sue tesi. Nel primo opuscolo Ferrari denunciò il connubio tra la dittatura fascista e le gerarchie ecclesiastiche, mettendo in rilievo anche l’asservimento di molti sacerdoti al regime e i privilegi accordati al clero. Nel secondo opuscoloFerrari rivolse un invito ai parroci, affinché esprimessero una ferma condanna dell’«odiato governo» fascista costituito da una «oligarchia di dominatori». La vigorosa condanna si univa ad alcuni preziosi consigli «per esercitare il diritto di resistenza ad un regime», che ha soppresso ogni forma di libertà (associazione, stampa, insegnamento etc.); che ha soffocato «l’attività intellettuale, artistica, economica del paese e che controlla, grazie ad una perfetta organizzazione investigativa, l’istessa vita privata dei cittadini»; che ha abolito l’istituto parlamentare e, soprattutto, ha schiavizzato la Chiesa trasformandola in «Chiesa dello Stato fascista»»[39].
Gli opuscoli, che furono diffusi in Italia dai militanti di «Giustizia e Libertà», ebbero la cauta e riservata approvazione di Sturzo, che commentò: «Ho letto la pastorale che ti rimando; molto bene, anche come imitazione di stile; però qua e là si vede il laico: ma va meglio; non diranno che è mia»[40]. Il favore con cui Sturzo accolse le denunce di Ferrari sembrò trascurare la sua posizione sul Concordato, di cui l’antifascista modenese chiese l’immediata abolizione per i «molti danni spirituali» arrecati alla Chiesa[41].       
Nel luglio 1932 il nuovo assetto politico europeo, con l’ascesa al potere di Antonio Salazar de Oliveria in Portogallo e il successo nazionalsocialista di Adolfo Hitler, gettò nello sconforto Rosselli, che considerò quest’ultimo evento come un coaugulo d’interessi corporativi e di veleni razzistici «ancora più brutale e povero di ideali del fascismo italiano»[42]. Il 2 settembre dello stesso anno Rosselli, riferendo alla moglie d’un incontro con il prete calatino e la sua assistente Bertha Pritchard, le scrisse che «anche Sturzo è assai pessimista sulla situazione e ha, come me, la sensazione che ci troviamo di fronte a una svolta storica»[43]. La dittatura mussoliniana era strettamente collegata da Rosselli ai gravi accadimenti che si stavano verificando in Europa e inquadrata nel più vasto orizzonte della crisi delle democrazie europee:
 
La situazione europea è tragica. La incapacità delle democrazie di governo e soprattutto dei partiti socialisti di aderire alla realtà, la illusione che la politica estera briandista possa ancora trionfare in un’Europa per metà fascistizzata, il passivismo totale di fronte alle iniziative hitleriane, se procrastineranno l’urto, lo renderanno infinitamente più terribile e incerto di qui a due o tre anni[44].
 
Di fronte al crescente pericolo della minaccia hitleriana, denunciato con straordinaria lungimiranza, Carlo Rosselli criticò l’attendismo dell’Inghilterra e della Francia in una sequela di denunce che riprenderà nel biennio successivo, facendone partecipe lo stesso Sturzo e coinvolgendolo su molteplici temi come quelli relativi alla politica estera, alla libertà d’insegnamento, all’atteggiamento della Chiesa sulla guerra etiopica, alla persecuzione degli ebrei e persino alla vita della Concentrazione.
 
La Concentrazione - scrisse Rosselli a Sturzo il 14 marzo 1934 - è in piena crisi e mi pare difficile che possa sopravvivere. I socialisti sono sempre più preoccupati del nostro movimento e prendendo a pretesto un articolo personale di Lussu (a cui si potrebbero contrapporre infinite altre loro manifestazioni) vorrebbero ridurci a un gruppo di leva castagne dal fuoco per i begli occhi di Modigliani e di Nenni[45].
 
L’«articolo personale» di Lussu, apparso nella sezione dei «Quaderni» dedicata alle «Discussioni del nostro movimento»[46], inasprì i rapporti tra GL e PSI e diede il colpo finale alla Concentrazione. Le osservazioni critiche di Rosselli, certamente non assimilabili a quelle di Lussu sulla «presunta impotenza dei socialisti di fronte all’avanzata del fascismo negli anni del dopoguerra», trovarono nel prete calatino un interlocutore sordo, che si sentiva più a suo agio nel dibattito relativo al programma politico del Ppi. Un articolo di Rosselli, apparso anonimo su «Giustizia e Libertà» (1° febbraio 1935), fornì a Sturzo l’occasione d’intervenire su una questione che gli stava particolarmente a cuore: quella della libertà d’insegnamento. La critica di Rosselli alla politica scolastica del Ppi non investiva solo l’uso strumentale della libertà d’insegnamento, ma - come aveva già fatto Ferrari[47] - intendeva sollevare la questione dell’«istruzione religiosa obbligatoria» concessa dallo Stato fascista al Vaticano[48]. Ma la questione fu evasa da Sturzo, che cercò di spostare il dibattito da un piano strettamente politico a quello storico[49]. La polemica assunse toni più aspri nei mesi successivi di fronte alle posizioni assunte da Sturzo sull’imminenza della guerra contro l’Etiopia da parte del governo fascista. Con argomentazioni di carattere teologico piuttosto che politico, Sturzo cercò di dissociare la posizione del Vaticano da quella del fascismo, richiamando l’insegnamento di S. Tommaso sulla guerra giusta. Il prete siciliano, in un articolo apparso sul periodico spagnolo «El Matì» il 21 febbraio ’35 e ripreso il 31 marzo dall’organo francese «L’Aube», confinò la questione della guerra nel limbo della coscienza individuale dopo aver osservato che nell’acme della dittatura fascista «ogni voce libera, ogni discussione franca, ogni possibilità di dissenso, sono soppresse: così il problema di coscienza se una guerra sia giusta o no rimarrà chiuso nel pensiero di ciascuno; e non potrà essere risolto sul piano della moralità pubblica»[50]. Il 12 giugno dello stesso anno spostò il nucleo del suo discorso e, rammaricandosi dell’atteggiamneto passivo della Francia e dell’Inghilterra, auspicò una «cooperazione internazionale stabile e solidale»[51]
Le posizioni di Sturzo nei riguardi dell’ultima impresa coloniale italiana suscitarono una vasta eco negli ambienti episcopali italiani[52] ed offrirono l’occasione a Rosselli e ai suoi collaboratori di «Giustizia e Libertà» di ritornare sulla guerra d’Etiopia. Il 21 giugno 1935, nella rubrica Stampa amica e nemica, il settimanale giellista riportò alcuni brani dell’articolo di Sturzo sull’«Aube», seguito da questo commento:
 
Ah, no, Sturzo. La Chiesa non ha taciuto. I vescovi benedicono i gagliardetti delle truppe partenti, l’«Osservatore Romano» riporta senza un commento tutte le notizie della guerra prossima e il Papa, ricevendo proprio in questi giorni 5.000 granatieri venuti a Roma per essere arringati dal duce con accenti di guerra, non solo non ha avuto una parola contro la guerra, ma li ha lodati per avere dato tante belle prove in guerra divertendosi a stabilire l’origine del loro nome: «lanciatori di granate». Tanto rispetto personale abbiamo per Sturzo quanto disprezzo per la Chiesa a cui egli conserva una così figliale obbedienza[53].
 
Dopo questa valutazione, certamente ad opera del suo direttore, Sturzo inviò due lettere a Rosselli, una personale e un’altra destinata alla pubblicazione. Nella prima egli, dopo aver richiamato una frase pontificia contro «le nazioni (stati che vogliono la guerre (al plurale», accusò il gruppo giellista di perseguire finalità illiberali di «anti-cattolicismo che suona(vano) come antireligiosità», avanzando il non coltivato e sibillino timore che esso coltivasse «l’idea arrogante e insulsa di Hitler o degli hitleriani di creare una religione pagana di Stato, ovvero l’idea dei bolscevichi di fare una lega degli anti-Dio e dei senza-Dio»[54]. Nella seconda Sturzo impostò il discorso su un piano più articolato, ma sempre diretto a giustificare la politica del pontefice, che alla condanna della guerra dedicò due suoi interventi:
 
Il papa - scrisse il prete calatino - ha parlato recentemente contro la guerra due volte (non ho il tempo di ricercarne le date), in forma solenne avanti ai Cardinali, quando accennando al riarmamento ed alle voci di guerra ha finito col citare le forti parole dei Salmi: «Dissipa gentes quae bella volunt».
Ricordo che diversi giornali (fra i quali certamente «l’Echo de Paris») dissero che il papa intendeva alludere alla Germania. Nessuno c’impedisce di pensare che il papa avesse alluso alla guerra Italo-abissina. Certo, senza portare un giudizio di fatto sulle responsabilità particolari, egli intendeva condannare coloro che vogliono la guerra; in termini giuridici internazionali «l’aggressore.
E’ del resto nella tradizione della Curia dalla caduta del potere temporale in poi, di non pronunziarsi a favore di uno e contro l’altro belligerante, ma di volere la pace fra tutti i popoli e di cooperarvi per quel poco che oggi è possibile.
Non per me, ma per coloro che cerano di leggere nelle intenzioni altrui, vale la pena di riportare per intiero il versetto del Salmo 67 citato dal papa: «Disperdi le nazioni che vogliono le guerre. Verranno (allora) ambasciatori dell’Egitto, l’Etiopia stenderà le sue mani a Dio» (Traduzione, Libreria Editrice Fiorentina 1929[55].
 
La frase ricordata, che fu pronunciata dal pontefice il 24 dicembre 1934 in occasione dell’allocuzione natalizia, venne ripresa poi nella sua diatriba con Rosselli e arricchita con le parole del versetto «Etiopia praeveniet manus eius Deo»[56].  
Agli occhi di Rosselli appariva ambigua e non rispondente ai dettami del Cristianesimo.
La guerra civile di Spagna trovò Rosselli e Sturzo concordi nella lotta contro Francisco Franco e il suo programma clerico-fascista[57]. Vicino alle posizioni dei grandi cattolici francesi (G. Bernanos, J. Maritain, F. Maurac, E. Mounier), Sturzo prese le distanze dalle posizioni dell’episcopato spagnolo.
 
In tutta Europa, in tutto il mondo, la guerra civile spagnola sarà rinfacciata ai cattolici come la notte di S. Bartolomeo e come la repressione del Duca d’Alba nelle Fiandre. Ne abbiamo avuto troppo dell’Inquisizione di Spagna, (quasi sempre in mano ai re e a scopo politico) per avere oggi i crociati spagnoli contro un popolo ch’è stato in fin dei conti abbandonato spiritualmente e socialmente e lasciato preda del socialismo e del sindacalismo ed oggi del comunismo[58].
 
L’assassinio di Carlo e Nello, uccisi il 9 giugno 1937 a Bagnoles-de-l’Orne, rattristò grandemente Sturzo, che inviò un telegramma di condoglianze[59] e mantenne saldi i rapporti epistolari con i familiari.
 
 
 
   NOTE

    [1] Per la vasta bibliografia sui personaggi si vedano: Bibliografia degli scritti di e su Luigi Sturzo, a cura di G. Cassiani, V. De Marco, G. Malgeri, Gangemi, Roma 2001; N. Dell’Erba, Carlo e Nello Rosselli. Guida bibliografica 1917-2001, in Politica, valori, idealità. Carlo e Nello Rosselli maestri dell’Italia civile, a cura di L. Rossi, Carocci, Roma 2003, pp. 155-231.

    [2] Sulle complesse vicende del loro esilio cfr. A. Garosci, Vita di Carlo Rosselli, Vallecchi, Firenze 1973, vol. I, pp. 170-202; Stanislao G. Pugliese, Carlo Rosselli. Socialista eretico ed esule antifascista 1899-1937 cit., pp. 118-181; G. De Rosa, Luigi Sturzo, Utet, Torino 1977, pp. 240-262; F. Malgeri, Luigi Sturzo, Edizioni Paoline, Torino 1993, pp. 169-185.
    [3] Lettera di Rosselli a Sturzo, 12 novembre 1929, in Luigi Sturzo e i Rosselli tra Londra, Parigi e New York. Carteggio (1929-1945), a cura di e con introduzione di G. Grasso, prefazione di G. De Rosa, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003, p. 46.
    [4] Su Angelo Crespi (1877 - 1949) cfr. il profilo biografico curato da M. L. Frosio, in «Dizionario Storico del Movimento cattolico», vol. III-1: Le figure rappresentative, Marietti, Casale Monferrato 1984, pp. 267-268.
    [5] G. Grasso, Introduzione Luigi Sturzo e i Rosselli tra Londra, Parigi e New York. Carteggio (1929-1945) cit., p. 5.
    [6] S.G. Pugliese, Carlo Rosselli. Socialista eretico ed esule antifascista 1899-1937 cit., p. 32.
    [7] Su questo aspetto dell’azione politica di Rosselli la storiografia è lacunosa, ma per alcuni aspetti meritevoli di ulteriori approfondimenti cfr. N. Tranfaglia, Carlo Rosselli dall’interventismo a Giustizia e Libertà, Laterza, Bari 1968, p. 176; P.G. Zunino, Chiesa e fascismo nelle concezioni di Giustizia e Libertà (1929-1936), in Aa. Vv., Modernismo, fascismo, comunismo. Aspetti e figure della cultura e della politica del cattolici nel ’900, a cura di G. Rossini, il Mulino, Bologna 1972, p. 516.
    [8] Sui rapporti fra Gobetti e il fondatore del Ppi cfr. P. Permoli, Sturzo nei giudizi di Piero Gobetti, in Aa. Vv., Luigi Sturzo. Saggi e testimonianze, Edizioni Civitas, Roma 1960, pp. 139-149; B. Gariglio, Gobetti e Sturzo, in «Mezzosecolo. Materiali di ricerca storica», Annali 1989, n. 8, pp. 4-31.
    [9] Il brano da cui è tratto il giudizio di Rosselli si trova in N. Tranfaglia, Carlo Rosselli dall’interventismo a Giustizia e Libertà cit., p. 306.
    [10] Questo impegno teorico e politico emerge in modo nitido da una lettera a Novello Papafava (22 giugno 1923), in cui Rosselli confida all’amico di lavorare «ad una revisione in senso liberale dei metodi socialisti» e, sul piano politico, ad un incontro tra «Albertini, Sforza, Salvemini, Sturzo, Amendola, Turati», i quali «se fossero uniti nella lotta […] rappresenterebbero un nucleo di forza veramente enorme, capace, alla lunga, di rovesciare qualsiasi avversario»; cfr. la lettera, in G. Rossini (a cura di), Il delitto Matteotti tra Viminale e Aventino, il Mulino, Bologna 1966, pp. 129-130.   
    [11] Cfr. E. Rosa, La parte dei cattolici nelle presenti lotte dei partiti politici in Italia, in «La Civiltà cattolica», 7 agosto 1924, pp. 297-306, ora in P. Scoppola, La Chiesa e il fascismo. Documenti e interpretazioni, Laterza, Bari 1971, pp. 81-87. La citazione, che si trova alla p. 85, è preceduta dall’esaltazione di Mussolini, il cui governo «grazie sopra tutto alla tempra singolare dell’uomo che lo dirige […] vanta benemerenze innegabili, massime per ciò che spetta alla religione» (p. 81).
    [12] Lettera di Sturzo al card. Bourne, 15 giugno 1926, in «Archivio Luigi Sturzo», f. 141A, c. 9, cit. in F. Piva e F. Malgeri, Vita di Luigi Sturzo, prefazione di G. De Rosa, Cinque Lune, Roma 1972, p. 291 (nota 8)  
    [13] Il giudizio è espresso da G. De Rosa nel saggio Luigi Sturzo nella storia d’Italia, in Aa. Vv., Luigi Sturzo nella storia d’Italia, Edizioni di Storia e Letteratura Roma 1973, p. 94.
    [14] Lettera di Rosselli a Sturzo, 12 novembre 1929, in Luigi Sturzo e i Rosselli tra Londra, Parigi e New York cit., p. 46.
    [15] M. Degl’Innocenti, Carlo Rosselli e il movimento sindacale dalla tesi di laurea a «Socialismo liberale», La Nuova Italia, Firenze 1978, p. 57.
    [16] Per un elenco degli articoli apparsi su «La Giustizia» cfr. N. Dell’Erba, Carlo e Nello Rosselli. Guida bibliografica 1917-2001 cit., pp. 162-163
    [17] Cfr. le lettere di Carlo Rosselli alla madre (1924), in Epistolario familiare. Carlo, Nello Rosselli e la madre (1914-1937) cit., pp. 205-242.
    [18] Y. De Begnac, Palazzo Venezia. Storia di un regime cit., p. 286.
    [19] L. Sturzo, Mazzini e Bakunin, in «The Review of Reviews», 15 gennaio 1930, ora in Id., Miscellanea londinese I: (Anni 1925-30), Zanichelli, Bologna 1965, pp. 353.
    [20] Sul divieto imposto a Sturzo cfr. la lettera del cardinale Bourne, 18 marzo, 1926, in G. De Rosa, Luigi Sturzo nella storia d’Italia cit., p. 90.
    [21] F. Malgeri, Il fuoruscitismo popolare, in AA. VV., Storia del movimento cattolico, vol. IV: I cattolici dal fascismo alla Resistenza, Il Poligono, Roma 1981, p. 44.
    [22] L’intervista concessa da Rosselli a «L’Italia del Popolo» (30 settembre 1929) è ristampata in «Archivio Trimestrale», gennaio-giugno 1984, n. 1-2, pp. 103-108.
    [23] Sui due personaggi si vedano G. Ignesti, Donati Giuseppe in «Dizionario Storico del Movimento cattolico 1860-1980», vol. II: I protagonisti, Marietti, Casale Monferrato 1982, pp. 181-190 ; Mario G. Rossi, Ferrari Francesco Luigiibidem, pp. 201-205.
    [24] Lettera di Ferrari a Sturzo, 30 settembre 1929, ora in L. Sturzo, Scritti inediti (1924-1940), a cura di F. Rizzi, Cinque Lune, Roma 1975, pp. 247-249.
    [25] Ivi.
    [26] N. Rosselli, Mazzini e Bakounine. 12 anni di movimento operaio in Italia (1860-1872), Bocca, Torino 1927.
    [27] Su Henry Wickham Steed (1871-1956) cfr. D. Forgacs, Sturzo e la cultura politica inglese, in G. De Rosa (a cura di), Luigi Sturzo e la democrazia europea, Laterza, Roma-Bari 1990, pp. 343-346; G. Farrell-Vinay, Sturzo e l’Inghilterra, in Aa. Vv., Universalità e cultura nel pensiero di Luigi Sturzo, Rubbettino, Soveria Mannelli (Catanzaro) 2001, pp. 181-223.
    [28] Lettera di Rosselli a Sturzo, 12 novembre [ottobre] 1929, in Luigi Sturzo e i Rosselli tra Londra, Parigi e New York cit., pp. 45-47. La lettera era stata parzialmente pubblicata da S. Mastellone, Liberalismo sociale e socialismo liberale, in A. Colombo (a cura di), I colori della libertà. Il mondo di Nello Rosselli fra storia, arte e politica, FrancoAngeli, Milano 2003, p. 109.
    [29] Lettera di Sturzo a Salvemini, 4 novembre 1929, conservata in «AGL» presso l’Istituto storico della Resistenza in Toscana di Firenze, sez. I, fasc. 7, sottofasc. 4, c. 10.
    [30] P. G. Zunino, La questione cattolica nella sinistra italiana (1919-1939), il Mulino, Bologna 1975, pp. 336-337.
    [31] Cfr. il capitolo 5 della tesi di laurea (1921), intitolata «Il sindacalismo cristiano» e ripubblicata integralmente, in Carlo e Nello Rosselli. Giustizia e Libertà, a cura di G. Limiti e M. di Napoli, UIL, Roma 1993, pp. 388-402. 
    [32] Dell’incontro con Rosselli e del fallito progetto, Sturzo informò Ferrari: «Ho visto Rosselli che è stato qui. Abbiamo scambiato molte idee, e ci siamo dato un altro appuntamento»; cfr. F.L. Ferrari, Lettere e documenti inediti, a cura di G. Rossini, Edizioni di Storia e Letteratura - Edizioni Sias, Roma 1986, vol. I, p. 240.
    [33] Secondo Zunino i giudizi rosselliani si ritrovano nelle lettere a Isabel Massey (11 marzo 1933) e a Bertha Pritchard (senza data), conservate nell’«Archivio di Giustizia e Libertà» presso l’Istituto storico della Resistenza in Toscana di Firenze, Fondo C. Rosselli, 94/5-6; cfr. P.G. Zunino, La questione cattolica nella sinistra italiana (1919-1939) cit., pp. 339.
    [34] L. Sturzo, Mazzini e Bakunin, in «The Review of Reviews», 15 gennaio 1930, ora in Id., Miscellanea londinese I: (1925-30) cit., pp. 352-356.
    [35] Lettera di Nello Rosselli alla madre, 17 marzo 1930, in Epistolario familiare. Carlo, Nello Rosselli e la madre (1914-1937) cit., p. 484.
    [36] Sull’attentato di De Rosa e sul dibattito suscitato negli ambienti del fuoruscitismo cfr. M. Giovana, Fernando De Rosa dal processo di Bruxelles alla guerra di Spagna cit.; A. Morelli, Nuovi elementi sul «caso De Rosa», in «Storia contemporanea», 1987, a. XVIII, pp. 767-809.
    [37] Cfr. la lettera di Ferrari a Donati, Bruxelles 8 febbraio 1931, in Francesco L. Ferrari, Lettere e documenti inediti, a cura di G. Rossini, Edizioni di Storia e Letteratura - Edizioni Sias, Roma 1986, vol. II, p. 485.
    [38] Copia degli opuscoli si trovano in «Archivio di Giustizia e Libertà», sez. IV, fasc. 2, sottofasc. I, inserto 5, n. 4. Il secondo è ripubblicato in F. L. Ferrari, L’Azione cattolica e il “regime”, introduzione di E. Rossi, Parenti, Firenze 1957, pp. 187-199. Per un’interpretazione dei due opuscoli si vedano i giudizi negativi di Pier G. Zunino, il quale afferma che «il popolare si fece strumento degli obbiettivi del movimento di Rosselli», svalutando così il contributo che Ferrari diede all’antifascismo; cfr. Id., Chiesa e fascismo nelle concezioni di Giustizia e Libertà cit., p. 523. Il giudizio su Ferrari, non esente da forzature interpretative, sembra attenuarsi nella rielaborazione del saggio, ma è sempre improntato a una valutazione negativa; cfr. Pier G. Zunino, La questione cattolica nella sinistra italiana (1919-1939) cit., pp. 339.  
    [39] Francesco L. Ferrari, L’Azione cattolica e il “regime” cit., pp. 188, 190, 195 e 198.
    [40] Lettera di Sturzo a Ferrari, [Londra] 11 maggio 1930, in Francesco L. Ferrari, Lettere e documenti inediti, I, a cura di G. Rossini, Edizioni di Storia e Letteratura - Edizioni Sias, Roma 1986, p. 313.
    [41] F.L. Ferrari, L’Azione cattolica e il “regime” cit., p. 195. Rivolgendosi ai parroci egli affermò: «Il problema che si porrà nell’avvenire non sarà quello di conservare il Concordato anche dopo l’inevitabile ruina del regime fascista: sarà quello di liberarvi del Concordato prima ancora della caduta della dittatura» (ivi, p. 198).
    [42] C. Rosselli, Italia e Europa, in «Quaderni di Giustizia e Libertà», giugno 1933, serie II, n. 7, p. 1.
    [43] Lettera di Rosselli a Marion Cave, in C. Rosselli, Dall’esilio. Lettere alla moglie 1929-1937, a cura di C Casucci, Passigli, Firenze 1997, p. 32.
    [44] Lettera di Carlo Rosselli a Sturzo, 15 novembre 1933, in Luigi Sturzo e i Rosselli cit., p. 56.
    [45] Lettera di Rosselli a Sturzo, [Londra] 14 marzo 1934, in Luigi Sturzo e i Rosselli cit., p. 63.
    [46] Cfr. Tirreno [E. Lussu], Orientamenti, in «Quaderni di Giustizia e Libertà», febbraio 1934, serie II, n. 10, pp. 58-72. Sulle reazioni suscitate dall’articolo negli ambienti socialisti cfr. le acute osservazioni di S. Fedele, Storia della Concentrazione antifascista 1927-1934, Feltrinelli, Milano 1976, pp. 173-177.
    [47] Francesco L. Ferrari, L’Azione cattolica e il “regime” cit., p. 195.
    [48] Cfr l’articolo anonimo deve essere attribuito a Rosselli per le medesime frasi contenute in un altro di alcuni mesi dopo; cfr. Missione d’imbroglio, in «Giustizia e Libertà», 1° febbraio 1935, a. II, n. 5, p. 4; C. Rosselli, «L’Osservatore romano» risponde, ivi, 7 giugno 1935, a. II, n. 23, p. 1, ora in Id., Scritti dell’esilio II: Dallo scioglimento della Concentrazione antifascista alla guerra di Spagna (1934-1937), Einaudi, Torino 1992, pp. 177-179.
    [49] Sulla posizione di Sturzo e il suo tentativo di evadere la questione si vedano le due lettere a Rosselli: la prima, [Londra] 7 febbraio 1935, ma pubblicata il 15 marzo; cfr. Una lettera di Sturzo, con postilla di Rosselli, in «Giustizia e Libertà», 15 marzo, a. II, n. 11, p. 2; la seconda, [Londra] 21 febbraio 1935, in P.G. Zunino, Chiesa e fascismo nelle concezioni di Giustizia e Libertà cit., p. 534.  
    [50] L. Sturzo, Un problème de conscience, in «L’Aube», 31 marzo 1935, ora in Id., Miscellanea londinese, Zanichelli, Bologna 1970, vol. III, pp. 124-126.
    [51] L. Sturzo, Hipothèses et non prophéties sur le conflit italo-abyssin, in in «L’Aube», 12 giugno 1935, ora in Id., Miscellanea londinese, vol. III cit., pp. 154-159. Sulle posizioni di Sturzo e il dibattito sulla questione abissina negli ambienti cattolici francesi cfr. F. Mayeur, L’Aube. Studio di un giornale d’opinione (1932-1940), Cinque Lune, Roma 1969, pp. 199-217 (I° ed. francese: Colin, Paris 1966). 
    [52] Per un quadro complessivo si veda lo studio di R. Moro, Azione cattolica, clero e laicato di fronte al fascismo, in Aa. Vv., Storia del movimento cattolico cit., pp. 308-320. 
    [53] Cfr. Sturzo e la guerra d’Africa, in «Giustizia e Libertà», 21 giugno 1935, a. II, n. 25, p. 4. L’episodio cui si riferisce avvenne il 15 giugno 1935, quando Pio XI celebrò nell’aula delle Benedizioni una messa per gli iscritti all’Associazione dei Granatieri d’Italia, rivolgendo loro un breve discorso di saluto; cfr. Il Sommo pontefice celebra il Divin Sacrificio, in «L’Osservatore Ropmano», 16 giugno 1935, p. 1. 
    [54] Lettera Personale di Sturzo a Rosselli, Londra 23 giugno 1935, in  Luigi Sturzo e i Rosselli cit., p. 74. Una distorsione del pensiero sturziano si trova nelle considerazioni di Zunino, che mutila la lettera nella sua parte più significativa; cfr. P.G. Zunino, La questione cattolica nella sinistra italiana (1919-1939) cit., p. 411.
    [55] Cfr. Il Vaticano e la guerra. Un’altra lettera di Luigi Sturzo, in «Giustizia e Libertà», 5 luglio 1935, a. II, n. 27, p. 3.
    [56] Cfr. L. Sturzo, Miscellanea londinese, vol. III, p. 172.
    [57] Per le posizioni di Rosselli e Sturzo sulla guerra civile spagnola cfr. L. Pala, I cattolici francesi e la guerra di Spagna, Argalìa, Urbino 1985; G. Campanini, Una battaglia per la libertà della Chiesa. Luigi Sturzo e la guerra di Spagna, in Aa. Vv., I cattolici italiani e la guerra di Spagna, a cura di G. Campanini, Morcelliana, Brescia 1987, pp. 167-194; G. Canali, L’antifascismo e la guerra civile spagnola, Manni, San Cesareo di Lecce 2004, pp. 11-37.
    [58] Lettera di Sturzo al direttore del «Matì» di Barcellona, 12 ottobre 1936, in L. Sturzo, Scritti inediti (1924-1940), II, a cura di Franco Rizzi, Edizioni Cinque Lune, Roma 1975, p. 435. Pubblica 11 lettere di Rosselli a Sturzo.

    [59] Il telegramma di Sturzo, pubblicato sull’organo del movimento giellista, esprimeva «le profonde condoglianze alle due desolate famiglie»; cfr. «Giustizia e Libertà», 18 giugno 1937, p. . G. Ranzato, Bollati Boringhieri, Torino 2004; De Rosa, Antifascismo e Resistenza ; V. Clemente, Luigi Sturzo e la politica centro-europea…, in «Rassegna di politica e storia», agosto 1965.