ARTE FERITA

PERCHE'
IL RANCORE SEMBRA DIVENTATO
UN "SENTIMENTO NAZIONALE"

GIANNI ZAGATO

Colpisce un certo degrado della qualità della vita quotidiana. Colpisce l’accelerazione con cui marcia attorno, e dentro, le nostre esistenze. Gli indicatori sociologici lo rilevano da tempo, come rilevano l’impennata di un fenomeno che indica come diffuso sentimento “nazionale”, per usare il linguaggio dell’ultimo rapporto del Censis, il “rancore” che da un anno all’altro si tramuta in “cattiveria”. È un sentimento che si fa modo di essere, metro di misura nelle relazioni. Sentimento che può diventare, se già non è diventato “punto di vista” sul mondo, dunque senso comune diffuso. Esso sta assumendo i tratti della pervasività, occupa gli spazi delle relazioni di lavoro, della vita sociale, di quella affettiva, della comunicazione, dai social ai talk show televisivi. Investe in pieno la qualità del dibattito pubblico, in primo luogo quello inerente la politica.

Se questo è ciò che possiamo vedere in superficie, come epifenomeno, la radice rende evidenti un insieme di cause, ognuna delle quali richiama una complessità di lettura. La prima, forse anche in ordine d’importanza, è quella sociale, e deriva dalla lunga crisi e dagli effetti che essa ha prodotto non soltanto sul piano economico. Incertezza, precarietà, depauperamento materiale e di status del ceto medio, allentamento dei vincoli comunitari, hanno aperto la strada ad un isolamento individuale che tiene insieme un bisogno d’affermazione dell’uno contro l’altro, con il senso d’impotenza nel realizzarlo.

C’è una causa che senz’altro attiene alle élite odierne, ed è una discussione in corso (negli ultimi giorni Baricco, Emanuele Coccia e Nadia Urbinati). La causa culturale porta il peso di un Paese che progressivamente è slittato nei posti di coda tra quelli che investono nel sapere e nella sua diffusività. Qualcosa che richiama l’analisi pasoliniana di mezzo secolo fa, quella di un Paese che cresce economicamente con assai più velocità di quanto non faccia culturalmente.
Oggi che quella crescita economica si è arrestata, e non riusciamo a lasciarci alle spalle questi lunghi decenni di recessione, viene a mancare la sponda culturale solida, diffusa, critica e insieme mediativa, capace di dare qualità allo stato delle relazioni nel tempo della crisi. Naturalmente, il panorama non è del tutto omogeneo, né l’esito già segnato. Vi sono le eccellenze, tante, come vi sono esperienze di aggregazione e crescita culturale e sociale, di cui troppo poco si parla. E anche questo è un problema non di poco conto: cosa e come si racconta, quale è la “narrazione” che passa nella quotidianità.
La vicenda della Sea Watch è stata per settimane nei titoli di cronaca, più per assistere a chi usciva vittorioso e chi sconfitto nel derby europeo dell’accoglienza agli immigrati, che non per le condizioni delle persone a bordo. E del sindaco di un paesino del crotonese che ha svegliato i propri concittadini nel cuore della notte salvando così persone in mare non è restata quasi traccia. Sta di fatto che l’avvitamento della realtà sociale e culturale in tempo di crisi, insieme all’inettitudine delle classi dirigenti, non solo quelle politiche, produce un nuovo “senso comune”. Dentro il quale lo spazio dialettico, critico, civile e democratico, progressivamente si riduce. Ad esso manca una risposta, che sia di qualità e di sostanza diversa e alternativa, che non risulti nell’agire del tutto marginale, e che non abbia di sé una considerazione quasi d’impotenza nel risalire la china.
Il blog ha una funzione utile e positiva. Propone contributi culturalmente riflessivi, in vari campi, mette a confronto una pluralità di punti di vista, suscita curiosità. Lo stesso nome, evoca un programma, una linea di tendenza, un obiettivo da conseguire. É pur vero che l’epoca è quella di una certa inflazione informativa, a cui sempre meno corrisponde un’analisi critica e autonoma dei fatti che accadono, dell’attenzione alle fonti e alla loro pluralità, della selezione e del “giusto peso” che a quei fatti narrati va attribuito, della memoria che se ne fa, della complessità che li determina. Conta in ogni caso il “profilo” con cui si entra nel magma di un mercato nel quale l’offerta pare superare di gran lunga la domanda.
L’attuale profilo del blog, che va mantenuto e anzi implementato nei criteri su cui si è recentemente rilanciato, può tuttavia essere affiancato da qualcosa, certamente da inventare nella forma concreta, che dia l’idea di un leit motiv, di un chiodo fisso su cui battere, di una cifra che lo contraddistingue su un punto specifico: c’è bisogno di un “altro” e diverso senso comune, quello attuale porta ineluttabilmente all’esito, prima o poi, di non aver bisogno né di informazione né di democrazia. C’è ormai un “a priori” che riguarda la possibilità stessa che si affermi un dibattito pubblico in Italia degno di questo nome, nell’informazione, nella cultura, nella politica, ancor di più.
E’ l’uso delle parole, il linguaggio, il codice di reciproco riconoscimento che rende possibile all’informazione, alla cultura, alla politica di essere praticate in quanto tali, nella loro autonomia e interdipendenza, nella pluralità e differenza delle opzioni all’interno di ciascuna di esse. Quel chiodo fisso da battere possono essere le “venti righe” che giorno dopo giorno allargano e approfondiscono il discorso; può essere la sequela di voci che si susseguono, o con pezzi o con interviste, e compongono un coro polifonico sul discorso medesimo; questo e/o altro che senz’altro potrà emergere da un confronto tra i diversi collaboratori del blog, qualora si ravvisi la necessità di andare in questa direzione.