IERI E OGGI

PERCHE'
NON TORNI
QUELL'ORRORE
CONSENTITO
DALLA MODERNITA'

CESIRA FENU

Il 27 Gennaio 1945 l’Armata Rossa nella sua inarrestabile avanzata verso Berlino liberava il Lager di Auschwitz. Ciò che si presentò ai liberatori lo descrive bene Primo Levi in Se questo è un uomo: larve umane che si aggiravano tra le baracche ormai abbandonate in seguito al trasferimento dei deportati verso Ovest in quelle terribili marce della morte a piedi o su carri merci scoperti sferzati dal gelo di un inverno particolarmente freddo che falcidiò i sopravvissuti. Primo Levi, malato costretto in infermeria, si salvò proprio per questo motivo ma rimase per tutta la sua vita ferito nell’animo e, condannato a ricordareperché i sommersi, i musulmani, comeeglili hadefinitiin “I sommersi e i salvati”, nonfossero sommersi per sempre dal mare della dimenticanza, fu travolto e si tolse la vita.

Anche Elie Wiesel, Premio Nobel per la Pace, descrisse in pagine memorabili, allucinate, in quella terribile discesa agli Inferi che è La Notte (Giuntina), l’esperienza di Auschwitz e della marcia della morte cui furono costretti i deportati per non lasciare tracce della nefandezza compiuta dai nazisti. Sia Primo Levi che Wiesel persero la fede perché, pensarono, se esiste Auschwitz non può esistere Dio. Tante sono le testimonianze di chi si è salvato e ora che gli ultimi sopravvissuti scompaiono si fa più urgente la necessità di raccogliere racconti diretti perché quando non ci sarà più alcuno a raccontare non si perda il ricordo del Male assoluto, il buco nero del Novecento, come scrive Otto Friedrich in Auschwitz. Storia del Lager, 1940 – 1945 (Baldini Castoldi Dalai), evento centrale del secolo scorso: quello che divide la storia umana in prima e dopo Auschwitz.
Liliana Segre, nominata dal Presidente Mattarella Senatrice a vita, tra le pochissime sopravvissute, da decenni impegnata nell’opera di sensibilizzazione nelle scuole, ha affidato i suoi ricordi e il suo messaggio politico a Giuseppe Civati ne Il mare nero dell’indifferenza (people). Ella fu tra i soli 25 bambini italiani di età inferiore ai quattordici anni sopravvissuti dei 776 deportati ad Auschwitz. Con parole toccanti descrive la separazione dal carissimo papà appena giunti nel Lager. Si tenevano per mano e pian piano dovettero sciogliere quel contatto, la vita, per seguire il proprio destino. Liliana al ritorno trovò incomprensione, il muro dell’indifferenza, come quello nel Memoriale dell’Olocausto alla Stazione Centrale di Milano, al binario 21, sotterraneo dal quale partivano, col loro carico di vite nude, ignare e dolenti, i convogli per Auschwitz e da cui partì Liliana col papà. Ella, dice anche nel libro con Enrico Mentana La memoria rende liberi. La vita interrotta di una bambina nella Shoah (Bur), che tutto comincia dall’indifferenza, da quella parola. Gli orrori di ieri, di oggi, di domani fioriscono all’ombra di quella parola. La chiave per comprendere le ragioni del male è racchiusa in quelle cinque sillabe, perché quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore.
AncheLiana Millu, ebrea genovese deportata a Auschwitz – Birkenau, deceduta novantenne nel 2005, ha testimoniato instancabilmente la sua esperienza con accenti toccanti ne Il fumo di Birkenau (Giuntina) introdotto da Primo Levi. In sei racconti espone episodi della vita nel Lager femminile con una scrittura che raggiunge il lirismo venato di tristezza. Si delinea la situazione delle donne deportate, più difficile di quella degli uomini e particolarmente commovente è la storia della giovane donna incinta che con attaccamento alla vita riesce, in quelle condizioni estreme, a portare a termine la gravidanza. Senza alcuna assistenza madre e bimbo moriranno dissanguati. Il racconto verrà ripreso nel libro che contiene l’ultima testimonianza di Liana raccolta da Roberto Pettinaroli e dal titolo Campo di betulle (Giuntina). Liana, non credente, nell’inferno di Birkenau, nell’aria ammorbata dal fumo del camino, elevò a fior di labbra una preghiera spontanea …Fa’, o Signore, / che io non divenga fumo / che si disperde, fumo / in questo cielo straniero / ma riposare io possa laggiù / nel mio piccolo cimitero / sotto la terra della mia terra, / dove il sole mi scalderà, / il mare mi cullerà, / il vento mi porterà / i profumi delle riviere / e sarà la pace. (TagebuchIl diario del ritorno dal Lager, Giuntina).
Altre testimonianze su Auschwitz ci giungono da Zdenka Fantlova, classe 1922, nata in una cittadina non lontano da Praga che in Sei campi (Teadue) narra la sua Odissea che da Praga la portò a Terezin, Auschwitz, e poi con la marcia della morte, a Kurzbach, Gross – Rosen, Mauthausen, Bergen – Belsen. Perse tutta la famiglia ma a differenza di altri racconti di deportazione la sua narrazione mantiene sempre una nota di positività, non perdendo la speranza e l’amore, la voglia di vivere anche nei momenti più bui. La straordinaria vicenda colpisce per la sensibilità, gli affetti, l’amore appassionato per Arno, i ricordi, la capacità di stupirsi per la natura e riuscire a conservare la dignità pur in mezzo agli orrori. Ormai allo stremo, col tifo contratto a Belsen – per il quale morirono Anna Frank e la sorella – verrà salvata da un ufficiale inglese e avviata in Svezia per le cure, pesava 33 chili. Fu come uscire da un incubo e riuscì a riprendere forza e a lottare per ricominciare da zero.
Di fronte a tanta sofferenza, a tanto orrore - a sei milioni di morti ebrei oltre a 500.000 zingari, ma studi riportati in Sterminateli! (Res Gestae) dal giornalista e scrittore francese Christian Bernadac, attento studioso della deportazione, parlano di 240.150 morti accertati, sottoposti, cavie umane, a terrificanti esperimenti che di scientifico non avevano nulla - si è cercata una risposta. Storici di grande livello come Hilberg con l’accuratissimo La distruzione degli ebrei d’Europa (Einaudi), Mosse Il razzismo in Europa. Dalle origini all’Olocausto (Laterza), Bensoussan, Storia della Shoah (Giuntina), sociologi tra i quali Zygmunt Bauman nel magistrale Modernità e Olocausto (Il Mulino) e intellettuali come Hanna Arendt, Le origini del totalitarismo (Comunità) e anche La banalità del male (Feltrinelli) hanno indagato il fenomeno alla ricerca di una spiegazione il più possibile esaustiva.
Bauman nel suo saggio esprime la carenza di studi sociologici che, con metodo proprio della disciplina, abbiano approfondito le cause della Shoah. Secondo Bauman l’Olocausto deve essere studiato come fenomeno strettamente legato alla Modernità e, in quanto tale, passibile di ripetersi. Se nel passato, nelle società tradizionali l’ebreo viveva separato, facilmente riconoscibile nella sua particolarità, con i Lumi si pongono le basi per l’emancipazione che significa riconoscimento della cittadinanza. Se si è tutti cittadini vi è il pericolo della promiscuità. E’ quindi necessario ridefinire i confini che la Modernità ha scardinato.
Ecco allora sorgere il razzismo scientifico che sostituisce al giudaismo legato alla religione, l’ebraismo sinonimo di razza, sangue, natura. Ecco così che si stigmatizza l’ebreo tramite fattori genetici, insiti e non acquisiti attraverso il processo di socializzazione. L’essere popolo senza nazione, quando il nazionalismo andava affermandosi, è elemento di ansia, un corpo estraneo all’interno dell’omogeneità nazionale. Il nazismo mobilitò sentimenti di ansia antimodernisti, l’idea del Reich millenario, del Volk, della purezza della razza, il considerare l’ebreo come portatore di valori legati al denaro e all’economia, contrapposti nettamente all’ideale di valori e modi di vita definiti volkisch costituisce un discrimine. I
l razzismo, come concezione del mondo e strumento di attività politica deve fondarsi sulla scienza e quindi sulla modernità. É un prodotto della modernità.La scienza con l’uso della ragione, la misurazione di tutto, la classificazione degli esseri viventi, finì per essere posta al servizio del razzismo e dell’antisemitismo nazista. Si fa largo l’eugenetica per la creazione di una razza pura mentre i malati di mente, i portatori di handicap vengono soppressi. Se, sostiene Mosse, nella società tradizionale l’ebreo non era oggetto di sterminio, solo col nazismo la repulsione per gli ebrei viene concepita come misura igienica. Parassiti, microbi, igiene, Hitler era ossessionato dalla contaminazione. Si passa allo sterminio.
Dice Bauman: il razzismo è una politica e un’ideologia. Come tutte le politiche ha bisogno di organizzazione, di amministratori e di esperti. Ciò può essere possibile nella modernità con la burocratizzazione. E poiché il popolo aveva blandi sentimenti antisemiti la logica del problem-solving seguì il suo corso. Questa la tesi funzionalista di Bauman che rifiuta quella intenzionalista sostenendo che l’Olocausto fu reso possibile dalla cultura burocratica con la divisione dei compiti, come nelle catene di montaggio per cui ogni elemento vedeva solo quel segmento a cui era preposto. La responsabilità si frammenta, la vittima viene disumanizzata e inserita nel processo di eliminazione. La soluzione finale della questione ebraica si realizza freddamente stando a tavolino. Per tale motivo Bauman sostiene l’importanza dell’etica e della responsabilità. Perché ciò che accaduto non si ripeta.