ARTE FERITA

SE SI ARRIVA
A METTERE
SOTTO ACCUSA
CAMILLERI
PER LESA
INUMANITA'...

GIUSEPPE MARCHETTI TRICAMO

C’era un’intera isola, con la sua atmosfera e la sua storia e la voglia di raccontarla, dentro la valigia (tenuta serrata per anni) di quell’uomo sapiente, che non era ancora lo scrittore celebrato dalle classifiche dei libri più venduti. Il suo viaggio era stato lungo. La Freccia del Sud, il treno che aveva già svuotato il Meridione, aveva percorso la Sicilia, mentre il suo sguardo ancora giovane indugiava sui luoghi che un giorno avrebbe raccontato. Sui mulini a vento delle saline, sui bagli prigionieri dei boschi di carrubi, sulle spianate di ulivi, di mandorli e di agrumi (esuberanti e lucenti come nei quadri di Guttuso) racchiusi dai muretti a secco in pietra bianca, sui vigneti fecondi d’uva che sarebbe diventata un buon vino Zibibbo e Nero d’Avola, sui resti archeologici del passaggio di greci, romani, arabi e normanni, su un falco pellegrino naufrago nel vento, sulla Madonna nera in cima all’acropoli di Tindari, e poi, attraversando lo Stretto di Messina, sui fuochi dei carbonai dell’Aspromonte che all’orizzonte si confondevano con le stelle del cielo di Calabria. Mentre si perdevano lontani i profumi di zolfo e di gelsomino.
A Roma, fece programmi quando la televisione era colta, e anche cinema e teatro. Lui, il futuro scrittore, frequentò per lungo tempo il tenente Sheridan e il commissario Maigret ma anche Eduardo De Filippo, che recitava in una lingua mischiata di italiano e napoletano stretto. È lì, lo afferma lui stesso, che ha imparato il mestiere di scrivere gialli e, forse, con Eduardo ha percepito l’efficacia letteraria della convivenza del dialetto con l’italiano.
Al momento di abbandonare il lavoro in Rai, per sopraggiunti limiti di età e con un consuntivo di 1300 regie radiofoniche, 120 teatrali, 80 televisive, è certamente appagato ma ha ancora tanta voglia di misurarsi con il mondo. E, sulla soglia della terza età, al giro di boa (che sarà il titolo di un suo libro del 2003), la sua smania di scrittura, accantonata per anni, prende il sopravvento. A quel punto nasce lo scrittore, l’Andrea Camilleri che invaderà gli scaffali delle librerie d’Italia e di molti altri Paesi. È questo il Camilleri che ho imparato a conoscere.
Ricordo la prima immagine mentre si affaccia alla letteratura taliando attraverso una persiana blu appena socchiusa. Mi è piaciuta la sua bella faccia serena, lo sguardo di chi la sa lunga, che supera le lenti dei grandi occhiali per raggiungerti indagatore.
Poi l’incontrai a margine di un evento letterario in Rai. Maestro? Non ho nulla da insegnare, chiamami Sommo, se vuoi. Lo ricordo mentre scorre pagine di libri da poco arrivati sui tavoli della libreria Il seme di Lucia Re, nel quartiere Prati a Roma. Lui sfoglia le pagine e io mi estraneo: lo vedo seduto al bar di Porto Empedocle, con un bicchiere di birra e una sigaretta tra le dita (dice difumare come dieci turchi messi insieme), a raccontare e ascoltare storie inesauribili tra amici. Io sono proprio lì e mentre tendo l’orecchio vorrei chiedere al picciotto del bar di portarmi una granita di mandorla o di pistacchio. Ma non oso interrompere.
Da Vigàta, non lontano da Montelusa, luoghi immaginari e reali, un paese di terra e di mare, siamo pronti per il nostro viaggio in un territorio noto e sconosciuto, giovane e millenario, fatto di contrasti violenti, brutale e innocente, di buio e di luce, di passione e di rassegnazione, di antiche dimore baronali dai profili barocchi, di balconi che ricordano Siviglia, di bagli contadini di delicata armonia, di cupole arabe e normanne, di fornaci per fabbricare giare, di paesaggi assolati e generosi di una bellezza letteraria. Oltre Vigàta, verso il lido di Marinella, verso le spiagge candide di pomice o nere di lava, lambite da un mare verde, turchese e poi cobalto. E ancora oltre, verso la falesia bianca della Scala dei Turchi, scolpita dallo scirocco e dal maestrale.
Una pellegrinazione mentale per incontrare personaggi prestati ai plot dei romanzi. Non occorre prendere la littorina, il treno a scartamento ridotto che si partiva dalla stazione nica-nica e che portava gli studenti pendolari al liceo classico “Empedocle” di Agrigento, la scuola che era stata di Pirandello e di Sciascia e poi di Camilleri, studente-animatore del giornale L’asino che vola, e di altri. Su quel treno lentissimo, il cui cammino era talvolta interrotto da qualche vacca addormentata tra le rotaie, i passeggeri erano sempre gli stessi. Fatta cizzione degli studenti che s’arripassavano le lezioni e delle maestre e dei maestri che avivano il giornale, gli altri passeggeri non erano gente di lettura e passavano il tempo del viaggio o chiacchiarianno o jocando a carte, scopa, trissette e briscola (Il casellante, 2008). Gli altri stanno in paese, circolano per le strade e poi si trasferiscono prepotentemente sulle pagine dei romanzi, forzando la volontà dell’autore, e diventano protagonisti di narrazioni ambientate in luoghi familiari. Personaggi storici e moderni, ironici, spesso divertenti e talvolta malinconici, Zosimo "re di Girgenti", Nenè, Gnazio Manisco, Maruzza Musumeci, Febo Germosino, Nino Zarcuto, don Pitrino Vadalà, Montalbano, Mimì Augello, Fazio, Catarella, Livia, Ingrid, Beba, Adelina, Alfonso e Margherita Griffo, Balduccio Sinagra, l’ingegnere Luparello, il questore Bonetti-Alberighi e… il gatto Ruggero.
Sono totalmente incapace, afferma Camilleri, di inventarmi una storia ambientata in un luogo che non conosco. Uno può anche scrivere un romanzo su una città che conosce attraverso le immagini televisive e quelle guide meravigliose che oggi esistono non ci sei mai stato ma sai dov'è il tabaccaio. Ma questo non significa che tu sai cosa pensano, come pensano, le persone che in quelle strade camminano. Io conosco, almeno, penso di conoscere (la precisazione è importante), il modo di ragionare, di intendere il mondo, di rapportarsi con gli altri dei miei compaesani. Pecco, nell'ottanta per cento dei casi, di presunzione di avere capito, però per il venti per cento ci indovino. Quel venti per cento mi serve per scrivere dei libri.
Finzione e autenticità si rincorrono e si intrecciano talmente tanto che il mondo fantastico di uno scrittore diventa la sua realtà. Camilleri dove avrà incontrato il commissario Salvo Montalbano, nella realtà o nel fantastico? Il suo nome è un omaggio allo scrittore spagnolo Manuel Vázquez Montalbán, creatore del detective Pepe Carvalho, personaggio che ha molte cose in comune con il nostro commissario (in particolare il gusto per la buona cucina; tra i piatti preferiti da Montalbano: pasta ’ncasciata, piatto degno dell’Olimpo nel Cane di terracotta; la caponatina! sciavuròsa, colorita, abbondante nella Gita a Tindari; pasta alla Norma, quella con le milinzane fritte e la ricotta salata nel Ladro di merendine)? Un vecchio insegnante del liceo di Agrigento? O quell’altro professore di Cagliari, che l’aveva invitato a chiacchierare con gli studenti? Oppure è effettivamente esistito (come ha affermato lo storico Giuseppe Carlo Marino dell’Università di Palermo, in un contributo a Passato e presente/Tg1, il blog di Roberto Olla) un Montalbano commissario di polizia che ha risolto numerosi casi giudiziari complicati coperti da omertà e mistero?
Non mi sono ispirato a nessuna persona che conosco, afferma il Sommo Camilleri. È piuttosto un puzzle, ci sono tanti elementi di personaggi veramente esistiti ma il totale risulta di fantasia.
Intanto i cittadini di Porto Empedocle hanno eretto un immaginifico monumento al commissario Montalbano, che ha tanti capelli e grandi baffi (come l’ha immaginato lo scrittore e quindi ben diverso da quello televisivo) e se ne sta appoggiato a un lampione dell’illuminazione pubblica.
Figlio dello stesso puzzle è il professore Pintacuda del Ladro di merendine (1999): è in parte il professore di filosofia al liceo Empedocle di Agrigento, si chiamava Carlo Greca, e in parte Sciascia.
Con Sciascia ha avuto un rapporto di reciproca simpatia. Fu lui a portare il primo manoscritto dello scrittore (La strage dimenticata,1984) a Elvira Sellerio, che Camilleri ancora non conosceva di persona. Lo lesse, gli piacque e con il suo fil di voce gli disse che c'erano troppe parole siciliane. Chissà come reagirà il lettore? Il pubblico reagì con entusiasmo. Non soltanto quello siciliano, al quale la lingua era familiare. Ricordo una cena tra amici, che chiudeva l’estate di molto tempo fa. La serata era, per raccontarla con le parole dello scrittore, proprio tinta, botte di vento arraggiate si alternavano a rapide passate d’acqua tanto malintenzionate che parevano volessero infilzare i tetti. Si chiacchierava. Mi sorprese un commensale di Torino che aveva scoperto il Sommo quando, per me e per tanti altri lettori, era ancora un autore sconosciuto. Mi incuriosì molto la presentazione che ne fece quel conoscente piemontese e l’indomani andai in libreria per procurarmi quel libro, La stagione della caccia (1992). Fu il primo e non smisi più di leggere Camilleri: ne seguirono a decine, molti con la copertina blu scuro.
Potrei fare una classifica? Non mi è facile. Tra tutti, preferisco Il re di Girgenti (2001): un cunto di un capopopolo, del famusu avventurosocontadino Zosimo, che nel 1718 divenne re di Girgenti e che, prima di finire sulla forca, regalò un sogno rivoluzionario di dignità ai suoi malmessi sudditi; Il birraio di Preston (1995): intrighi, delitti e tumulti seguiti alla decisione del prefetto Bortuzzi di inaugurare il teatro cittadino con un’opera lirica sconosciuta; Il cane di terracotta (2003): in coda al delitto di mafia, si scopre un omicidio, antico di cinquant’anni, di due giovani amanti trovati abbracciati, nel doppio fondo di una grotta, sorvegliati da un enorme cane di terracotta. Il colore del sole (2007): un diario incredibile scritto da Caravaggio nel periodo trascorso a Malta e in Sicilia. Mi fermo altrimenti li elenco tutti. Un’ultima segnalazione per chi vuole approfondire detti e proverbi del parlare siciliano: Il gioco della mosca (1995).E, adesso, mi accingo a leggere L’intermittenza (Mondadori) e aspetto il preannunciato Una voce di notte (Sellerio).
Ha un segreto lo straordinario successo di Camilleri? Ha scritto romanzi che, in un Paese, il nostro, refrattario alla lettura, hanno conquistato d’improvviso milioni di lettori e i vertici delle classifiche dei libri più venduti. Un fenomeno senza precedenti. Ancora oggi tra i top ten troviamo il suo La caccia al tesoro (2010). La motivazione del suo “trionfo” l’ha data lo stesso scrittore a Curzio Maltese, in una vecchia intervista andata per radio. È avvenuto che in Italia è sempre mancato un tipo di letteratura medio-alta, che il concetto elitario di cultura ha sempre soffocato e portato alla non considerazione.
Anche se gli esiti di libreria sono da industria lui è un artigiano della letteratura. La “bottega” dove nascono i suoi bestseller è a Roma in un palazzo accanto alla sede di Radio Rai. Ha metodo nel lavoro l’artigiano Camilleri: alle prime luci del giorno, macari se la sera avanti si era corcato col proposito d’arrisbigliarsi un’ora doppo del solito, la sveglia corporale sempre alle sei spaccate sonava, e non c’era verso di cangiarle orario (Il tailleur grigio, 2008),sbarbato, vestito e pettinato, si mette a scrivere per alcune ore e poi, dopo aver sospeso per riprendere ’na picca nel pomeriggio, si concede un giro per Prati per un libro, le sigarette, pigghiari ’na vuccata d’aria e, se capita, canusciri qualche sbinturato personaggio in cerca d’autore.
Il successo che arriva in età matura cambia la vita. Di questi tempi ti senti vecchio soltanto se lo vuoi, se ti torna comodo. Siccome ti sei stancato di quello che sei e di quello che fai, ti stai costruendo l’alibi della vecchiaia. Allora, ti pigli un cani per tiniriti compagnia, la matina nesci, t’accatti il giornale, t’assetti sopra ’na panchina, lasci il cani libero e accomenzi a leggiri… (Le ali della sfinge, 2006).
Oggi, a 95 anni di età, Camilleri. con le recenti inchieste condotte nel mondo reale da Montalbano, crea fibrillazioni tra i politici di governo e di alcuni dirigenti Rai che si trovano in palinsesto due nuovi episodi da mandare in onda l’11 e il 18 febbraio 2019. Motivo dei malumori e delle polemiche? Il commissario Montalbano e i suoi uomini colpevoli di umanità. che, invece di respingere i migranti, si tuffano in acqua, li mettono in salvo e li fanno sbarcare sulle coste di Vigàta.
Qual è il pensiero di Andrea Camilleri su un tema sensibile della cronaca, quello dei migranti? “I porti, afferma lo scrittore, devono essere aperti, mai chiusi. I porti spesso sono la riva sognata da gente. Da migliaia di persone. Gli si chiude la porta in faccia”.