IERI E OGGI

SERVE UNA LINEA UNITARIA
DELLE REGIONI PROGRESSISTE
E MERIDIONALI

BEPPE LOPEZ (*)

La spaccatura dell’Italia fra regioni ricche e regioni povere? Fra Regioni virtuose e Regioni spendaccione? Fra italiani del Nord con risorse e servizi adeguati, e italiani del Sud con risorse e servizi da terzo mondo? Per ora la “secessione dei ricchi” è stata bloccata. Concordata fra la ministra leghista e i due presidenti leghisti di Lombardia e Veneto (ai quali si è accodato il piddino presidente dell’Emilia-Romagna, pur con qualche distinguo), è saltata solo all’ultimo momento, il 14 febbraio, in consiglio dei ministri. Era previsto che non passasse nemmeno in Parlamento. Grazie al cielo, la gran parte dei ministri del M5S, viste le enormi risorse e competenze che il provvedimento avrebbe loro sottratto, sono insorti.

Ma non c’è dubbio che i leghisti ci riproveranno. E’ troppo ghiotta l’occasione di ottenere di fatto la secessione - che la barbara Lega Nord delle origini mancò - approfittando della propria dominanza sul governo e della fragilità e delle incertezze della leadership pentastellata. Bisognerà vedere se Di Maio, avendo dalla sua il gruppo parlamentare più numeroso, sarà in grado di dire no alle pretese di Salvini, così come fece a suo tempo Berlusconi con Bossi.

E la Regione Puglia che fa? Che intende fare? La tentazione di accettare la “sfida” delle regioni virtuose del Nord Emiliano l’ha indubbiamente avuta. Ancora alla vigilia del 14 febbraio, pensava di inoltrare al governo richiesta analoga, se non a quelle avanzate dai due presidenti del lombardo-veneto, a quella del presidente emiliano-romagnolo, per una “autonomia rafforzata” rispettivamente da ben ventitré e quindici nuove materie (in aggiunta alle sedici originariamente fissate nella Costituzione e a quelle ancora più consistenti riconosciute con la riforma del Titolo V del 2001, che al contrario fissava in diciassette le materie di esclusiva statale, abbandonandone numerose “di legislazione concorrente” e attribuendo alle Regioni “la potestà legislativa in riferimento ad ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato”).
 
Ma il presidente della Regione Puglia si è ritrovato al centro anche di pressioni e pareri di segno opposto e di iniziative poco chiare da parte di esponenti del centrosinistra. Del resto, la riforma del Titolo V completava una politica di decentramento legislativo e amministrativo di cui fu protagonista il centrosinistra, che allora volle lisciare il pelo, forse troppo, all’elettorato settentrionale passato alla Lega. E, come ha ricordato polemicamente in questi giorni l’ex-segretario del Pd, Matteo Renzi, “l’autonomia è una discussione che si è aperta con il governo Gentiloni”. E il presidente emiliano-romagnolo Stefano Bonaccini chiariva: chiediamo solo quindici materie, non passaggio di personale o regionalizzazione di infrastrutture. Anche il presidente del Piemonte, Sergio Chiamparino, il giorno dopo lo stop del provvedimento in consiglio dei ministri, annunciava: chiederemo solo dodici nuove materie, ma “chi parla di tenersi le tasse fa una cosa fuori dalla Costituzione”. E affermava: “La Puglia di Emiliano, ad esempio, ha chiesto maggiori poteri su più materie di noi”.
Del resto Emiliano, uomo del Pd ma non iscritto al Pd (per la nota sentenza della Corte costituzionale sull’incompatibilità fra appartenenza alla magistratura e tessera di partito), deve tener conto delle varie anime del suo corpo elettorale, del suo magmatico “movimento” e della sua composita maggioranza consiliare. Nel partito in Puglia c’è molto movimento, anche nella prospettiva delle primarie del 3 marzo e ovviamente delle elezioni regionali del 2020. Nei giorni scorsi Emiliano ha incontrato il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, che vorrebbe promuovere “un referendum per l’autonomia differenziata dell’intero mezzogiorno d’Italia”, e i sindaci pugliesi di “Italia in Comune”, decisamente contrari alla iniziativa leghista. Ieri un gruppo di consiglieri regionali del Pd ha presentato un proprio progetto di autonomia rafforzata, in polemica con il contenuto di quella governativa.
Che farà Emiliano? I riferimenti di area, per lui, dovrebbero essere evidentemente Chiamparino e Bonaccini, ma soprattutto il presidente campano Vincenzo De Luca, che ha annunciato la richiesta di “autonomia differenziata” in tredici nuove materie, con toni e parole che forse Emiliano condividerebbe, se fra lui e De Luca corresse buon sangue. Considerando “sacro e inviolabile il principio della unità e della solidarietà nazionale e “irrinunciabile l'obiettivo politico, storico e ideale del superamento del divario Nord-Sud”, De Luca “accetta pienamente la sfida dell'efficienza”. Anche il presidente del Lazio e aspirante segretario del Pd, Nicola Zingaretti, a quanto pare in ottimi rapporti con Emiliano, è più o meno su queste posizioni. Ancora più radicalmente antigovernativo è un altro importante presidente di Regione, il toscano, Enrico Rossi, con il quale Emiliano stava addirittura fondando il partito dei fuorusciti dal Pd: il progetto governativo “sfascia il paese per fondare staterelli egoisti”; ci vorrebbe un ”regionalismo cooperativo”; tutti i presidenti progressisti, invece di muoversi separatamente, dovrebbero lavorare insieme a una “proposta unitaria” da opporre ai leghisti.
Proposta e aspettativa sensate, per chi sia seriamente preoccupato dall’ipotesi di una spaccatura definitiva del Paese e dall’abbandono del Sud alla deriva…
Quando furono create le Regioni nel 1970, con venticinque anni di ritardo sul disposto costituzionale, Michele Emiliano aveva undici anni. Non può ricordare che in quella prima legislatura costituente, per una serie di ragioni – prima fra le quali la presidenza del consiglio regionale affidata a un uomo autorevole, colto ed energico come Beniamino Finocchiaro – la Puglia assunse un po’ la leadership del fronte regionalista, nella battaglia contro ministeri e governi che non voleva cedere competenze e risorse.
Ecco la sfida che potrebbe virtuosamente accettare Michele Emiliano, nella prospettiva di una elezione regionale che avverrà nel cinquantennale della fondazione delle Regioni: lavorare a una proposta di regionalismo avanzato, solidale, democratico e unitario. Nel senso dell’unità delle regioni meridionali e/o dei presidenti regionali di centrosinistra, del rafforzamento dell’Unità d’Italia e del superamento degli squilibri sempre più drammatici fra Nord e Sud.
 
(*) la Repubblica, pagine pugliesi, 21 febbraio 2019