IERI E OGGI

A PROPOSITO
DI MUSSOLINI
Un "piccolo" che volle essere "grande"

LUDOVICO FULCI

La storia di un paese è in qualche modo la storia di chi lo ha rappresentato. Se questo è vero alla coscienza di una nazione, lo è ancora di più alla coscienza di un popolo che a quella nazione sia vicino per ragioni storico – politiche. Quale più quale meno, a tutti i vicini di casa un popolo appare diverso da quel che crede d'essere quando pensa ai tratti costitutivi della propria identità culturale. Questa cosa che vale per tutti, vale in modo particolare per noi italiani che siamo, agli occhi delle altre nazioni europee “consorelle”, un bel po' diversi da come sembriamo a noi stessi. E' un fatto che noi ci consideriamo intelligenti, creativi, fantasiosi e geniali, mentre gli altri ci vedono vanagloriosi, imbroglioni, inattendibili e poco seri. Il divario nel giudizio è considerevole ed è bene che da parte nostra se prenda atto.

La storia non ci ha certo aiutati. Arrivati quasi per ultimi a darci una forma di Stato indipendente, dopo che Inghilterra, Francia, Spagna, Olanda, Svezia, Norvegia avevano ormai da lungo tempo raggiunto questo traguardo, che era bene o male visto come traguardo di civiltà, abbiamo voltato le spalle alle conquistate libere istituzioni, cadendo in una dittatura come quella fascista.
 
1. Il fascismo visto dai non italiani: l'immaturità politica di un popolo
 
Il punto grave, tanto da allarmarci, è che quell'infantilismo morale e civico, che all'uomo medio italiano viene rimproverato ogni volta che si atteggia a don Giovanni, o preferisce lo stadio a uno straccio di impegno civico, si converte nell'accusa d'essere noi italiani incapaci di gestirci autonomamente, perché refrattari alla democrazia, che può fondarsi solo su un maturo senso civico dei cittadini. Siamo considerati gente neanche troppo brava, capace di tirare quattro calci a un pallone, di fare complimenti magari pesanti a una bella turista, e di proteggerci l'un l'altro in una catena di omertà. Il giudizio è severissimo, per poco che si conosca la mentalità dei popoli del Nord - Europa. Eppure questa e non altra è l'immagine che, sul piano politico hanno di noi inglesi e francesi, il che significa anche i popoli che a quelle due culture sono più legati (sia pure per antichi contrasti, che fanno comunque della cultura francese e di quella inglese un polo di riferimento) cioè gli olandesi, i belgi e i popoli scandinavi. Sui tedeschi continuano a pesare gli antichi pregiudizi che con troppa disinvoltura gli italiani hanno mostrato per secoli d'avere nei loro confronti come zotici, incolti e maleducati. Ora si sa: a parlar male degli altri, prima o poi finisce che gli altri parlano e pensano male di te. Sicché per i tedeschi noi siamo fanfaroni, bugiardi e non degni di fede, fermi al Medioevo anche per via della religione cattolica che è quella ufficialmente professata dalla stragrande maggioranza degli italiani.
Come accennato peraltro, non è la storia del nostro paese, della nostra civiltà che vogliamo qui ripercorrere. Ci interessa quella sorta di caduta dalla democrazia al fascismo, tanto più che il fascismo è vissuto dagli stessi italiani come un fatto endogeno, comunque essi si pongano di fronte a tale fenomeno politico del nostro recente passato. Lo è per i nostalgici, che lo rivendicano con orgoglio; lo è anche per gli “antifascisti” che lo considerano una spiacevole parentesi della nostra storia.
Ma siamo sicuri che il fascismo sia stato un movimento tutto italiano? A parte il fatto che si presentò in diversi paesi europei come la Francia, la Spagna, l'Ungheria, è proprio da escludere che all'affermarsi del fascismo in Italia non concorresse la volontà dei governi dei paesi leader della politica europea negli anni tra il 1920 e il 1922? 
La nostra idea è che certamente questo elemento così sottovalutato dalla storiografia sul fascismo abbia giocato un ruolo, complice una stampa internazionale che proprio allora ricamava sui luoghi comuni del machiavellismo italico come elemento di un ethos per certi versi primitivo rispetto alla ricchezza di temi e di valori invece tipici di più raffinate civiltà quali quella inglese e quella francese. Gli osservatori stranieri vedranno non a caso nel Duce il tipo del Principe di machiavellica memoria.
Una cosa è certa: l'aiuto che alla causa dell'antifascismo diedero i governi dei paesi tradizionalmente liberali fu tutto sommato povera cosa, che si esaurisce nell'asilo offerto a tanti fuorusciti che furono comunque abbandonati al loro destino come Amendola, Gobetti, i fratelli Rosselli che proprio in esilio morirono, colpiti da sicari di Stato..
 
2. Ma che cosa fu il fascismo?
 
Del fascismo i giovani d'oggi sanno poco e niente. L'impressione addirittura è che ci sia qualche tentativo di ridurre perfino le distanze rispetto a un'epoca che fino a qualche tempo fa si ridicolizzava per certi aspetti esteriori, per l'imposizione di una moda, nel parlare, nello scrivere, nel ballare, nel fare cose che fossero squisitamente italiane. Oggi Mussolini, senza essere considerato un genio della politica nazionale, è comunque visto dai più, studiosi e uomini di cultura compresi, un uomo politico di primo piano, uno statista. 
E se non fosse così? Se Mussolini fosse stato posto a capo del governo italiano non solo col beneplacito ma con qualche sospiro di sollievo da parte di altri governi europei? Se Mussolini fosse stato lo strumento di altri, in Italia e fuori d'Italia, pur senza essere una sorta di marionetta che fa quel che gli viene detto di fare, occorrerebbe certamente rivedere la storiografia tradizionale che tanto ha insistito sul carattere autoctono del fascismo come tipica tendenza del popolo italiano.  
Mi pare oltretutto che a caratterizzare il fine statista, l'uomo politico di grande statura, sia l'eleganza con cui esce di scena se non propriamente carico di onori, col rispetto almeno di coloro che hanno assistito alla nascita e al tramonto del suo astro, rivali politici compresi. In tutto questo il morire, come si dice, nel proprio letto è la riprova di una “grandezza”, che rivela l'abilità di sapersi tenere a distanza da nemici pericolosi e da amici troppo intriganti, per non dire falsi. Mussolini non rientra in questa tipologia, tutt'al più in un'altra, che è quella dei non pochi epigoni di Napoleone e di cui Cromwell potrebbe dirsi l'antesignano. Questi personaggi lasciano una memoria di sé che divide il paese in due schiere: da un lato c'è chi li ammirano, dall'altro chi arriva perfino a disprezzarli, decretando in entrambi i casi una sorta di immortalità sia pure precaria. Tutto ciò li fa “grandi”, ma ci pare che non abbia nulla a che vedere con le qualità politiche. Si tratta infatti di personaggi capaci di incidere, a volte anche fortemente sull'ethos nazionale e che, per il seguito che hanno trovato, hanno fatto la fortuna di alcuni e la disgrazia di altri. Ma tutto questo col talento politico c'entra poco e niente. 
Qualsiasi persona che abbia raggiunto una certa età intende benissimo in che senso la sorte di ognuno di noi sia nelle proprie mani e sa pure che la propria rovina e quella dei propri familiari, fatale perché casuale quando abbiamo trent'anni, è, dopo i sessant'anni solo frutto di una deriva che non siamo in grado di controllare, quando le nostre stesse scelte ci portano a dover affrontare situazioni non previste. I sessant'anni (o giù di lì) sono l'età della verità, quella in cui si fa un bilancio della propria vita e si cominciano a raccogliere, quando ci sono, gli allori ovvero gli insulti del destino che si sia voluto sfidare.
Nel caso di Mussolini il lutto per la scomparsa di un figlio morto in combattimento, può ancora, nonostante tutto, apparire ed essere perfino vissuto come una dolorosa ineluttabilità. Certo non potremo mai sapere se, di fronte al terribile fatto, il “duce” si interrogasse circa il grave errore (politico) compiuto scegliendo di entrare in guerra a fianco di Hitler. Ma se la morte di Romano poté del tutto legittimamente apparire una disgrazia ineludibile, di sicuro non fu ineluttabile, tragica fatalità la fucilazione del genero, padre dei propri nipoti, che non solo non si seppe scongiurare, ma che il “duce” dové disporre per l'evidente ragione di doversi piegare alla volontà di un alleato troppo più forte di lui. Pretendere che in quel caso valesse il rispetto alla virtù romana per cui si castiga comunque chi agisce contro lo Stato ci pare eccessivo, anche perché, a conti fatti, il fascismo nella sua parabola conclusiva, rischiò di svendere lo Stato ai tedeschi, cioè ai nazisti e Mussolini aveva occhi per vedere in quale baratro fosse caduta l'Italia dopo l'8 settembre e la nascita della R.S.I. Noi saremmo addirittura dell'idea che Hitler barattasse l'incolumità della colonna dei mezzi che portavano a Brindisi il re d'Italia con la sua corte, con la “liberazione” di Mussolini, temendo (perché escluderlo?) che Mussolini si ponesse a capo di un movimento antitedesco, finalmente cedendo alle pressioni di Ciano. Se l'ipotesi è corretta, va detto che Hitler, sicuramente più macellaio di Mussolini, in una scienza politica ridotta a macelleria più o meno “scientifica”, aveva però assai bene inquadrato il personaggio. Di qui l' epilogo tristissimo e assai imbarazzante. Alludiamo all'arresto in divisa da soldato tedesco, con tanto di elmetto calato sugli occhi. E' la fine di un sogno, di un delirio di grandezza, di un teatro giocato sul palco della storia senza una adeguata preparazione. Un tonfo nel quale cadde non solo il leader del fascismo ma il popolo italiano con lui. Finale che non può non essere coerente a un esordio ugualmente avventuroso, senz'altro diverso da quello che ci è stato raccontato. E veniamo ai giorni della famosa Marcia su Roma.
 
3. Le origini del fascismo
 
Cominciamo allora col dire che all'indomani della prima guerra mondiale l'Europa vuole difendersi dall'ingerenza degli Stati Uniti d'America, una realtà che, specie in Italia e in altri paesi come l'Ungheria e l'Austria pochissimi conoscono bene, ma che crea, anche per questo, qualche sconcerto. Gli americani, figli minori di una cultura, quella occidentale, il cui cuore sta nella Vecchia Europa, hanno un po' troppo alzato la testa, facendosi arbitri, a Versailles, dei destini del mondo. A parte l'orgoglio ferito, occorre ridisegnare alcuni equilibri interni all'Europa e occorre pure che ciò sia fatto senza che si chieda il parere del Presidente degli Stati Uniti, che è già stato tanto pesante nel decretare, d'accordo con la Francia, che la Germania dovesse sopportare l'onere principale del pagamento delle spese di guerra.
Nello scacchiere europeo l'Italia non è un paese particolarmente importante né sul piano militare né su quello economico. E tuttavia – per poco che si tenga presente come la grande operazione dell'Unità non sarebbe stata possibile senza il beneplacito di francesi, inglesi e tedeschi – lo spazio italiano non è ovviamente indifferente alla diplomazia internazionale. Geograficamente, se non anche geopoliticamente, l'Italia occupa uno spazio mediano tra l'Europa occidentale e l'Europa orientale e, se a considerarla stato-cuscinetto può farsi qualche fatica qualora tale nozione si riduca a una visione di mera strategia militare, diventa assai più immediato dare all'Italia una tale funzione per quanto riguarda i contatti d'affari e la rete diplomatica che corre sul duplice filo del neonato Stato italiano e l'altro della Santa Sede, con interessi confliggenti e talora paradossalmente anche concomitanti. Ci si ricordi che Mussolini, baluardo in Italia all'avanzata del pericolo rosso (e che i francesi ben conoscono avendogli dati i soldi per fondare il “Popolo d'Italia” che era nato per convincere gli italiani della necessità della guerra), arriverà a firmare un concordato con la Chiesa poco prima che un'iniziativa in tal senso potesse esser messa a punto dalla Francia. Sicuramente la questione della Santa Sede, che stava a cuore ai maggiori stati europei, era una questione internazionale rispetto alla quale l'estraneità degli Stati Uniti poteva darsi per scontata. Ma tanto nei confronti della Francia, quanto nei confronti dell'Inghilterra, Mussolini scelse di giocare d'anticipo deludendo sia i francesi che gli inglesi. I francesi perché si sarebbero volentieri proposti come alfieri del Pontefice di Roma; gli inglesi perché memori del laicismo dichiarato del fascismo all'epoca in cui il primo governo Mussolini si era insediato, offrendo loro più di una rassicurazione circa il fatto che la fine del potere temporale della Chiesa non diventasse una cosa temporanea ma restasse una situazione definitiva. Quando Mussolini conquistò il potere, come con retorica fascitica si disse e si continuò a dire, si trattava insomma di scongiurare da un lato l'affermarsi di un “totalitarismo rosso” in un paese considerato refrattario alla democrazia, ma importante sbocco del mercato industriale europeo, dall'altro di far sì che continuasse in Italia il braccio di ferro tra laici e cattolici (ma anche protestanti e cattolici) che da lungo tempo ormai caratterizzava l'Europa liberale.
Mussolini insomma dà alcune garanzie e alle due appena indicate se ne aggiunge una terza: quel nazionalismo di parata, che si presenta quale anima del fascismo, non può che essere innocuo al prepotere delle grandi potenze. Coreografico dapprima e cinematografico in seguito, trapassa dal mondo dell'Opera lirica caro ai francesi, che sanno decifrarne l'impatto scenografico, a quello dei set dei film di Hollywood quando si tratta di rappresentare nella lontana America il mondo dell'antica Roma. Qualcosa cambierà con l'avvento di Hitler, ma al momento in cui Mussolini assume le redini del governo in Italia è remota perfino l'ipotesi che Hitler possa porsi alla guida della Germania. Certamente inoltre se Mussolini si assicurò la presidenza del consiglio dei ministri con l'appoggio o con il consenso di paesi stranieri, non è certo alla Germania, che in quel momento era a pezzi, che bisogna guardare ma all'Inghilterra e alla Francia, come agli Stati in condizione di esprimere coi sotterfugi della diplomazia il loro assenso e il loro veto ad altri possibili concorrenti alla prestigiosa poltrona.
Non vogliamo sostenere che Mussolini fosse stato messo a governare l'Italia dalle superpotenze europee, Inghilterra Francia in testa, ci pare piuttosto che alla designazione di un tale personaggio da porre alla guida politica del paese si giungesse dopo aver scartato altre ipotesi che avrebbero potuto risultare non gradite ad alleati troppo potenti. Ci pare in questo senso che il nome di cui Francia e Inghilterra si fossero stancati fosse quello di Giovanni Giolitti. Riconosciuto in Italia tra i grandi statisti della storia nazionale, Giolitti rappresenta un' Italia “liberale”( l'Italietta, come si disse) giunta a uno stato di crisi che, dal punto di vista degli osservatori stranieri, può essere senza ritorno. La questione della Santa Sede non preoccupa il vecchio leader liberale, e, per quanto riguarda il pericolo rosso, conta d' affrontarlo con strategie che possono fuori d'Italia apparire perfino pericolose, mirando a coinvolgere alcuni esponenti del partito socialista nella formazione di governi che hanno vita precaria, come quello di Ivanoe Bonomi.  
Se è assai probabile che Vittorio Emanuele III si fosse stancato dell'ormai vecchio Giolitti, è altresì credibile che tale stanchezza potesse essere indotta da un clima politico europeo a cui, dopo Versailles, la corte italiana era sicuramente sensibile. La Corona, come a quel tempo si diceva, aveva la funzione di garante delle istituzioni democratiche (o pseudo-democratiche) nate con l'Unità d'Italia, svolgendo quella funzione di bilanciamento e di coordinamento tra le varie realtà istituzionali che sarebbe poi trapassata in età repubblicana alla Presidenza della Repubblica, che qualunque osservatore politico sa essere sensibile al mantenimento degli equilibri internazionali,  Ora al tempo in cui il fascismo divenne forza politica dotata d'una qualche consistenza è quando sorge la questione di Fiume, la cui occupazione a opera di D'Annunzio e dei suoi seguaci subì un'immediata battuta d'arresto per opera di Giolitti, che sostituì Nitti incapace di governare la situazione. Non ci riferiamo a valutazioni personali di Vittorio Emanuele III, che pure hanno un indiscutibile peso nell'Italia d'allora. Tale situazione è in parte obiettiva e una volta tanto l'allora re d'Italia fece bene a nominare il vecchio Giolitti, a ciò spinto da una provvidenziale crisi ufficializzata dal Parlamento. Il punto però è che il re fu costretto a tale mossa per evitare incidenti internazionali che avrebbero posto il paese in una situazione pericolosa. C'è da aggiungere che D'Annunzio non si sarebbe lanciato nell'impresa di Fiume se non avesse avuto la sensazione di far cosa gradita se non direttamente al re, almeno agli ambienti di corte. I suoi biografi sanno che l'impresa comportò per lui il titolo di principe di Montenevoso e il conseguente diritto a prender parte alle battute di caccia alla volpe, uno dei sogni dello stravagante protagonista della vita letteraria italiana. Cosa che rende lecita la domanda: quali interessi correvano nell'area del Carnaro? Quali problemi la riconosciuta italianità di quei territori avrebbe risolto per tanti personaggi influenti del mondo della politica, della finanza e dell'industria pesante?
 
Non c'è dubbio che, sul piano della politica internazionale, la figura di Vittorio Emanuele III fosse ormai sbiadita, tanto da destare motivate perplessità alla stessa conferenza per la pace. La questione del patto di Londra, patto segreto non denunciato in quel consesso internazionale nonostante gli inviti a farlo, fu probabilmente la goccia che fece traboccare il vaso. La monarchia italiana, che tanto interesse aveva a rivendicare il possesso di Trieste e della penisola del Carnaro, parve sospetta due volte: la prima perché aveva nascosto agli italiani un accordo per l'entrata in guerra, anche dopo che la guerra era stata dichiarata e iniziate le operazioni militari, la seconda perché insospettiva l'urgenza di occupare Fiume, di cui si era fatto sollecito interprete D'Annunzio, famoso scrittore ma anche noto terminale di un mondo affaristico del tutto privo di scrupoli.               
La sensazione è che, volendo essere un pizzico maliziosi, tra questo mondo e il re d'Italia ci fosse un qualche legame probabilmente stabilito nel corso della guerra, quando, dovendosi armare l'esercito e quindi anche disarmarlo, occorreva qualcuno che garantisse movimenti di denari e di armi lungo una frontiera. Come fu armato l'esercito italiano nel corso della prima guerra mondiale? Gli armamenti che per varie vie (non ultima quella degli USA) furono in dotazione dell'esercito italiano nel corso di oltre quattro anni di guerra rimasero tutti in Italia? Non c'è bisogno di pensare a un Vittorio Emanuele trafficante d'armi, basta pensare a un coinvolgimento anche indiretto del re e / o di qualche personaggio della casa reale troppo al corrente di materie delicate, avallate in fretta e nell'urgenza di risolvere, purché fosse, una grave emergenza per immaginare un possibile coinvolgimento di Vittorio Emanuele III in operazioni che ne possono compromettere la credibilità. Come non pensare che il confine tra l'Italia e i paesi slavi – alcuni dei quali nelle rosee aspettative del re e dei suoi amici, sarebbero sicuramente diventati territori italiani – servì come utile linea di passaggio a traffici che in entrata e in uscita si avvalevano di qualche agevolazione? A volerla dire tutta, lungo un confine non passano in tempi di guerra soltanto armi, ma anche documenti relativi ad accordi sulle modalità di pagamento...
La guerra, la prima guerra mondiale si risolse, in parte nascondendoli, in conflitti sociali di cui fu spia in Italia (ma anche in Francia e in Germania) la dura disciplina militare con tanto di processi sommari e fucilazioni che gli ufficiali eseguirono nei confronti della truppa, cosa che non poté sfuggire all'osservazione di Mussolini che, pur interventista (e volontario di guerra) era pur sempre allora socialista. Fu forse allora che questo leader di un partito di massa comprese che la causa socialista fosse una causa persa e, desideroso di salire sul carro dei vincitori, mutò divisa. 
In tutto questo va pure ricordato come la prima guerra mondiale fu combattuta anche con l'impiego di spie e lo spionaggio internazionale compì allora rapidi passi in avanti, sia per gli strumenti in dotazione, sia per la preparazione delle persone impiegate nel delicato ruolo di informatori dei vari governi. Francia, Germania e Inghilterra si erano su questo piano assai bene organizzate, meglio che non l'Italia. I fatti italiani, a cominciare da quei panni sporchi che si vorrebbero lavare in famiglia, erano sicuramente noti ai governi delle superpotenze europee e questo non valse certamente a far accrescere la stima che nei nostri confronti avevano le altre nazioni d'Europa, a cominciare da quelle che allora contavano di più.
La triste, veramente triste conclusione a cui giungiamo alla fine di queste nostre considerazioni è una e non è piacevole. Fu proprio con Mussolini che si intraprese una strada che a tratti sembra essere stata ripercorsa anche successivamente nella storia del nostro paese, quella per cui si fa finta di governare, evitando di amministrare sapientemente le ricchezze del paese e del popolo italiano. Più urgente è il messaggio da dare agli “alleati”, per cui chi governa riesce a tenere a bada una popolazione indisciplinata, irresponsabile e poco incline alla democrazia e soprattutto scandalosamente disinformata sulle cose della politica. Noi siamo dell'idea che è probabilmente proprio a partire da Mussolini che a governare davvero in Italia è un sottobosco politico che con molta indolenza si limita a fare in modo che ogni cosa prosegua come per l'innanzi era accaduto. A parole si fa non si sa bene che rivoluzione, nei fatti si procede alla formazione di nuovi uffici, di nuove mansioni che garantiscano ai fedeli e ai fedelissimi una collocazione sociale particolarmente vantaggiosa, compreso qualche arricchimento. E nacquero i Gerarchi. 
 
Conclusione
 
Certamente tutto questo non esaurisce il discorso sul fascismo, ne mette però in luce un aspetto che, per essere coerente ad altri che vengono man mano emergendo (la rivalità di Mussolini con altri capi del fascismo come Italo Balbo e Roberto Farinacci che volentieri lo avrebbero visto morto e un autoritarismo a cui il dittatore si risolse per l'evidente intrinseca debolezza del suo governo) cancella in gran parte l'eccesso di amore (e di odio) che ha concorso a porre Mussolini su un piedistallo troppo alto per lui e per noi, che tuttora sembriamo ai popoli degli altri paesi europei inetti all'autogoverno e tali da dover essere governati, come con molta disinvoltura sostengono alcuni illustri parlamentari che ci invitano e esprimere un voto col giusto diritto di scegliere il padrone.
Mi dispiace: questo modo di parlare e di ragionare è contrario allo spirito di una democrazia autentica: il padrone è il popolo italiano e chi governa, cioè i ministri, “governa”, cioè lavora nell'interesse e nel nome di chi lo abbia chiamato a tale ruolo, vale a dire il Parlamento che esprime fiducia al governo, il governo amministrando saggiamente le risorse che sono del popolo elettore. Altrimenti, A CASA!