MALAGIUSTIZIA

I "NEOFASCISMI"
IN ITALIA, DA SALO'
A CASAPOUND

NUNZIO DELL'ERBA

La storia dell’estrema destra è strettamente connessa a quella della Repubblica italiana. Essa rappresenta una specifica area composta da gruppi non sempre omogenei sul piano ideologico, ma animata da una radice comune, che si identifica con la finalità di modificare il sistema istituzionale e travolgere l’assetto democratico del nostro Paese. Questo è l’aspetto iniziale da cui si dipana la ricerca condotta da Claudio Vercelli nel suo interessante volume Neofascismi (Edizioni del Capricorno, Torino 2018, pp. 188).
L’analisi storica dell’estrema destra è collocata in un lungo periodo, che va dalla fine del Ventennio fascista e dalla vicenda della Repubblica di Salò fino ai nostri giorni. Essa presenta le molteplici organizzazioni di quello che l’autore denomina l’«arcipelago nero» in Italia. Un insieme di gruppi, che si avvale nel corso della sua storia di varie sigle e di uno «stile neofascista» caratterizzato da simboli comuni e da pratiche continue lontane dai valori di una democrazia moderna. Proprio durante la vicenda di Salò, ancora vivente Benito Mussolini, fu costituito il Partito fascista repubblicano (Pfr), che si presentò agli Italiani come un «ordine di credenti e di combattenti» contro i «traditori» del Gran Consiglio, ossia i diciannove firmatari dell’ordine del giorno Grandi del 24-25 luglio 1943.
L’intero periodo che va dall’8 settembre di quell’anno fino all’aprile 1945 è infatti considerato come una sorta di «guerra civile» che avrebbe visto contrapposti i fascisti repubblichini ai partigiani. Dell’organizzazione neofascista l’Autore presenta il gruppo dirigente e discute la consistenza numerica dei diversi nuclei sparsi in tutta Italia con presenze variegate che sopravvivono alla clandestinità, riuscendo il 3 dicembre 1946 a fondare il Movimento Sociale Italiano. Il nuovo partito, denominato «Mo. S. IT», ebbe come organo «La Rivolta Ideale» che il 26 dicembre annunciò la sua costituzione, dichiarandosi apertamente neofascista e chiamando a raccolta «tutti i fedeli della Patria» con lo scopo di «creare un fronte unico della gioventù italiana dei combattenti, dei reduci, degli ex prigionieri» e di tutti gli Italiani che credono […] nei valori spirituali della vita». Come simbolo fu scelta la fiamma tricolore, a cui più tardi venne aggiunta una base trapezoidale con la dicitura «Msi», la cui consistenza numerica – al momento della prima riunione del Consiglio Nazionale (15 giugno 1947) – era costituita tra le 10 mila e 20 mila persone circa di aderenti suddivisi in una sessantina di sezioni provinciali e 241 sezioni comunali.
Nelle elezioni politiche del 18 aprile 1948, il Msi ebbe sei deputati (Giorgio Almirante, Luigi Filosa, Alberto Michelini, Roberto Mieville, Gianni Roberti e Guido Rossi Perez) e un senatore (Enea Franza). Esso riscosse un largo consenso nei collegi del Mezzogiorno, mentre nel Centro-Nord la popolazione elettorale diede scarso seguito al nuovo partito, che fu penalizzato a favore dei partiti antifascisti. La linea intransigente di Almirante, peraltro ostile all’adesione dell’Italia al Patto Atlantico, provocò divisioni tra quelle che l’Autore definisce «le due anime del partito», ossia «la destra politica e la sinistra sociale»: una divisione che portò alla scelta di Augusto De Marsanich come segretario, propenso a sostenere la Democrazia Cristiana per un accordo amministrativo negli enti locali e volto ad emarginare il gruppo più intransigente del partito, più legato al lascito della Repubblica Sociale Italiana.
Durante la segreteria di De Marsanich, che detenne la carica dal gennaio 1950 al gennaio 1953, furono prese iniziative interne al partito o collaterali destinate ad esercitare un forte influenza nell’opinione pubblica: il 15 marzo 1950 uscì il quindicinale «Il Borghese», il 24 marzo nacque il sindacato della Cisnal, il 20-21 maggio venne costituito il Fronte Universitario di Azione Nazionale (FUAN), a maggio usciva il mensile «Imperium», mentre nel 1951 sarebbero usciti «Europa nazione» e il mensile «Nazionalismo sociale» e nel 1952 «Il Secolo d’Italia» che costituì l’organo ufficiale del partito.
Un novero di periodici che negli anni successivi si arricchirono di nuove pubblicazioni critiche verso la linea del Msi e verso le velleità filogovernative di Arturo Michelini, sempre alla ricerca di un consenso elettorale al fine di entrare nella compagine governativa. Nell’ottobre 1955 uscì il foglio ciclostilato «Azione - Per il rinnovamento morale e politico del Msi», con cui i suoi promotori contestavano la linea collaborazionista del partito condannavano energicamente ogni compromesso con il partito di governo: si ebbe così il distacco del gruppo capeggiato da Giulio Caradonna e da Pino Rauti. Il primo, presidente del FUAN e soprannominato «il picchiatore», subì anche un processo per attività proprie del «disciolto partito fascista». Il secondo, vicino alle posizioni tradizionaliste di Julius Evola, fondò «Ordine Nuovo», che partecipò nell’estate del 1956 a Montecompatri (Roma) ad un convegno dei gruppi e delle riviste che criticarono la linea ufficiale del Msi con lo scopo di ribaltare la sua linea politica.
Nei confronti dei governi democristiani il sostegno del Msi si manifestò più volte e concorse nel 1962 all’elezione di Antonio Segni a presidente della Repubblica. Forse, in quest’àmbito, deve essere inserita la richiesta avanzata l’anno prima da Ferruccio Parri e volta allo scioglimento del partito di Michelini, poi bocciata dal Parlamento. Fatto sta che, nel primo lustro degli anni Sessanta, si ha la nascita di Avanguardia nazionale, attiva negli scontri con gli avversari politici e nelle manifestazioni di piazza. Il movimento neofascista, seppure scioltosi nel 1965, coinvolge alcuni militanti a partecipare tre anni dopo agli scontri di Valle Giulia.
Negli anni della sua attività, Avanguardia nazionale esalta la Repubblica sociale italiana e riprende alcuni temi del nazionalsocialismo, intraprendendo una lotta contro il sistema rappresentativo e adoperandosi per forgiare una militanza politica disciplinata, basata su un fideismo totale e su uno stile legionario favorevole ad una “rivoluzione nazionale”. L’insieme di questi aspetti trova un riferimento peculiare in un’ampia editoria di aerea neofascista, di cui le edizioni Ar sono le più note. Esse, sorte nel 1963 su iniziativa di Franco Freda, pubblica libelli antisemiti e un suo volumetto La disintegrazione del sistema (1969), che – secondo l’Autore - «diviene in breve tempo un testo di culto tra i militanti dell’estrema destra».
Ricostituita nel 1970 sotto la direzione di Adriano Tilgher, Avanguardia nazionale partecipa ai moti di Reggio Calabria sulla base di un forte richiamo all’agire fascista e al grido di battaglia «boia a chi molla». L’altro gruppo, che partecipa ai moti di Reggio Calabria, è il Movimento Politico di Ordine Nuovo, organizzato su una struttura gerarchica e promosso da Clemente Graziani, Elio Massagrande, Sandro Saccucci, Mario Tedeschi, Roberto Besutti, Salvatore Francia. Negli anni Settanta la galassia neofascista si arricchisce di nuove organizzazioni come il «Circolo Nuova Europa» di Roma, sorto nel giugno del 1970 e presieduto da Domenico Gramazio; come il «Fronte della Gioventù» sorto nel febbraio 1971, che assorbe altre organizzazioni come la «Giovine Italia» e il «Raggruppamento Giovanile Studenti e Lavoratori». Alcuni suoi militanti sono attivi negli scontri di piazza ed altri scelgono la lotta armata e aderiscono allo «spontaneismo» dei Nuclei Armati rivoluzionari. Gli anni Settanta si caratterizzano per un clima guerra civile, che coinvolge giovani dei cosiddetti «opposti estremismi» e che, nel caso dell’estrema destra, presenta sigle e gruppo, spesso difficili da circoscrivere nelle dimensioni, nella durata e nella composizione sociale.
In questo complesso arcipelago l’Autore segnala gruppi neofascisti come «Costruiamo l’azione» e «Terza Posizione», entrambi sorti nel 1977 e diretti l’uno da Paolo Signorelli e Sergio Calore, e l’altro da Roberto Fiore. Quest’ultimo gruppo, che raccoglie un discreto numero di aderenti in Lazio, in Umbria, nelle Marche e nel Triveneto, è attivo per quasi quattro anni, durante i quali diffonde un messaggio nazional-rivoluzionario, rifiuta il bipolarismo e si propone di superare le categorie di destra e sinistra sulla base della costruzione di uno Stato organico e di un’«Europa dei popoli». L’avvio degli anni Ottanta apre una fase nuova, che si caratterizza da una parte per un ripiegamento nella sfera personale e dall’altra per uno scontro tra vecchia e «Nuova Destra». A questa nuova compagine politica l’Autore dedica l’ultima parte della sua narrazione, che si svolge su un’analisi più ridotta, ma utile per la ripresa di spunti e di temi ancora oggi attuali: temi che saranno ripresi dalle formazioni neofasciste odierne prima da «Forza Nuova» e poi da «CasaPound Italia».

La nascita di Forza nuova, inaugurata il 29 settembre 1997 in un meeting tenuto a Cave presso Roma, è diretta a raccogliere il dissenso giovanile e a coinvolgere il neofascismo sensibile al mondo skinhead. Il suo modello organizzativo si rifà a gruppi simili europei, intrisi di omofobia e di ostilità verso l’immigrazione islamica e zigana. I rapporti di amicizia verso i cattolici di «Christus Rex» o «Militia Christi» sono dettati dalla comune lotta contro l’aborto, i raduni dei Gay Pride e l’«ideologia gender». Temi peculiari presenti anche nel gruppo neofascista di CasaPound, che – sorta nel 2003 dalla fusione di altre organizzazioni di estrema destra come «Fiamma Tricolore» o «Destra» – manifesta ora un volto violento, ora moderato per la formazioni di liste autonome nell’agone elettorale e per le simpatie al cosiddetto «Fascio-leghismo» di Matteo Salvini.