IERI E OGGI

PERCHE' ABBIAMO
IL DIRITTO
DI PRETENDERE
CHE SI COMBATTA
LA POVERTA'

LUDOVICO FULCI (*)

Che la povertà sia contagiosa è un fatto ormai palese. Basta che si formino, specialmente nei quartieri delle grandi città delle sacche di povertà, veri e propri ghetti, e il contagio dà il via a un processo irreversibile. Quando poi dilaga, si radica. Ed è allora che nascono atteggiamenti politicamente pericolosi, spia di un’immaturità politica tipica di chi, senza sua colpa, sia povero o alla povertà sia approdato.
Il punto è che la povertà non crea in chi la vive solo i disagi che chiunque non sia povero può immaginare e che, in alcuni casi, portano alla disperazione. Infatti, tirando la cinghia oltre il consentito, ogni mese che passa è sempre più difficile far fronte ai debiti, che verso gli altri (e verso se stessi) si sono accumulati. Nei casi più gravi l’accumularsi delle rinunce fatte porta a forme di degrado che preludono a un vero e proprio abbrutimento della persona. Ed ecco la violenza nelle famiglie, dove le vittime sono i più deboli cioè i bambini e le donne.
La povertà crea emarginazione e il vero povero è tagliato fuori da tutti i circuiti di una comunicazione all’interno della quale si compiono sforzi sempre maggiori per capire, definire e controllare quella che molto banalmente definiamo la “realtà”. La “realtà” purtroppo non è oggi sotto gli occhi di tutti, come con disinvoltura comunemente si ritiene. Essa è oggetto di esame e di discussione da parte di politici, ma anche di giornalisti, di sociologi, di economisti. di giuristi e di politologi.
Se di questo faticoso processo non si ha idea, perché non si hanno neanche gli strumenti per informarsi circa il dibattito, si è politicamente assenti. Ma di questa assenza non si ha consapevolezza. Non so dire quanto l’astensione dal voto, accompagnata da altri indicatori sia fatto sintomatico del trovarsi vicini alla soglia di povertà. Sicuramente la si è varcata quando il voto diventa un voto di protesta fine a se stessa.
Il povero legge, quando è alfabetizzato, senza curarsi di darsi spiegazione delle parole che non conosce, spesso cadendo in equivoci anche circa nozioni tutto sommato abbastanza semplici. Il mondo è ciò che vede e poco o molto poco sa di tutto quello che è stato negli ultimi cento anni oggetto di definizione e di dibattito delle scienze. Inoltre assai difficilmente riesce a leggere tra le righe. Con questa stessa superficialità va al cinema e assiste a una partita di calcio.
è questo l’aspetto politicamente più inquietante della povertà. Comporta un regresso del cittadino allo status di suddito, il suddito essendo chi non è in condizione di partecipare responsabilmente alle decisioni della vita pubblica. Va a votare ma non sa esattamente per che cosa vota, se è vero che molti ritengono di andare a votare alle elezioni politiche per “mandare al potere” questo o quel partito. Ignora che i deputati e senatori che siedono gli uni alla Camera, gli altri al Senato, hanno il compito istituzionale di fare e discutere le leggi. Nonostante nel corso di una legislatura cadano normalmente più governi, continua a ritenere d’aver votato per la composizione di un governo. Ignora che una compagine governativa non “comanda” (siamo, almeno formalmente, in una democrazia!) ma è tenuta a governare nel rispetto delle leggi e nel nome e per conto dei cittadini, sia di quelli che hanno eletto i partiti di governo sia di quelli che hanno votato sperando che le minoranze che precariamente governano, per effetto di un’alleanza tra di loro, perdessero le elezioni. Se ne conclude, che sul piano dell’incidenza politica, oggi in Italia, al povero non resta che ricondursi a un senso elementare di giustizia. Giusto! Ingiusto! Giusto va bene, sennò, paghi.
Quella terza possibilità che la classe dirigente di ogni paese e a ogni latitudine conosce assai bene da secoli – per cui una cosa “sarebbe giusta ma...”, quell’altra “sarebbe ingiusta ma...” – ripugna alla coscienza popolare e quando furbi, furbetti e furbacchioni fanno leva su una visione ispirata a un astratto moralismo, il popolo è ricacciato nei tuguri da cui con molta fatica era stato tirato fuori nei paesi della civile Europa, a cominciare dalla fine dell’Ottocento, per acquisire una coscienza diversa, secondo quanto sembrava fosse ormai prossimo ad accadere nel secondo dopoguerra.
Per me la postmodernità consiste nel prendere atto di questa cosa: se la povertà non si contiene, dilaga causando gravi danni, tanto da mettere in ginocchio le più grandi città a cominciare dalle megalopoli e dalle metropoli. Di qui l’esigenza sempre più urgente di porre un freno a meccanismi sociali innescati dall’ottimismo dei moderni. I nostri nonni furono legittimamente fiduciosi nel progresso, spingendosi a credere che il progresso dovesse agire spontaneamente, quasi fosse un correttivo di eventuali errori compiuti da politici distratti.
Oggi sappiamo che un atteggiamento del genere non ha più senso. Proprio perché la povertà incombe.
La ricchezza non è come appare ai poveri. Ha tanti aspetti, che vanno oltre l’avere tanti soldi. Per dirla in due parole quel che discrimina il ricco dal povero è la positività delle tre voci tradizionali dell’oroscopo, cioè la buona salute, il successo nel lavoro e negli affari e infine la fortuna negli affetti. E’ chiaro che si tratta di una semplificazione, ma mi pare funzioni per dire che la tanto agognata serenità che tanti cercano si ritrovi poi in queste tre cose. E’ il possesso di queste tre cose che ti mette in condizione di investire e l’investimento che più di ogni altro rende è quello su sé stessi, cioè il mettersi in gara. Cosa che al povero è proibita dai fatti.
Il povero, quello autenticamente disperato, alla perenne ricerca di denaro che spesso si procura in modo “illecito”, vive pericolosamente, ora rischiando la galera, ora perfino la vita in cambio di quello che riesce a procurarsi, che il più delle volte è una ricchezza che non sa nemmeno come investire. Tanto che quando vince al lotto, in poco tempo la vincita è sperperata e lui torna quello di prima.
Oltre certi limiti la povertà induce al degrado, che è uno stato pericoloso per tutti. Dove c’è degrado c’è ignoranza, c’è delinquenza, c’è sporcizia. La sporcizia comporta malattie che fanno più facilmente la loro comparsa in ambienti malsani, diffondendosi poi nella aree urbane a macchia d’olio, al punto che malattie in passato scongiurate sono riapparse e altre nuove e aggressive si sono diffuse e si diffonderanno. La delinquenza rende malsicure le vie cittadine. A volte una telecamera e un lampione basterebbero a scongiurare un furto, uno scippo, un’aggressione.
L’ignoranza non fa danni minori. L’ignorante è infatti convinto che questi mali debbano combattersi frontalmente, invece di rimuoverne le cause. Ed è tutto contento a chi propone la certezza della pena a chi commetta un reato. Silvio Berlusconi sostiene che tutti i cittadini italiani sono per legge innocenti finché non sia pronunciata nei loro confronti una sentenza di condanna nel terzo grado di giudizio. Ma quanti sono i poveri che possono ricorrere in Cassazione e godere del patrocinio di un eminente principe del Foro?
Le pene più severe e aspre colpiscono i ladri che non sanno rubare e gli assassini che non conoscono l’arte di istigare gli altri a commettere il delitto del quale loro non si sporcheranno mai le mani.                                                                            
Il povero non sa che, perché nessuno glielo ricorda, che la tradizione del diritto italiano non si ispira, a cominciare già dall’Ottocento, a un criterio punitivo, facendo valere piuttosto il principio secondo cui si persegue il reato, non il reo. Un tale atteggiamento comporta che chi governa debba scongiurare fenomeni come la mafia, lo strozzinaggio, il femminicidio, lo sfruttamento della prostituzione. E l’unica è combattere la povertà. Assicurare alle patrie galere quelli che in gran parte sono vittime della società in cui viviamo si traduce in soldoni in una lotta ai poveri che non porta da nessuna parte, se non ad aumentare la povertà fino a trasformarla in miseria e in indigenza. 
Si parla di compensare le spese dal governo sostenute, operando tagli alla Sanità e all’Istruzione! Sicché il reddito di cittadinanza vien fatto pagare, magari con gli interessi, a quanti l’avranno ricevuto e che lo spenderanno per mandare i figli a scuola e pagare un ticket più alto per le medicine. 

Credo che tutti quelli fra di noi che ancora riescono bene o male a vivere decorosamente, abbiano il diritto di pretendere che chi governa ponga un freno al dilagare della povertà. Se la povertà non si combatte, il rischio che essa si diffonda sempre di più è veramente alto. A quanti sottovalutano il fatto ricordiamo che la ruota della fortuna, in certi casi, gira e gira vorticosamente, e quanti oggi sono “ricchi” potrebbero domani ritrovarsi poveri.  

(*) Blog Infodem