IERI/OGGI

CAMILLERI? OTTIMO. MA RICORDIAMO CIO' CHE DISSE DI LUI FERRONI

La morte di Andrea Camilleri priva il panorama televisivo, editoriale e letterario italiana di uno dei suoi protagonisti più coerenti e prolifici, e di un narratore straordinario, e la nostra stessa vita pubblica di un intellettuale capace di puntuali, franchi ed efficaci interventi di taglio civile e politico. Ma, come succede quasi sempre nel sistema mediatico italiano, è in atto in questi giorni una immediata, massiccia glorificazione, ovviamente acritica, che mescola meriti oggettivi e riconoscimenti esagerati, testimonianze accreditate e dichiarazioni velleitariamente enfatiche di attori e conduttori televisivi. Un vero e proprio tsunami di trasmissioni televisive e di paginate giornalistiche: non a illustrazione della splendida vita e dell’affascinante produzione di Camilleri ma a favore del "prodotto mediatico" Camilleri. Una vera e propria ubriacatura di massa. Perciò, per rimanere un po’ sobri, infodem.it ripropone ciò che affermò Giulio Ferroni nel 2001, a proposito della collocazione del grande siciliano nella letteratura italiana.

FERRONI STRONCA L'AUTORE PIÙ LETTO DAGLI ITALIANI
Camilleri? Solo marionette
di MIRELLA SERRI
(L'Espresso, 18.01.2001)
 
Meglio della Tamaro, certo. Ma superficiale, prevedibile, banale. Così l'erede di Sapegno esclude lo scrittore dai grandi del Novecento
«Lo dico subito: sono un critico che, di solito, gli autori di bestseller non li ama e verso i quali non coltiva nessun'indulgenza. Per Camilleri, però, faccio un'eccezione. Tra gli scrittori italiani che superano il milione di copie è certo il più simpatico». Già, proprio così, per il professor Giulio Ferroni, cattedratico alla Sapienza di Roma e autore della più importante storia della letteratura italiana degli ultimi anni, il fenomeno letterario di fine secolo, Andrea Camilleri, il principe delle classifiche italiane, di cui è uscito da qualche giorno l'ultimo atteso romanzo, "La scomparsa di Patò", è «simpatico». Ma è pure abbastanza bravo da entrare nel Pantheon, tra i grandi narratori di questo secolo? Lo abbiamo chiesto a Ferroni perché dovrebbe essere proprio lui a dare una patente per l'eternità letteraria al divo e "simpatico" scrittore siciliano: uscirà tra un paio di mesi infatti l'aggiornamento della celebre "Storia della Letteratura italiana" diretta da Emilio Cecchi e Natalino Sapegno (Garzanti) in cui il critico passa in rassegna gli ultimi quindici anni di narrativa.
Allora, professor Ferroni, glielo diamo al bestsellerista Camilleri un posto d'onore nella fascia alta della letteratura italiana?
«Mah. Certo, Camilleri è un autore di rispetto, uno scrittore onesto e per nulla ruffiano. I suoi bestseller non vendono fumo come fa, per esempio, un'altra scrittrice da hit parade, Susanna Tamaro. Camilleri non è un "autore-etichetta", i cui libri si comprano e si leggono anche per "arredare" in maniera molto superficiale la propria personale cultura. Lo si legge e basta, coinvolge con il flusso della narrazione. È uno scrittore di consumo ma molto colto. Ama lo scherzo, la parodia, la farsa, gli piace la citazione dotta come quando, ne "La scomparsa di Patò", evoca Tertulliano o San Tommaso d'Aquino e il loro giudizio sul teatro».
E allora? Ci siamo? È assicurato un posto al sole?
«Per nulla, tutto questo non basta a creare un autore di prima fila. Non è uno scrittore importante del Novecento. Prendiamo "La scomparsa di Patò", romanzo, come tutti gli altri di Camilleri, ambientato a Vigàta, nel 1890, scritto con una specie di sperimentalismo che mette insieme lettere, verbali, documenti di polizia, finti ritagli di giornale, soffiate di delatori. Ci sono scene esilaranti come quella in cui uno stravagante inglese, tal Sir Alistair O'Rodd, che si autodefinisce Astronomo di corte, s'impiccia della sorte di Patò, evocando la sparizione di altri personaggi, tutti con i nomi assonanti come Patow, Pateau, e così via... Beh, è divertente. Ma poi si passa dalle stelle di queste brillanti trovate a soluzioni più terra terra, al puro divertissement, a giochetti facili e molto ripetitivi. Inoltre i personaggi, data anche la tecnica del racconto, sono senza spessore, inconsistenti».
Insomma, Patò le ha dato una delusione. Non funziona.
«Gli anni in cui vive e scompare Patò sono gli stessi in cui è ambientato un romanzo come "I vecchi e i giovani" di Pirandello. Ma le pare che possiamo veramente mettere l'uno a fianco all'altro "La scomparsa di Patò" e un capolavoro che descrive la Sicilia e l'Italia postunitaria? Oppure, è pensabile collocarlo, come è stato detto, a fianco del "Fu Mattia Pascal" per il solo fatto che in entrambi i libri c'è un tizio che sparisce, anzi che decide lui stesso di svanire nel nulla? Non c'è dubbio, Camilleri, il drammaturgo agrigentino ben lo conosce [ne ha appena pubblicato una vita, "La biografia del figlio cambiato", Rizzoli, ndr]. Condivide con lui i modelli presi dalla cultura della Sicilia occidentale, si rifà a personaggi mitici e paradossali, arcaiche maschere che si ritrovano in situazioni buffe, in scambi di persona, in equivoci. Il dialetto di Camilleri, però, è ben diverso dal siciliano di "Liolà" di Pirandello. In ogni caso il cantastorie di Porto Empedocle non ci restituisce le atmosfere dell'isola, le sue ambiguità, i suoi difetti».
E rispetto ad autori moderni, con Leonardo Sciascia o Vincenzo Consolo. Ce lo vede?
«Nemmeno per idea. I personaggi di Sciascia cercano la verità e sono destinati alla solitudine. Anche quelli di Camilleri. Ma che differenza! Del resto anche Consolo scende nelle pieghe della realtà grazie a uno stile denso e succoso ma che inventa situazioni nuove».
Proprio Sciascia, che aveva grande stima di Camilleri, però non era convinto dell'efficacia della sua curiosa lingua. Lei che ne pensa?
«Sto con Sciascia, che faceva bene a non apprezzare questo dialetto siciliano di fantasia. Se si usa, come fa Camilleri, "cizzion" al posto di eccezione, "pititto" per appetito, "taliare" per guardare, "macari" per magari, viene fuori una pietanza troppo condita. Una caricatura. È quel siciliano che il lettore medio si aspetta. Ho letto in un'intervista che Camilleri si lamentava che i suoi lettori non prestassero la dovuta attenzione all'impegno civile e politico dei suoi libri. Lo credo bene che il pubblico non ci trova il "messaggio". Non c'è. Anche sul tema della giustizia e dell'ingiustizia, caro a Sciascia e a Consolo, Camilleri finisce per mantenersi su di una gradevole, divertente superficie».
Ma perché piace tanto?
«I suoi siciliani vivono in un mondo tutto fatto di reciproca ostilità, mancanza di sincerità, tradimenti, amore per il sotterfugio. Corrisponde esattamente al cliché del "siculo". Sono così veramente i siciliani? Non c'è un altro aspetto meno ovvio, meno risaputo? I grandi scrittori dell'isola, da Verga a Tomasi di Lampedusa, non si sono mai abbassati a tanta banalità. La prevedibilità è il motivo del suo successo. Al pubblico viene dato quello che si aspetta».
Eppure queste storie che solo raramente sono di "maffia" sembrano anche la voce del Sud a modo suo ribelle contro l'arricchito Nord-Est.
«Non direi. La provincia di Camilleri è un mondo molto arcaico, di dimensioni ridotte, a volte anche atemporale. Un mondo piccolo anche quando si parla di altre epoche, come ne "Il birraio di Preston" o nella "Concessione del telefono". Lo sfondo storico è un'occasione per rendere i personaggi figurine esili esili e trasformare tutto in farsa, per restituirci violenze, assassini, ricatti senza una vera sofferenza ma ben confezionati da un bravo artigiano. La visione della donna siciliana poi è veramente di quelle più viete e maschiliste. Ma prendiamo un nome che viene spesso, anche questo, avvicinato a quello di Camilleri: Vázquez Montalbán, giallista di successo che lo stesso Camilleri cita nei suoi romanzi. Montalbán, il suo commissario Pepe Carvalho, lo fa vivere nella metropoli. C'è il caos, il mondo moderno. E c'è, questo è importante, risentimento politico, energia, rabbia. Camilleri è troppo accomodante, troppo disincantato, troppo privo d'indignazione. Pirandello diceva che, per far affiorare il lato umoristico delle cose, le vicende della vita vanno guardate con un cannocchiale rovesciato. Anche Camilleri ha il suo cannocchiale. Ma comunque lo metti ci fa vedere figurine in miniatura, personaggi piccoli, piccoli... Se non son solo marionette, poco ci manca».