MALAGIUSTIZIA

1978-1980
IL TRIENNIO
CHE SCONVOLSE
LA STORIA
ITALIANA

NUNZIO DELL'ERBA (*)

Gli anni 1978-80 riguardano un periodo piuttosto breve della storia d’Italia. Eppure investono una complessa trama di eventi nefasti e di delitti efferati ancora avvolti in una fitta nebbia di misteri e di silenzi.  Su questo periodo apporta un interessante contributo Giuliano Turone nel suo poderoso volume Italia occulta. Dal delitto Moro alla strage di Bologna. Il triennio maledetto che sconvolse la Repubblica (1978-1980), prefazione di Corrado Stajano, chiarelettere, Milano 2019, pp. 461. Il libro documenta con l’ausilio di atti giudiziari – sentenze, interrogatori, perizie balistiche – un passato torbido, la cui conoscenza è arricchito in appendice dai quattro saggi di Antonella Beccaria, Dimenticati dallo Stato; Stefania Limiti, Le interferenze occulte nel caso Moro; Sergio Materia, La giustizia a Perugia. Gli anni Ottanta; Beniamino A. Piccone, Il caso Italcasse.
Alla base dei sordidi eventi di quegli anni, raccontati con dovizia di particolari da Turone, si ritrova un legame perverso tra politica e criminalità, quasi un connubio romanzesco ove emergono i personaggi più diversi come ministri, presidenti della Repubblica, giudici corrotti, affaristi, agenti segreti, capimafia, terroristi e generali infedeli ai dettami della Costituzione. In questo scenario intricato si collocano tre fattori storici peculiari che egli individua nella presenza del più grande Partito comunista dell’Europa occidentale, nelle mafie storiche e negli intrecci perversi di alcuni personaggi dell’istituzione ecclesiastica con il mondo della finanza e con un sistema di potere occulto.
Fattore determinante è stata l’esistenza del più grande Partito comunista, la cui presenza è stata una peculiarità carica di ambiguità. Dopo la Conferenza di Yalta (4-11 febbraio 1945), e quindi dopo la caduta del Fascismo, la simpatia dei comunisti italiani verso il blocco sovietico ha suscitato gravi preoccupazioni negli ambienti della Nato. In una situazione paradossale le mafie storiche ed altri fenomeni di antistato, nemici della nuova Costituzione, si sono «visti attribuire – e si sono attribuiti – un ruolo di prezioso baluardo anticomunista». La presenza della Chiesa ha contribuito a rendere Roma una delle città più belle del mondo, ma in alcuni momenti della sua storia ha lasciato lasciti ingombranti come il ruolo deleterio svolto dallo Ior (Istituto per le opere di religione), la banca vaticano di cui l’arcivescovo Paul Marcinkus è stato presidente dal 1971 al 1989. L’Istituto ha intrattenuto intensi rapporti con il sistema di potere occulto della loggia massonica Propaganda 2 (P2) di Licio Gelli e di Umberto Ortolani, con la finanza d’avventura di Michele Sindona e Roberto Calvi e – attraverso le loro operazioni bancarie – con la mafia siculo-americana.
Il sistema di potere occulto è scoperto il 17 maggio 1981 dalla polizia tributaria della guardia di finanza nella perquisizione dell’abitazione principale di Licio Gelli e del suo ufficio presso la fabbrica di tessuti Giole, di cui egli è azionista, a Castiglion Fibocchi vicino ad Arezzo. Il decreto di perquisizione, emesso dai magistrati milanesi Gherardo Colombo e l’autore del libro, era stato disposto nell’àmbito del procedimento penale contro il bancarottiere Michele Sindona, che nei mesi successivi all’omicidio di Giorgio Ambrosoli (11 luglio 1979) aveva mantenuto stretti rapporti con Gelli.
La documentazione sequestrata svela l’esistenza di un’associazione segreta denominata Propaganda 2 (P2) con un elenco di 963 iscritti, tra i quali si ritrovano tre ministri della Repubblica, 38 deputati, 52 alti ufficiali dei Carabinieri, 79 ufficiali delle Forze armate, 37 della Guardia di finanza, 11 questori, 5 prefetti, 18 magistrati, 7 direttori di giornali ed anche docenti universitari, avvocati e funzionari dell’amministrazione pubblica.
L’elenco dei nomi è coerente con il «Piano di rinascita democratica», il cui testo viene trovato nella valigia della figlia di Gelli all’aeroporto di Fiumicino, dopo lo sbarco da un volo proveniente da Nizza. Il suo ritrovamento è possibile per la mossa attuata da Gelli, che pone le condizioni per trasformare il testo originariamente destinato a rimanere segreto in un documento di dominio pubblico. La novità del Piano – secondo la relazione di Tina Anselmi, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 – riguarda l’abbandono di progetti eversivi violenti maturati «all’ombra dei militari» per condizionare le istituzioni repubblicane, con il ricorso alla stampa, alla magistratura sino ai ruoli centrali dell’esercito e della pubblica amministrazione.
Il sistema P2, come viene denominato da Turone, esercita infatti un’attività sotterranea, che consente rilevanti azioni di dominio sul «Corriere della Sera», sul gruppo Rizzoli e sul Banco Ambrosiano. Dopo la strage di Bologna, avvenuta il 2 agosto 1980, la loggia segreta si consolida grazie a questi eventi con la famosa intervista di Gelli pubblicata il 5 ottobre dello stesso anno sul giornale milanese: titolo Parla per la prima volta il «Signor P2», autore Maurizio Costanzo (tessera 1819 della Loggia). Nella seconda metà dell’anno sono frequenti gli articoli della P2 apparsi sul quotidiano milanese come omaggio ai «fratelli di loggia» di Buenos Aires, come difesa della giunta militare in Argentina oppure la serie di interventi favorevoli all’imprenditore Silvio Berlusconi (tessera numero 1816) nella disputa con la Rai per la teletrasmissione delle partite del Mundialito.
 In quest’ambito il caso di Licio Gelli, morto ad Arezzo il 15 dicembre 2015, è emblematico per comprendere il potere occulto, la compagine dei servizi segreti o le strutture come Gladio o Anello. Le sue uscite pubbliche sono disseminate da interviste, da vanterie e da rivelazioni varie quasi sempre improntate a falsità, volte a difendere il suo operato di manovratore del potere. Gelli si vanta così di essere legato da vincoli di amicizia e da rapporti di collaborazione a Giulio Andreotti e a Francesco Cossiga; elogia l’assoluta genialità del «Piano di rinascita democratica», la cui unica finalità – come sostiene in un’intervista del 31 ottobre 2008 e conferma in un’altra del novembre 2011 – è quella di attuare un innocuo «colpo di Stato senza colpo ferire». Tuttavia, precisa l’autore, alcune sue rivelazioni contengono notizie attendibili sui legami tra P2 e i servizi di sicurezza o tra questi e l’omicidio di Aldo Moro.
L’autore dedica così ampio spazio alla Loggia P2, considerata «la metastasi delle istituzioni», l’asse portante di quasi tutte le nequizie di quegli anni e di fatti atroci come il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro (9 maggio 1978). Sulla vicenda del presidente della Dc sono analizzati alcuni «aspetti del caso Moro», il decisivo «scontro fra carabinieri fedeli alla Repubblica e carabinieri fedeli alla Loggia P2» e il ruolo opposto svolto tra Giovanbattista Palumbo e Carlo Alberto della Chiesa, entrambi generali ma acerrimi nemici. Il primo è presentato come un «appassionato cacciatore di adesioni alla Loggia» e vicino al servizio segreto militare, il secondo rispettoso del ruolo di «servitore dello Stato» e «dei suoi superiori gerarchici». Il 1° ottobre dell’anno di Moro, il generale della Chiesa irrompe nel covo brigatista milanese di via Monte Nevoso e trova l’archivio delle Br. In una cartellina azzurra sono rinvenuti 49 fogli dattiloscritti del Memoriale Moro – nel 1990 spunteranno altri 245 fogli fotocopiati dello stesso Memoriale – che sono avvolti da stranezze sulle quali Turone si muove con acribia, superando quel «gran garbuglio» formato da piccoli misteri come l’assenza di una seria ricostruzione dell’operazione di polizia giudiziaria, ossia dall’irruzione nell’abitazione sino al momento dell’elencazione di reperti. Sul tentativo (o sui tentativi) di salvare Moro, l’autore considera plausibile la spiegazione avanzata da Steve Pieczenik, l’esperto del dipartimento di Stato Usa, che come consulente collabora con i funzionari del ministero dell’Interno nei famosi cinquantacinque giorni della prigionia dello statista pugliese. Lo scopo della sua missione in Italia - come dichiara Pieczenik in un’intervista del 1998 e conferma poi nelle dichiarazioni rese a Emmanuel Amara per il suo libro Abbiamo ucciso Aldo Moro (Cooper, Roma 2008) – non è la salvezza di Moro, ma quello di scongiurare il crollo del sistema politico italiano.
Un intero capitolo è dedicato al delitto di Carmine Pecorelli, il giornalista molisano ucciso a Roma il 20 marzo 1979. Come direttore del settimanale «OP- Osservatore politico»), egli si era inimicato molte persone per le precise denunce degli scandali connessi all’affare Lockheed, al traffico di armi, alle truffe del petrolio e al caso Moro. In quest’ambito l’Autore segue le diverse inchieste ed utilizza «le rivelazioni dei collaboratori di giustizia» per seguire le prime indicazioni sui mandanti. Le indagini sull’omicidio Pecorelli, che si erano chiuse a carico di ignoti con la sentenza istruttoria del 15 novembre 1991, saranno riaperte circa un anno dopo dalla magistratura inquirente, dopo le dichiarazioni dei mafiosi pentiti Tommaso Buscetta e Salvatore Cancemi e di altri quattro collaboratori della banda della Magliana Antonio Mancini, Fabiola Moretti, Maurizio Abbatino e Vittorio Carnovale. Le dichiarazioni dei sei collaboratori definiscono un connubio tra le due organizzazioni delinquenziali, ma la più rilevante è quella di Buscetta secondo cui l’omicidio Pecorelli era stato un delitto politico voluto dai potenti esattori Ignazio e Nino Salvo» su richiesta di Giulio Andreotti. Esse, peraltro, permettono di «ricostruire una sorta di organigramma dei personaggi» responsabili del delitto Pecorelli. Così Andreotti, Claudio Vitalone e i cugini Salvo sono rinviati a giudizio. Il processo, che comincia a Perugia l’11 aprile 1996, si conclude tre anni dopo con l’assoluzione di tutti gli imputati; ma dopo il ricorso in appello del pubblico ministero sono riconosciuti colpevoli Andreotti e Badalamenti. La sentenza della loro colpevolezza, espressa il 17 novembre 2002, viene annullata l’anno successivo dalla Corte di cassazione per «manifesta illogicità».
Su Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia ucciso a Palermo il 6 gennaio 1980, l’autore discute la targa contraffatta dell’auto usata dal killer e descrive la sua fisionomia sulla base delle notizie fornite dai testimoni oculari presenti sulla scena del crimine. «Le presumibili cause del delitto» devono essere ricercate nella collusione tra ambienti politici, imprenditoria cittadina e cosche mafiose. L’omicidio di Mattarella è così ricollegato a quello di Boris Giuliano e di Cesare Terranova, uccisi l’uno il 21 luglio e l’altro il 25 settembre 1979 per sottolineare gli intrecci malavitosi tra politica e criminalità organizzata per il controllo degli appalti pubblici. Ma, a differenza dei due delitti, quello di Mattarella è commesso su iniziativa della mafia, che utilizzò giovani della destra eversiva, come viene sostenuto dall’autore sulla base delle confidenze di alcuni suoi membri.
Il capitolo sull’eccidio della stazione di Bologna (2 agosto 1980) apre una «vicenda giudiziaria» lunga e tormentata», al termine della quale gli unici imputati ad essere «riconosciuti responsabili come autori materiali della strage […] saranno Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e il giovane Luigi Ciavardini». Sul tragico evento, il più grave mai verificatosi in Italia (50 morti e oltre 200 feriti), l’autore segue il percorso processuale con commenti puntuali sulle rivelazioni di Massimo Sparti, pregiudicato legato alla Banda della Magliana, sulle intercettazioni di uno degli imputatati con la fidanzata e sul depistaggio messo in atto dalla P2.
Il depistaggio, che si articola in diversi momenti delle lunghe e difficili indagini, coinvolge i servizi segreti per le notizie diffuse sulla stampa, volte a «seguire la fantomatica e inesistente pista libanese». I giudici bolognesi accertarono però che la pista internazionale nacque su iniziativa di Gelli e si sviluppò sul coinvolgimento di un funzionario affiliato alla P2. La conclusione dell’autore è perentorio: «che il sistema P2 sia stato – attraverso il suo controllo quasi assoluto sui servizi l’autentico dominus del grande depistaggio della pista libanese è quindi provato al di là di ogni ragionevole dubbio». Restano però altri dubbi relativi allo scopo finale degli artefici del depistaggio, su cui Turone accoglie le osservazioni di uno dei più attenti studiosi della strage di Bologna: «Un fatto è indiscutibile, nelle tormentate indagini sulla strage di Bologna: i vertici segreti italiani hanno fatto il possibile per nascondere la verità. Se i mandanti non sono stati scoperti […] è anche perché pezzi di Stato hanno ripetutamente ingannato i giudici. Per proteggere chi? Chi muoveva dall’alto i fili dei vari Grassini e Santovito? In che misura il piduista Licio Gelli e la sua loggia coperta hanno gestito la partita? E qual è stato il ruolo del faccendiere Francesco Pazienza?» (R. Bocca, Tutta un’altra strage, Rizzoli, Milano 2007, p. 136).
Su queste intricate vicende, l’autore ricostruisce il ruolo di Francesco Pazienza, il suo incontro con il giornalista Andrea Barbieri di «Panorama» e il contatto con il generale Santovito, il quale consegna all’ospite un dossier, da cui si ricavano i collegamenti internazionali del terrorismo. Nell’articolo, intitolato La grande ragnatela e pubblicato su «Panorama» del 15 settembre 1980, Barbieri mette in risalto le responsabilità del Kgb nelle attività terroristiche in atto in Italia: episodio che porterà a processo i protagonisti della vicenda per divulgazione di segreti di Stato.
A questo depistaggio l’autore aggiunge quello sulla cosiddetta pista palestinese, secondo cui la strage alla stazione ferroviaria di Bologna sarebbe stata provocata dal Fronte popolare di liberazione della Palestina (Fplp) come ritorsione verso lo Stato italiano, irrispettoso di un accordo intercorso con le organizzazioni militari palestinesi. L’accordo segreto, denominato lodo Moro, avrebbe consentito il transito nel territorio italiano di armi ed esplosivi destinati al Fronte palestinese, in cambio di precise garanzie di salvaguardare l’Italia da eventuali attentati di matrice islamica.
Sono questi alcuni dei casi che l’autore mette in rilievo negli ultimi due capitoli, l’ultimo dei quali dedicato al «sistema P2 dopo la strage di Bologna», meritevole di essere meglio sviluppato nei suoi intrecci occulti con gli apparati dello Stato. Tale fenomenologia rientra nella logica del potere invisibile, che – seppure complessa e poco studiata – assume una valenza significativa per comprendere la sanità delle istituzioni repubblicane. L’aspetto più evidente è quello di nascondersi e di non mostrarsi mai in pubblico oppure di mostrarsi con una maschera che renda irriconoscibile le proprie sembianze. Le modalità del potere occulto si svolgono tramite il ricorso alle forme di simulazione comunicativa o a quelle di «nascondimento oggettivo» come il luogo segreto, la carta d’identità falsa o la scrittura in codice per impedire la ricerca della verità.      
 
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