MALAGIUSTIZIA

DI MAIO E’ UNA PERICOLOSA MINA VAGANTE
E PUO’ DISINNESCARLA SOLO GRILLO

BEPPE LOPEZ

Archiviando Salvini e le sue intemperanze formali, Conte aveva detto: “Ora, basta sgrammaticature istituzionali”. Ma se Salvini incontrava i sindacati e le associazioni di categoria al Viminale in vista della imminente legge di Bilancio, raddoppiando e sovrapponendosi agli incontri del capo di governo Conte con le parti sociali, oggi Di Maio ha fatto forse di peggio: ha convocato tutti i ministri del M5S alla Farnesina, dove si era appena insediato come ministro degli Esteri, e ha fatto la riunione del “suo” Consiglio dei ministri. Una riunione ufficiale, con foto ufficiale e dichiarazione ufficiale. “Abbiamo fatto il punto su tutti i provvedimenti da portare avanti”, ha dichiarato Di Maio, come se lui fosse Conte e al posto di Conte, o come se fosse ancora vicepresidente del Consiglio a Palazzo Chigi. Ma ha fatto di più, quasi sbeffeggiandolo. Infatti lo ha ringraziato “per il lavoro che sta continuando a svolgere”, dicendosi “certo che riuscirà ad essere garante anche di questo nuovo governo". Non un presidente del Consiglio vero, come volevano i patti sottoscritti con il Pd e il Quirinale, dopo l’infausta esperienza dei quattordici mesi trascorsi a fare il “garante” fra Di Maio e Salvini: ma di nuovo “garante”, questa volta fra Di Maio e Zingaretti.
Si sapeva che sarebbero stati due i principali avversari della tenuta del governo, che lunedì o martedì dovrebbe ottenere il voto di fiducia alle Camere, consentendo al Paese di tirare almeno un sospiro di sollievo dopo quattordici mesi d’inferno. Uno esterno: ovviamente lui, Matteo Salvini, il pentitissimo e rancoroso auto-defenestrato.
Un secondo con un piede dentro e l’altro fuori: Matteo Renzo, il cinico movimentista fiorentino, sempre in attesa del momento giusto – ammesso e non concesso che un giorno arriverà – per sfasciare il Pd uscendone con grandi truppe e far saltare il governo, raccogliendo alle successive elezioni tanti voti da poter tornare protagonista della scena politica.
Ma ce n’è un terzo, forse il più insidioso: proprio lui, Luigi Di Maio. Dovrebbe/potrebbe sentirsi appagato per lo scampato pericolo (elezioni anticipate, sconfitta elettorale e quasi certa defenestrazione da capo politico del Movimento) e per la posizione conservata/acquisita (capo del Movimento e nientemeno, a 33 anni, ministro degli Esteri). E invece appare ancora irrequieto, frustrato, insoddisfatto, pronto ancora a provocare, ad alzare la posta, a fare capricci, a minacciare ad ogni pie’ sospinto di fare saltare il tavolo…
Prima che Salvini arrivasse, sorprendentemente, a presentare la mozione di sfiducia praticamente contro se stesso, cioè contro un governo e un’alleanza che gli aveva consentito di raddoppiare (alle Europee) i voti (raccolti alle Politiche), convinto di poter arrivare a elezioni anticipate e lì raccogliere dal popolo “pieni poteri”, il suo co-vicepresidente Di Maio, preso dall’irresistibile voglia di continuare a farsi dissanguare, si era dichiarato disposto a tutto pur di non essere abbandonato dal suo vampiro preferito.
Ma il delirio di onnipotenza si era ormai impadronito di Salvini, ormai convinto di essere un drago, una Bestia, un irresistibile conquistatore in solitario delle masse ipnotizzate dalla sua propaganda. Il capitano della Lega era talmente accecato dal successo da non accorgersi che stava stravincendo invece una partita giocata in solitario. Questo grazie alla dabbenaggine del suo alleato/competitor Di Maio con “pieni poteri” sul Movimento e alla contemporanea evanescenza del centrodestra e del centrosinistra (ambedue impediti a muoversi o anche solo a fare la più piccola mossa: il primo da un bollito Berlusconi incapace di consentire la nascita di un erede politico, il secondo da un Renzi che preferiva stare a vedere, mangiando popcorn, sempre in attesa del “momento buono” e interessato acché nessuno del Pd potesse giocare e fargli poi ombra). Del resto, lo si è visto subito: è bastato che il Pd si desse almeno un volto, per quanto considerato grigio e poco sexy come Zingaretti, perché i sondaggi registrassero un primo, cospicuo aumento potenziale di voti.
Il mondo è letteralmente crollato attorno a Di Maio quando il compagno (si fa per dire) di tante polemiche e avventure ha effettivamente presentato la mozione di sfiducia, mentre cominciava ad ergersi polemicamente come un gigante l’esile figura dell’“avvocato del popolo”. Il povero Di Maio sino all’ultimo, sino all’irreparabile, ha tentato di rimettere indietro le sfere dell’orologio. Niente. Poi ci si sono messi Prodi, Renzi, lo stesso Zingaretti (ormai rassegnato), finalmente Grillo, la pressione di mezzo Movimento (e di mezzo mondo)…
A questo punto, Di Maio ha trasformato un rischio estremo di annichilimento personale in potenza ricattatoria, nei confronti dei suoi e del Pd, verificando che Grillo - l’unico, il Garante, in grado di fermarlo – non era (ancora) pronto a farlo.
Ha respinto la prima, fondamentale, ragionevole richiesta di discontinuità da parte del Pd: la sostituzione di Conte. Poi ha minacciato di far saltare tutto se il Pd avesse insistito nel volere mettere un proprio vice-presidente unico accanto al presidente del M5S. Vinto! Poi si è opposto, minacciando di far saltare tutto, sia alla nomina di un sottosegretario della presidenza del Consiglio targato Pd sia, in alternativa, ad un sottosegretario di fiducia di Conte. Vinto pure questo! Anzi, ha preteso e ottenuto di mettere un proprio angelo custode, Riccardo Fraccaro, a controllare Conte e l’intera macchina di Palazzo Chigi.
Gli interlocutori gli hanno fatto vincere tutto o quasi. La formazione del nuovo governo è un affare che riguarda il destino del nostro Paese, della nostra democrazia, del nostro vivere civile. Conte e Zingaretti in primis hanno il compito arduo di tenere a bada, dopo il provvidenziale suicidio politico di Salvini, la “bestia” Di Maio anche per conto di Mattarella, dell’Europa e, diciamo così, dell’Italia riflessiva…
Ma il trentenne di Pomigliano è uno che non ha limiti né scrupoli. Crede di aver imparato cos’è la politica, avendone afferrato però solo il peggio, prima da parvenu in Parlamento e poi da socio di Salvini: puro esercizio di potere personale, arroganza, bugie, propaganda ,alzare al massimo la posta se si è in grado di farlo, farsi docilissimo se necessario e poi di nuovo rigido, rigidissimo… Non sa altro, non capisce altro. Crede che si faccia così (si ricordi solo il folle episodio della spregiudicata minaccia di impeachment contro Mattarella, disinvoltamente rimangiata dopo poche ore).
E oggi, appena insediato al ministero degli Esteri, ecco la notizia della riunione con la squadra dei ministri del Movimento. Il ragazzo è fatto così. Non è colpa sua. Un po’ ossessivamente, tende a ricrearsi quello che ha perso. Specie adesso che sente il terreno mancargli sotto i piedi, dopo la clamorosa sconfitta alle Europee, con la presa di distanza di Grillo, la crescita di statura e di leadership di Conte, l’allontanamento da Palazzo Chigi, la formazione di un clima nel Movimento sempre più ostile ai suoi “pieni poteri”, al suo egotismo, ai suoi capricci, in definitiva alla sua inadeguatezza e alla sua fragilità.
Ma il processo di ridimensionamento potrebbe essere lungo, troppo lungo. I danni collaterali potrebbero essere insopportabili, per il sistema esterno o per lo stesso Movimento. L’unico in grado di risolvere il problema è Grillo. Il Garante, in un minuto, potrebbe rimuovere il capo politico del Movimento. Finché Grillo non riuscirà ad assumersi, finalmente e sino in fondo, le proprie responsabilità, sono possibili colpi di coda o anche scatti di nervi da parte degli altri, dalle conseguenze imprevedibili (o prevedibilissime: la caduta a breve del governo, le elezioni anticipate…).
Grillo ha preso quella caterva di voti e poi se ne è andato, ha fatto un passo di lato, delegando al Paese e al “sistema” il compito di fare i conti e di neutralizzare le conseguenze delle manchevolezze e della caratterialità dei giovani senza esperienze ai quali aveva affidato non il suo ma il nostro destino. E’ tempo, appunto, che Grillo faccia ora sino il fondo la sua parte, prima che sia troppo tardi. Dopo che la situazione sembrava già irreversibilmente pregiudicata, Salvini ha fatto un “regalo” al futuro del Paese – involontariamente e inconsapevolmente – che certamente non è replicabile.