IERI/OGGI

LA GARA
PER LE DIRETTE
PARLAMENTARI?
E PERCHÉ NON
L’AUTOGESTIONE
O LA RAI?

BEPPE LOPEZ (*)

Non è chiaro se, dopo i circa 300 milioni incartati nell’ultimo venticinquennio, Radio Radicale potrà fare affidamento su ulteriori 24 milioni di euro pubblici nei prossimi tre anni o, di fatto, solo su circa 4 milioni, prima di poter partecipare a una gara di appalto (la prima in venticinque anni) per la trasmissione delle sedute parlamentari. “Entro il 30 aprile”, come pretende Luigi Di Maio. “Entro la prima parte dell’anno”, come prevede anche il sottosegretario al ramo Andrea Martella. Lo capiremo dal testo definitivo della legge di Bilancio.
Intanto, è da rilevare che sulla questione, come al solito, sono emersi due campi nettamente contrapposti e sbilanciati. In uno, gli esponenti di quasi tutti i gruppi politici sostengono la radio-partito inventata da Pannella considerandola “servizio pubblico”, pezzo insostituibile delle istituzioni democratiche, “un patrimonio di libertà e di pluralismo da difendere”, e accusando chi vuole togliere o ridurre il contributo ai radicali di essere nemico nientemeno che della Costituzione e del “diritto dei cittadini ad essere informati”. Nell’altro campo, dove ormai milita solitario il M5S, si liquida radicalmente il tentativo di privilegiare e sovvenzionare ancora la creatura di Pannella, oggi in mano a suoi pochissimi eredi, come una “porcata”: Qui si sostiene che quei soldi - mentre il paese fa i conti con tagli e tasse, e il campo dell’informazione, privato dei contributi pubblici, è diventato negli anni uno sterminato cimitero di testate morte abitato da prepensionati, disoccupati e sottoccupati - dovrebbero andare ai cittadini meno privilegiati. Magari “ai terremotati”.
In realtà, si rischia di perdere ancora una volta l’occasione per porre la questione in termini più corretti e chiari, sottraendosi al castello di equivoci e manipolazioni abilmente costruito nei decenni da quel gigante del lobbysmo politico in cui si era trasformato col tempo il gigante della politica e della storia italiana che era stato negli anni Sessanta e Settanta, Marco Pannella.
Radio Radicale fino all’anno scorso ha continuato a incassare più otto milioni l’anno per la trasmissione delle sedute parlamentari e – con una serie di trucchi e privilegi semplicemente osceni – altri quattro come “radio di partito”, l’unica riconosciuta come tale grazie alla firma di due parlamentari della Rosa nel Pugno (uno sventurata formazione politica durata solo due anni, tra il 2005 e il 2007). In realtà, Pannella aveva così trovato la maniera di pagarsi la propaganda di partito e personale, suo e della Bonino.
Oggi i suoi rampolli, con i soldi pubblici delle dirette parlamentari – che di per sé consentono ai radicali una presenza quotidiana, ossessiva nella vita parlamentare e politica, ben al di là, molto al di là del loro effettivo peso politico ed elettorale - gestiscono una radio senza pubblicità, con la quale fanno propaganda di partito, promuovono intensamente iniziative e denunce di partito, criticano quotidianamente le posizioni delle altre forze politiche, sferrano velenosi attacchi agli stessi radicali “non ortodossi” (i boniniani), pretendono di fare la politica carceraria, diffondono avversione contro la magistratura e i sindacati, trasmettono fiumi di vecchie interviste di Pannella, le conversazioni di due ore al segretario Maurizio Turco, le numerose campagne di Rita Bernardini, ecc. ecc.. Perciò Radio Radicale ha ventisei giornalisti, venti collaboratori e trentadue fra tecnici e amministrativi. Perciò ha costi in bilancio per più di dodici milioni. Certamente non per le sedute parlamentari.
L’idea della gara pubblica è indubbiamente un passo in avanti, rispetto a passato. Gara pubblica spesso richiesta da Radio Radicale, che nel frattempo ritiene di aver maturato una capacità diffusiva che altri non possono permettersi. Ma nel corso di questo scandaloso venticinquennio, Pannella, monarca assoluto di un partito personale, senza alcuna struttura periferica, non a caso “transpartito” e con doppie tessere, ha magistralmente assicurato sistematici privilegi alla sua creatura più riuscita, appunto la radio-partito, grazie alle intese ora col centrodestra e ora col centrosinistra, oltre ad accaparrare incarichi, in particolare per la Bonino, e consulenze varie per le strutture e i pannelliani più fedeli.
Ma non si capisce perché il Parlamento e lo Stato non debbano seguire in materia una delle due strade che, in un paese civile e normale, sarebbero considerate maestre: a) l'autogestione delle dirette da parte del Parlamento, realizzabili in rete con molti, molti meno soldi di quelli riconosciuti a Radio Radicali e con le strutture e le professionalità già esistenti e profumatamente pagate nel Palazzo; b) l'affidamento in servizio alla Rai, fornita anche troppo di strutture, professionalità e risorse pubbliche.

(*) da Il Fatto Quotidiano del 7 novembre 2019