PASSATO E PRESENTE

UN FUTURO
PER I GIORNALI
LOCALI?
C'ERA 20 ANNI FA
E FORSE
C'E' ANCORA

GIANCARLO TARTAGLIA

Si torna a parlare della centralità della informazione locale e della possibile sopravvivenza del giornale cartaceo nella dimensione locale, dando ormai tutti per scontata la fine del giornale cartaceo di livello e contenuti nazionali. Da questo punto di vista, appare utile e istruttivo rileggersi la “presentazione” di Giancarlo Tartaglia, nel 1998, al volume di Beppe Lopez significativamente intitolato “IL QUOTIDIANO TOTALE. Come si progetta e come si fa il primo giornale richiesto dal mercato: locale, completo, di qualità e popolare. Dall’analisi di mercato al prodotto, dal suo contenuto all’organizzazione, dagli uomini alla gestione economica” (Mario Adda Editore)

Sino a pochissimi anni fa, l’obiettivo degli editori italiani di raggiungere e superare il traguardo dei sette milioni di copie al giorno di quotidiani venduti sembrava a portata di mano. Oggi, all’improvviso, ci si accorge che la nostra stampa quotidiana arranca e si affatica per non scendere, come gli impietosi dati diffusionali mensilmente documentano, sotto la soglia dei sei milioni di copie.
La crisi della carta stampata e dei quotidiani in particolare è, così, di nuovo al centro dell’attenzione degli addetti ai lavori, editori e giornalisti, ma anche dei politici e di una nutrita schiera di cultori della materia, che si sentono in dovere di denunciare i limiti e le mancanze della nostra editoria quotidiana e di suggerire ricette più o meno sicure, più o meno miracolisti- che, per riprendere il cammino interrotto della crescita di tirature e diffusione. Non mancano naturalmente quanti ritengono che la battaglia sia definitivamente persa e che i nuovi mezzi di comunicazione, dalla radio e televisione (nelle loro diverse dimensioni, nazionale e locale, pubblica e privata) ai prodotti informatici, alle reti telematiche, a Internet abbiano ormai vinto su tutti i fronti e abbiano colpito a morte, in un processo che il continuo sviluppo tecnologico renderebbe irreversibile, l’informazione quotidiana diffusa con il tradizionale mezzo della carta stampata.
Queste visioni così apocalittiche trovano smentita nella insuperabile limitatezza del mezzo tecnologico, per quanto sofisticato possa essere, e nella ineguagliabile flessibilità della carta stampata. La radio e la televisione hanno palinsesti orari rigidi non modificabili da parte dell’utente, che può, al contrario, leggere e sfogliare il giornale quando vuole, dove vuole e secondo i propri ritmi e le proprie preferenze. I computer, che consentono l’accesso alle banche-dati informatiche, alle agenzie e ai giornali via Internet, non sono facilmente leggibili a letto, in auto, sul tram, sulle panchine dei giardini e in tutti quei posti e in quelle occasioni nelle quali la lettura di un foglio di carta resterà sempre insostituibile.
Ma, a parte le catastrofiche previsioni dei “laudatores temporis acti” della multimedialità, un cupo pessimismo sul futuro dei giornali stampati sembra pervadere la stessa categoria degli editori. Convinti dell’ineluttabilità della decadenza dell’informazione scritta, essi piangono sui costi di produzione sempre troppo alti, sulla distribuzione sempre troppo limitata, sulla pubblicità sempre troppo sperequata a vantaggio del mezzo radiotelevisivo e chiedono al potere legislativo norme che consentono il ricorso ad ammortizzatori sociali per ridurre il costo del lavoro, la liberalizzazione della rete di vendita e un riequilibrio del mercato pubblicitario, da ottenere non si sa come.
La modesta portata di queste richieste è la più evidente dimostrazione di come proprio gli editori non credano più, se mai vi hanno creduto, nella capacità dell’informazione scritta di competere sul mercato. L’abbattimento del costo del lavoro e la riduzione di personale costituiscono un obiettivo che qualunque imprenditore non cessa mai di invocare, perseguendo, per definizione, scopi utilitaristici e non filantropici. Ma si dà il caso che l’editoria giornalistica produca giornali, ovvero un prodotto la cui materia prima, la carta, ha, per unità di copia, costi irrisori, e il cui prezzo di copertina si giustifica per l’alto valore aggiunto che è dato dall’informazione, ovvero dal lavoro dei giornalisti. Ridurne il numero e immiserirne il livello retributivo, relativo a una prestazione a contenuto professionale, non ha altro effetto che ridurre i contenuti informativi del giornale con inevitabili ripercussioni sui suoi livelli di vendita.
Una riflessione così banale non sembra sfiorare gli editori italiani, che reagiscono alla contrazione del mercato con la riduzione degli organici giornalistici e la sostituzione dell’informazione prodotta in proprio con l’informazione acquistata a costi più bassi, forse anche per questo più scadente, da soggetti terzi, Services e cooperative di vario genere germinati dalla dispera-zione di una dilagante disoccupazione.
La qualità modesta dell’informazione viene surrogata, nella totale incapacità imprenditoriale, dalla forsennata e miliardaria gara dei gadgets, che lungi dal sostenere le diffusioni dissangua i bilanci aziendali. I gadgets, sempre più costosi e offerti in aggiunta al giornale con un prezzo certamente competitivo per chi intende acquistare il gadget (e cestina il giornale) ma assolutamente ingiustificato per chi vuole acquistare soltanto informazione (e non acquista più quel giornale), hanno concorso a drogare e falsare il mercato dei quotidiani, divenendo molto spesso, nonostante le reiterate e mai attuate dichiarazioni di tregua, ormai indivisibili dal prodotto giornale, che senza gadgets rischia di collassare e scomparire dal mercato.
Né gli editori sembrano riflettere a sufficienza sull’altrettanto banale considerazione che un allargamento ai distributori di benzina e ai supermarket dell’attuale rete di vendita (che già prevede, oltre a 36 mila edicole, lo strillonaggio e la vendita porta a porta) probabilmente renderà poco in termini di maggiore diffusione e certamente con costi aggiuntivi di distribuzione.
Ancora meno credibile, perché non si comprende per quale strada debba avvenire, appare la loro richiesta di un equilibrio delle risorse pubblicitarie tra televisione e carta stampata. Se è vero che il nostro Paese vive un’anomalia non riscontrabile all’estero (una crescita ipertrofica della pubblicità televisiva a danno della pubblicità sulla carta stampata) è anche vero che, rispondendo la pubblicità alle leggi di mercato, un riequilibrio non potrà mai realizzarsi per imposizione legislativa, né tantomeno per gentile rinuncia della concorrenza. Né è immaginabile che l’introduzione di un tetto alla pubblicità televisiva possa automaticamente dirottare gli investimenti pubblicitari verso la carta stampata.
Detto questo ci sembra che gli editori italiani, ai quali spetterebbe evidentemente di impegnarsi nello sviluppo del settore, dopo la sbornia tecnologica degli anni ’80 e dopo il colossale fallimento della campagna dei gadgets degli anni ’90, siano ormai ripiegati nella vecchia logica dell’assistenzialismo di Stato e comunque alla ricerca di forme di protezionismo legislativo, e assolutamente incapaci di una riflessione critica sul prodotto e sulla sua innovazione, che, a ben rifletterci, dovrebbe essere il compito che caratterizza e distingue l’imprenditore dal semplice amministratore.
In altre parole, il settore dell’editoria quotidiana soffre di una troppo lunga crisi di imprenditorialità e di una mancanza assoluta di idee che portano ineluttabilmente ad un progressivo restringimento del mercato e ad una lotta per la sopravvivenza condotta giorno per giorno sui risparmi e nella affannosa ricerca tra le pieghe delle leggi sull’editoria, a livello nazionale o regionale, di contributi pubblici o di forme assistenziali, comunque camuffate.
Al di là delle poche innovazioni, che pure ci sono state in questi anni e talvolta anche con successo - basti pensare a la Repubblica di Eugenio Scalfari e alla catena dei giornali locali dello stesso gruppo Caracciolo - il panorama editoriale italiano è rimasto nei decenni pressoché immutato, con gli stessi giornali che hanno mantenuto nel tempo le loro specificità, pur adeguando parzialmente i contenuti e il linguaggio alla mutata realtà socio-economica dell’Italia.
A parte le poche testate specialistiche, economiche e sportive, tutti i quotidiani italiani (nazionali, regionali o locali), hanno da sempre le stesse caratteristiche, sono cioè giornali per così dire omnibus, con la stessa impostazione e, più o meno, gli stessi contenuti. I giornali italiani sono allo stesso tempo giornali popolari e giornali elitari. E probabile che nel nostro paese non ci sia la propensione al giornale esclusivamente popolare, stando almeno al fallimento dell’unica iniziativa editoriale in tal senso di questi anni, L’Occhio di Maurizio Costanzo, che nelle intenzioni tale voleva essere ma che il mercato bruciò in pochissimi mesi. E pure vero che i giornali popolari diffondono all’estero milioni di copie (l’inglese Sun supera i 3 milioni e mezzo di copie al giorno, a fronte del più paludato Times attestato su 783 mila copie), mentre da noi il milione di copie resta un miraggio irraggiungibile anche per i due più grandi quotidiani nazionali che si combattono furiosamente con le armi degli inserti e dei gadgets.
Peraltro i giornali italiani, nel cambiamento e nella modifica del linguaggio, hanno proceduto quasi tutti insieme e continuano ad essere, come sempre, quasi tutti uguali. Tutti imitavano ieri il Corriere della Sera, tutti continuano a imitare oggi il Corriere della Sera o la Repubblica. Lo spazio dato alla politica è dovunque enorme e invade le prime pagine. A imitazione dei fondi del Corriere, tutte le gazzette di provincia hanno i loro fondi che spaziano sui grandi temi dell’universo politico e sociale. Tutti sentono il bisogno di insegnarci ogni giorno le bontà taumaturgiche del bipolarismo e del maggioritario e come debba essere una democrazia matura, cose di cui alla gente comune che deve fare i conti con i disservizi quotidiani dei trasporti urbani, delle poste o della sanità importa ben poco. Tutti hanno introdotto il linguaggio semplicistico del pettegolezzo per spiegare i fatti complessi della politica, il “minzolinismo” è ormai malattia comune e diffuse. Il menù di casa Letta, peraltro difforme da giornale a giornale, occupa per giorni intere pagine e dovrebbe aiutarci a capire le complicate ricette della Bicamerale. A chi interessi tutto ciò francamente non si comprende, ma nonostante il calo di vendite i nostri giornali si affannano a inseguire, tutti insieme appassionatamente, un’allegra superficialità animata da inutili titoli ansiogeni, che, come ha recentemente annotato anche Ceronetti, contribuisce soltanto ad allontanare il lettore.
In un quadro così poco esaltante e apparentemente senza speranze, capita però di incontrare talvolta qualcuno deciso ad affrontare il pessimismo dettato dalla desolazione del presente con l’ottimismo propositivo delle idee. E il caso di Beppe Lopez, giornalista e non editore, che amando questo “mestiere” e non vivendolo mai con logica impiegatizia ha saputo coniugare le idee con la loro pratica realizzazione. Questo libro, che raccoglie sei progetti di giornali quotidiani locali che nell’arco di tre lustri l’autore ha studiato e disegnato nei minimi particolari, potrebbe sembrare la confessione di una sconfitta. E, invece, un atto di accusa ad un’intera classe imprenditoriale, quella dei nostri editori, per non avere voluto o saputo fare il proprio mestiere. Non a caso Lopez fa precedere questi sei progetti da una lunga introduzione, nella quale mette lucidamente in risalto tutti i vizi dell’editoria italiana e individua nel giornale locale, inteso non come giornale sussidiario del nazionale, ma come “giornale totale” - questa la sua definizione - capace di essere strumento di servizio completo e la risposta propositiva e forse vincente per allargare il mercato e vincere la concorrenza radiotelevisiva. Certo è che lo stesso Lopez ha nella sua biografia professionale un’esperienza esaltante, quella dell’ideazione, della progettazione, della realizzazione e della direzione dell’unico giornale locale nato nel Mezzogiorno negli ultimi vent’anni e ormai consolidatosi nella propria realtà territoriale, Il Quotidiano di Lecce.
Peraltro, che proprio il quotidiano locale possa essere il terreno su cui verificare la possibilità di espansione del mercato editoriale lo si potrebbe dedurre da un’analisi attenta degli indici di lettura. Nella corsa a ritroso, le più recenti statistiche ci dicono che nel Mezzogiorno la diffusione dei giornali si è ridotta di un ulteriore due per cento. Se la media nazionale di diffusione dei quotidiani è stata nel 1996 dell’8,7, nel Sud è stata del 4,5 e nel Nord dell’11,1.
Ancora più impressionanti sono i dati di diffusione nelle singole città. Ad Agrigento siamo al 2,3%, a Potenza al 2,4%, a Caltanissetta al 2,5%, a Foggia al 2,6%, a Campobasso al 2,7%, ad Avellino al 3%, a Benevento al 3,2% e potremmo continuare. Ma vediamo quali sono le città di provincia dove si legge di più: Trieste con il 18,4%, Parma con il 17,7%, Bolzano con il 16,5%, Sassari con il 13,5%.
C’è qualcosa che lega e che può spiegare questi dati, al di là delle trite affermazioni sul sottosviluppo del Mezzogiorno? Forse sì. Se ripercorriamo attentamente l’elenco delle città, tutte meridionali, dove l’indice di lettura è il più basso, ci accorgiamo che si tratta sempre di città nelle quali non esiste e non è mai esistito un quotidiano locale. Se invece ripercorriamo l’elenco delle città con il maggior indice di diffusione, scopriamo che si tratta sempre di città nelle quali esiste da tempo un giornale locale.
E allora? Non è forse questa la dimostrazione che le teorie di Lopez non sono frutto di sogni utopici? Non emerge abbastanza chiaramente che esiste uno spazio di intervento vastissimo per un’imprenditoria sana e non avventurosa e speculativa come quella che, purtroppo, in troppe occasioni abbiamo incontrato in questi anni al Sud come al Nord?
Riteniamo che a tutti questi interrogativi si possa rispondere affermativamente, ma soprattutto ci auguriamo che ci siano editori capaci, soprattutto nel Mezzogiorno, di raccogliere questa sfida imprenditoriale così esaltante, perché essa possa essere anche il segno visibile e palpabile della crescita civile e democratica del nostro Paese.