IERI/OGGI

RIFORME PARZIALI
O RIFORME
IMPOSSIBILI? C'E'
UNA TERZA VIA:
RIPARTIRE DALLA
CENTRALITA'
DEI COMUNI

BEPPE LOPEZ (*)

C’è chi crede (o vuole far credere) di aver fatto una rivoluzione epocale riducendo il numero dei parlamentari. E c’è chi ha votato obtorto collo il provvedimento, ottenendo (o facendo credere di aver ottenuto) in cambio una futura riforma elettorale non meglio definita, una futura revisione dei collegi elettorali e future modifiche ai regolamenti parlamentari. Ma sia chi ha punito la “casta” e centrato un proprio antico obiettivo, sia chi ha fatto buon viso a cattivo gioco per garantire (e garantirsi) la prosecuzione della legislatura si sono accontentati di poco. Hanno volato basso. Hanno pensato solo a se stessi e non al paese, non riuscendo ad andare oltre un minimo di accenni e contrasti sul carattere proporzionale o maggioritario della futura legge elettorale, dividendosi o accordandosi in base al rispettivo interesse elettorale e alla presumibile ripartizione del consenso popolare. Non hanno colto l’occasione, nemmeno a parole, nemmeno propagandisticamente, per alzare il tiro inserendo il dato quantitativo della riduzione di deputati e senatori nella grande, sempre elusa questione del riassetto globale delle nostre istituzioni.
“La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Provincie, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”, afferma la Costituzione vigente. La Repubblica è una. Non puoi spostarne o modificarne o eliminarne un pezzo, senza considerare il resto. Si tratta di vasi inevitabilmente comunicanti e interdipendenti. Quindi c’è poco da ragionare o, come succede più frequentemente, da sragionare di volta in volta su un singolo aspetto della grande questione: il numero dei parlamentari o le cosiddette autonomie regionali differenziate o gli scandali dei rimborsi ai consiglieri regionali o l’abolizione del voto polare per le Province (ma non delle Province) o le macroregioni o le città metropolitane o la crisi dei Comuni, con un sacco di responsabilità sempre più pesanti sulle spalle e con sempre minori risorse…
Non a caso il primo elemento della formulazione introdotta dalla pur sciagurata riforma del titolo V nel 2001 sono proprio i Comuni. Non a caso, trent’anni prima, quando nel 1970 si crearono le Regioni con ventiquattro anni di ritardo rispetto al disposto costituzionale, il dibattito si imperniò in particolare sulla valorizzazione dei Comuni, ai quali sarebbero dovuti andare tutti i compiti (e le risorse) per le cose da fare sul territorio, al servizio concreto dei cittadini, mentre le Regioni avrebbero dovuto concentrarsi virtuosamente sul ruolo legislativo e sulla programmazione e coordinamento dello sviluppo regionale. E al posto delle vecchie Province, dal canto loro, sarebbero dovute sorgere agenzie, consorzi e comunque organismi snelli a dimensione territoriale variabile, sulla base di specifiche esigenze e vocazioni sovracomunali.
Sino alla fine dello scorso millennio c’è stato sempre qualcuno (in realtà, voci clamanti nel deserto e perlopiù mal sopportate) che ritirava fuori la mitica Repubblica delle Autonomie, con il passaggio da uno Stato verticale, centralizzato e romano-centrico, ad uno orizzontale, decentrato col principio di sussidiarietà e più vicino ai cittadini. Con lo snellimento del Parlamento nazionale (toh, magari con meno deputati e senatori). Col graduale passaggio di poteri, funzioni e risorse dal centro alla periferia. E con Comuni dotati finalmente di “compiti organici, poteri effettivi, reali possibilità di programmare e gestire in modo efficiente e responsabile i servizi pubblici, l'assetto e l'uso del territorio, lo sviluppo economico locale” (Ufficio Enti locali della direzione del Psi, 1978). Ma già nel 1982, dopo due legislature regionali, si registrava il fallimento di quel disegno e di quelle speranze, con le Regioni pigliatutto, le Province rimaste saldamente in piedi con maggiori competenze che per il passato, gli enti intermedi tentati e falliti, e i Comuni tenuti a pane e acqua (Rapporto sullo stato delle autonomie, a cura del ministero per gli Affari regionali).
Da allora la situazione è ulteriormente peggiorata. Il Parlamento messo sempre più in crisi da una logica maggioritaria che premia il leaderismo, l’uomo solo al comando, con deputati e senatori in funzione ancillare e di spingibottone. Le Regioni, similmente, ridotte a campo di strategie e tattiche politiche da potenti “governatori”, mentre i consiglieri regionali non possono che occuparsi precipuamente di potere, di gettoni di presenza, di rimborsi e, scivolando scivolando, di mazzette. Le Province sono notoriamente abolite-e-non-abolite, impossibilitate a operare e addirittura rimpiante. Completano il quadro i 7.915 Comuni italiani, molti in dissesto finanziario, tutti con gravi problemi di operatività, sia per quello che riguarda le risorse finanziarie, sia il personale, sia i mezzi e le strutture a disposizione.
Che si può fare, allora? Abbastanza poco, finché il panorama di partiti e movimenti sarà così come lo vediamo, frantumato e fragile. Riforme globali possono venire solo da partiti forti e leadership solide. Intanto, potrebbe servire a qualcosa un movimento di sindaci che - anziché servirsi della carica per contare di più nei rispettivi partiti o movimenti, o per conquistare di tanto in tanto qualche titolo di giornale - lavorino per imporre nell’agenda politica il tema della centralità dei Comuni.

(*) Dal Fatto Quotidiano del 14.1.2010