RECENSIONE CRITICA

IL CORONAVIRUS
LO VUOLE ADULTO
MA SCURATI
NON CI STA

BEPPE LOPEZ

Quello di confondere la propria con le altrui vite ed esperienze è un vecchio vizio di Antonio Scurati. Un vizio purtroppo tipico di una certa generazione di intellettuali (e non solo) che naturalmente si ritengono al centro del mondo e, soprattutto, sono convinti che il mondo sia cominciato nel momento in cui essi hanno acquistato capacità - diciamo così- di intendere e volere.
Oggi, sul Corriere della sera, il cinquantenne “scrittore e accademico italiano” – vincitore l’anno scorso del Premio Strega con il controverso M: Il figlio del secolo – ci ricasca. Firma un’intera pagina, con richiamo in prima, sull’emergenza sanitaria Coronavirus e sul cambiamento delle abitudini, in specie a Milano, da essa determinate. “E’ finita un’epoca”, dice il titolo: “La storia ci vuole adulti”. Scurati, cioè, afferma che il Coronavirus imporrebbe, non a lui solo, di diventare adulti. Lo imporrebbe evidentemente a gente che adulta non è diventata, nonostante l’età. E nel sommarietto si spiega: “I cinquantenni in coda per il pane hanno avuto solo drammi interiori, cellulari e case al mare, più cani che figli".
Clamorosamente significativo (di una arrogante saccenteria e, insieme, di notevole scarsezza di autostima) la chiusura dell’articolo: “Getto un ultimo sguardo dalla finestra ai miei coetanei cinquantenni, ai miei concittadini milanesi, ai miei ragazzi improvvisamente invecchiati: quanto sono grandi e patetici con le loro scarpe da runner e le loro mascherine chirurgiche. Provo pietà, li comprendo, li compatisco. Fra pochi secondi sarò in coda insieme a loro”.
Insomma, Scurati dice di compatire e di provare pietà per quelli come lui (cinquantenni e milanesi, anche se nato a Napoli). Ma c’è da disperare che, almeno lui, possa “invecchiare”, nel senso di divenire adulto, di non viversi più come se fosse al centro del mondo e, soprattutto, di non pensare più che la vita, la realtà, la verità siano cominciate e siano state svelate… nel momento in cui lui ha deciso di scrivere questo pezzo per il Corriere e il Corriere ha deciso di pubblicarlo.
Infatti Scurati questo rapporto, un po’ disturbato e visionario, col mondo l’ha sempre avuto. Scurati è sempre stato così. Ecco qui di seguito un mio scritto del 2008 a proposito del suo saggio “La letteratura dell’inesperienza” (sottotitolo: “Scrivere romanzi al tempo della televisione”). Colui che ha scritto quel saggio dodici anni fa, a 38 anni, è indubbiamente lo stesso, con lo stesso, identico tasso di autoreferenzialità, che ha vergato a 51 anni, l’articolessa pubblicata oggi dal Corriere.

SCRIVERE AL TEMPO
DELLA TELEVISIONE
di Beppe Lopez
(www.infodem.it, 31 maggio 2008)

Romanzo d’invenzione e romanzo storico (biografico o autobiografico). E’ di Angelo Guglielmi il merito di aver introdotto questa fondamentale distinzione nel recente dibattito sulla “letteratura dell’inesperienza” attivato dall’omonimo saggio di Antonio Scurati (NELLA FOTO) - pubblicato da Bompiani col programmatico sottotitolo: “Scrivere romanzi al tempo della televisione” - e troppo in fretta archiviato. Un dibattito che, peraltro, avrebbe potuto/dovuto essere colto come ennesima occasione per riflettere, in generale, sui contenuti della scrittura e della comunicazione in Italia.
Sostiene Scurati: no, non è vero che il rapporto fra letteratura ed esperienza sia venuto meno “per motivi accidentali – perché oggi chi scrive romanzi avrebbe ‘vissuto poco’, ‘conoscerebbe poco il mondo’ etc”. In realtà, per lui, “è la struttura stessa dell’esperienza a essere andata distrutta nelle condizioni di vita della società tardo-moderna”.
E se la gran parte degli scrittori non riescono più a fare romanzi che abbiano un qualche legame con la realtà, con l’“esperienza”, la colpa non sarebbe, come pure si è portati ragionevolmente a credere, di un ceto di intellettuali – si può dire? borghesi – più o meno colti, sofisticati, autoreferenziali, inesperti della vita reale, della sofferenza e della fatica/passione di capire, di farsi capire, di dare il proprio contributo al comune sentire, all’immaginario collettivo, alla “cultura di massa”, alla politica, al progresso sociale e scientifico.
La colpa non sarebbe di un paio di generazioni di scrittori figli di una borghesia senza speranze, disincantata, tutta concentrata ad elevare un muro di benessere e di privilegi fra sé e il resto del mondo, e quindi miope e alienata. La colpa non sarebbe di un centinaio di creatori di artificiose trame, di falsi problemi e di improbabili personaggi per i quali è preistoria e illusione l’idea di poter cambiare il mondo o, meglio, del dover essere, comportarsi e scrivere come se il mondo potesse essere cambiato, in bene o in meglio, da ogni nostro più piccolo gesto e a maggior ragione da ogni nostro libro.
La colpa, afferma Scurati, è del mondo complessivamente “inesperto”, della società mediatica e globale, della cultura di massa. Non dei letterati ma dell’inarrestabile regresso/regressione della modernità. Insomma della realtà, degli “altri”, della gente vittima inconsapevole e a volte complice consapevole.
Questo, più o meno, è quello che si ricava dal volumetto che ha subito suscitato una discussione importante perché ci riguarda tutti, investendo sì i letterati o, meglio, gli scrittori di romanzi ma in quanto più o meno estranei o estraniati o invece rappresentativi della cultura e del costume, della disperazione e delle speranze della collettività se non dell’umanità. Scurati parla di un processo che si sarebbe avviato “con la nascita stessa del Moderno”, per il quale “oggi, più viviamo più siamo inesperti della vita”, in considerazione del fatto che “il mondo si traduce in esperienza laddove il reale è adeguatamente reso da una narrazione” e dell’“incapacità di fare e trasmettere esperienza tipica dell’uomo contemporaneo”. L’espropriazione dell’esperienza sarebbe già “implicito nel progetto fondamentale della scienza moderna”, la quale difatti “separa verità di fatto da verità di ragione”. E poi c’è stato naturalmente, devastante, “il diffondersi dei mezzi di comunicazione di massa… l’imponente crescita di forme di esperienza mediata…”. In sintesi: “Tutti i principali fattori storici che producono l’inesperienza moderna producono anche la cultura di massa come cultura specifica della società dell’inesperienza”. E questi fattori sarebbero “principalmente tre: il capitalismo trionfante, le tecnologie del visuale artificiale, la comunicazione intesa come logica culturale, propria delle nuove tecnologie della visione”.
Dunque, tre fattori e tre campi: la politica (economica), la scienza (tecnologica), la cultura (della comunicazione). Tre campi e tre figure di intellettuali: il politico, lo scienziato, lo scrittore. Si può dunque opporre a Scurati che tutt’e tre queste figure sono abilitate e attrezzate alla elaborazione diretta delle politiche, degli sviluppi tecnologici e delle logiche culturali, e comunque della cultura di massa, che per definizione non può escludere nessuno, a priori, dal parteciparvi anche solo servendosene. Certo, questo apporto è rilevante o marginale o nullo, a seconda del livello di consapevolezza, determinazione ed efficacia derivante dai singoli caratteri, dalle storie personali, dalle esperienze di ambiente familiare e sociale, e quindi dalle risorse e dalle opportunità concretamente conquistate e a disposizione.
Ma tutto questo dipende non solo ma innanzitutto proprio da lui, l’intellettuale. E, in un passaggio del suo ragionamento, allo stesso Scurati sfugge felicemente che “ci piaccia o non ci piaccia, la cultura di massa siamo noi. Non possiamo sottrarci a essa”. Proprio così. E si potrebbe aggiungere che, da un punto di vista – possiamo dirlo? – democratico, la cultura è di massa o non è. Una cultura che non esclude da un canto qualità e valori diffusi, e dall’altro capacità, pratiche, ruoli e sedi di elaborazione di altissimo livello specialistico e scientifico. Del resto, quando essa non è “di massa”, quando nega la sua fondamentale caratteristica collettiva, la sua identificazione con l’umanità, con le sue aspettative, con i suoi bisogni, con i suoi problemi e con le sue speranze, cosa rimane della “cultura” se non autoreferenzialità e subalternità ai potentati economici e strategici?
Insomma, “la cultura di massa siamo noi”. Scurati, rispetto agli altri scrittori della sua generazione, “la prima a essere cresciuta con la televisione, una generazione di uomini per i quali la guerra è stata una serata trascorsa in salotto davanti alla televisione sorseggiando birra fresca”, ha la qualità, la sensibilità e il merito di interrogarsi, di chiedersi “cosa debba essere una letteratura senza comunità, senza contenuto, senza mondo, se non vuole tradire l’inesperienza su cui si fonda”. Lui cerca di darsi anche una risposta, di “fare”: ad esempio, scrivendo “un romanzo che non ripudiasse di nascere al tempo della cultura di massa ma che non accettasse la nascita come un privilegio, che le appartenesse ma che le resistesse”. Nel momento in cui, come sembra voler fare, Scurati uscisse del tutto dalla gabbia di questo “privilegio” epocale, generazionale, probabilmente anche familiare e socio-economico, si accorgerebbe che fuori dalla vita e dalle pratiche culturali della sua “generazione” di scrittori una comunità c’è, che per trovare i “contenuti” basta uscire di casa non solo però per chiudersi in un centro studi sui linguaggi del cinema, della fotografia e della televisione, e che il mondo continua a vivere e a soffrire e a fare esperienza. Di guerra e di pace, di ricchezza e di povertà, di privilegi e di ingiustizie, di subalternità e di riscatto, di omologazione e di identità. E una via d’uscita, specifica, concreta, dal suo campo di osservazione che è la scrittura e la narrazione, Scurati la intuisce, anche se solo a pag. 77 del suo ragionamento di 78 pagine: “il romanzo storico”. Ma ha il torto di liquidarla come un ipotetico “sentiero da percorrere”. Punto.

Invece era forse proprio di qui che sarebbe dovuto partire il suo ragionamento, per non rischiare l’autoreferenzialità generazionale e persino mediatica. Come faceva del resto Guglielmi, prendendo a pretesto il suo scritto - su La Stampa del 27 gennaio 2007 – con una lunga nota significativamente intitolata: “Nelle vite già vissute il futuro del romanzo”. Colui che fu uno dei protagonisti dell’esperienza del Gruppo ’63 e poi l’inventore di una delle più felici stagioni della televisione pubblica italiana, come direttore della Rete Tre, ridimensiona innanzitutto l’affermata strettissima attualità del problema-inesperienza e la sua pressoché definitiva identificazione con i moderni mezzi di comunicazione di massa e in particolare con la Tv, fissandone la nascita “agli ultimi decenni dell’800, quando a cominciare da Cézanne, Flaubert e Mallarmé l’arte voltò le spalle alle firme della natura non più riconoscendosi nelle manifestazioni del verosimile”. Guglielmi ricorda, fra l’altro, ciò che disse Luciano Anceschi proprio degli scrittori del Gruppo ’63: “Hanno contribuito fortemente a delineare un campo in cui la nostra vita trovava impulso e calore”.
Ma, soprattutto, Guglielmi parte proprio da dove Scurati si ferma. “Le difficoltà di fare romanzo oggi possono essere superate (o comunque affrontate) chiedendo aiuto alla memorialistica (biografica o autobiografica) o a eventi della nostra storia (pubblica o privata) appartenenti al nostro passato (più o meno antico o recente)”. Certo, “con la modernità gli uomini hanno perduto l'esperienza delle cose”. Certo, “le cose si sono allontanate e hanno perduto la possibilità di continuare a essere riconosciute come la sede del senso (il luogo dove i significati si rivelano). Ma “il racconto della storia di un personaggio realmente vissuto conserva quella suggestione di verità che in genere manca al romanzo di invenzione”. Ecco una distinzione assente in Scurati: c’è romanzo e romanzo, e ci sono, prima ancora, diverse tipologie di romanzo, diversi approcci al mestiere di narratore.
Probabilmente il discorso del giovane, dolente teorico della “letteratura dell’inesperienza” va più correttamente riferito al solo “romanzo d’invenzione”, non a caso genere ossessivamente praticato dalle ultime e dall’ultimissima generazione di narratori italiani. “La solita cosa, ben confezionata, tipica di buona parte di autori inutili che circolano in Italia”, di cui ebbe a parlare Roberto Cotroneo. Il “deserto popolato d’infiniti sottoprodotti letterari, anche rifiniti nel loro formalismo, ma terribilmente inutili”, denunciato da Luca Canali. La “saturazione di tanti romanzi di decorosa e inappellabile mediocrità”, lamentata da Giovanni Tesio. Trattasi del lascito o del vuoto seguito alla scomparsa dei Pasolini e dei Moravia, e dell’attivismo della gran parte dei giovani titolari del neo-potere editoriale e dei neo e neo-neo-avanguardisti affascinati dalla visibilità mediatica, protagonisti delle collane editoriali, dei salotti, delle classifiche di vendita, delle paginate culturali, delle incursioni giornalistiche, delle “cronache letterarie”, degli schermi televisivi, dei laboratori di scrittura creativa, ecc., estranei e comunque dimentichi, quando non consapevolmente ostili alla lezione e alla temperie culturale, sociale e politica degli anni Sessanta (“Certamente la sua eco”, ammette lo stesso Scurati, “era di nuovo già spenta quando chi ha la mia età si pose per la prima volta il problema di cosa scrivere, e quello ad esso collegato: per chi scrivere?”).
La prosecuzione del ragionamento di Guglielmi è pertinente e illuminante. “Lo scrittore ha perduto da tempo il ruolo (che fino a ieri gli era attribuito) di dispensatore di verità e lo ha perduto quando ha scoperto che per ogni domanda sono possibili più risposte tra le quali sceglierne una, come fa il romanzo di invenzione, è infilarsi in una stretta soffocante anzi è, inevitabilmente, scegliere la strada della manipolazione mistificatoria. Il romanzo biografico o autobiografico consente al contrario di non scegliere giacché consiste nel raccontare la storia di una vita già vissuta che, per i segni oggettivi che ha lasciato, non deve elemosinare da nessuno il riconoscimento di realtà (o meglio lo stato di cosa accaduta)”. Del resto, “non è vero che scrivere di una cosa già vissuta sia compiere una operazione cronachistica e di pura documentazione. Noi non sappiamo chi siamo (e dove andiamo). Ciascuno che guardi nella propria vita scopre una serie di atti e eventi slegati ognuno dei quali recita per sé; una serie di atti che spesso si contraddicono e rischiano l'insensatezza; di ricordi che mentono, di convinzioni che ingannano. Le vite degli uomini sono irriconoscibili. L'irriconoscibilità apre spazi alla creatività (e fantasia) dello scrittore che a partire da quelle vite può puntare a scoprire e trasmettere nuova conoscenza e comunicare possibili suggestioni di autenticità”.
Quanta distanza dal viluppo di “inesperibilità” di Scurati! I dubbi e i tormenti che lo hanno portato a teorizzare l’impraticabilità di una “letteratura dell’esperienza” fanno onore a questo colto e sofisticato intellettuale (che peraltro ci ha fornito apprezzate prove di romanziere di invenzione e di successo). Ma se condizioni come “il senso della vita come qualcosa che può ricominciare da zero, un rovello problematico generale”, “la voce anonima dell’epoca” e “l’immediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il pubblico” – citazioni da Calvino – “per gli scrittori della mia generazione è come se non fossero mai esistite perché non le abbiamo mai conosciute”, non è detto che la questione sia oggettivamente epocale e non soggettivamente generazionale o sub-generazionale.
E poi, ammesso e non concesso che non ci sia niente più di vissuto da narrare - o, com’è più realistico dire, non si abbia o si ritenga di non avere niente di vissuto da trasferire in romanzo – perché uno lo deve narrare per forza e fare per forza il romanziere? Perché “infilarsi in una stretta soffocante” che porta inevitabilmente, come giustamente sostiene Guglielmi, a “scegliere la strada della manipolazione mistificatoria”? Ci sono tante altre cose che un uomo e un intellettuale può utilmente fare per sé e per la nostra società, vivendo esperienze, partecipando alle esperienze degli altri, e magari scambiando con essi “impulso e calore”. Anche al tempo della televisione.