ROMANZI E SOCIETA'

UN SECOLO
DI GIORNALISMO
ITALIANO,
FRA MILITANZA
E INDIPENDENZA

GIANCARLO TARTAGLIA (*)

La prima associazione giornalistica era stata costituita nel 1877, pochi anni dopo la proclamazione di Roma capitale, seguita da numerose altre associazioni sorte spontaneamente in tutte le principali città italiane del sud e del nord, sull’onda di un processo aggregativo che si andava diffondendo in tutti i paesi europei. La Federazione della Stampa, che, appunto, federava le associazioni preesistenti, si era ufficialmente costituita a febbraio del 1908. Due anni dopo, firmava con l’Unione degli editori la Convenzione d’opera giornalistica, il primo contratto collettivo nazionale stipulato da un’organizzazione sindacale in Italia. Ciò nonostante, non si era caratterizzata soltanto come un organismo sindacale, bensì come un’organizzazione di più ampio respiro tesa a tutelare gli interessi complessivi di una categoria dai confini non ancora ben delineati.
Nel mondo giornalistico le figure dell’editore, dell’amministratore e del giornalista spesso si confondevano. Grandi giornalisti erano anche grandi editori e capaci amministratori. Basti pensare a Guido Cesana, direttore di giornali e fondatore de Il Messaggero, a Eugenio Torelli-Viollier, fondatore, editore, amministratore e direttore del Corriere della Sera, a Luigi Albertini, che fece del Corriere, da direttore e comproprietario, una delle testate più importanti d’Europa, a Luigi Roux, fondatore e direttore de La Stampa, ad Alfredo Frassati, che da redattore del quotidiano torinese ne divenne comproprietario e direttore, ad Edoardo Scarfoglio, editore e direttore de Il Mattino e così via. Tutti nomi che ritroviamo alla guida di quel movimento professionale che porterà alla nascita dell’Associazione della Stampa Periodica Italiana, dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti, dell’Associazione della Stampa Subalpina e che volle, nei primi anni del nuovo secolo, la costituzione di una autorevole Federazione Nazionale della Stampa Italiana.
Di conseguenza, i problemi del mondo editoriale erano, indistintamente, i problemi di questa complessa ed eterogenea categoria. Se il contratto di lavoro costituisce un filo conduttore che attraversa sin dall’inizio l’intera storia delle organizzazioni giornalistiche italiane, non da meno ad esso si intrecciano le discussioni e le preoccupazioni per altri aspetti considerati di identica importanza. La distribuzione dei giornali, le tariffe postali, il prezzo e l’approvvigionamento della carta e delle materie prime sono oggetto, non secondario, degli interessi dei giornalisti.
A questi aspetti se ne aggiungevano altri più attinenti all’esercizio professionale. La libertà di stampa, sancita dall’editto albertino e base fondativa della costruzione unitaria della nazione, era sempre mal tollerata dai Governi di turno. Il reato di vilipendio e, ancora più spesso, quello di diffamazione a mezzo stampa erano sempre in agguato. Il reato di diffamazione era stato sanzionato nell’editto albertino nell’ambito della tutela della libertà di espressione. Il Codice Zanardelli del 1890 lo fece diventare un reato regolato, come tutti gli altri, dal Codice penale, aprendo una lunga polemica della categoria, che ne fece oggetto di proteste e di discussione in tutti i congressi nazionali, ma anche di approfondimento e di studio. La battaglia per la revisione del reato di diffamazione era destinata ad essere lunga ed estenuante e contrappose la Federazione della Stampa a tutti Governi. Nonostante, però, gli affidamenti e le disponibilità non si riuscì ad ottenere mai nulla. Prima la guerra italo-turca, poi la grande guerra, seguita dalle turbolenze sociali del dopoguerra, e infine l’avvento del fascismo ne impedirono ogni possibilità di riforma. Su questo argomento la battaglia della categoria sarebbe ripresa dopo la seconda guerra mondiale e la nascita dell’Italia repubblicana, restando, ancora oggi, senza alcun esito positivo.
Il reato di diffamazione, con il quale i giornalisti dovevano quotidianamente confrontarsi non era, però, l’unico problema che le organizzazioni di categoria erano chiamate ad affrontare per difendere il loro lavoro e la libertà di espressione. Guerre mondiali e guerre coloniali erano avvenimenti che per la loro drammaticità giustificavano l’imposizione di un regime restrittivo di tutte le libertà, a partire proprio dalla libertà di stampa e l’incubo della censura era vissuto dai giornalisti come una insopportabile lesione alle loro prerogative professionali. Nel corso della guerra italo-turca, che avrebbe fatto nascere il sogno di un nostro destino coloniale e imperiale, la Federazione della stampa, costituita da appena tre anni, avrebbe dovuto affrontare da un lato il tema della censura, polemizzando e contrattando con il Governo e le autorità militari, dall’altro quello della difesa, anche a livello internazionale, dei corrispondenti italiani, che allora si chiamavano “redattori viaggianti”, alla spasmodica caccia di notizie (talvolta inventate, con una discutibile deontologia professionale) e impegnati nella ricerca di qualsiasi marchingegno capace di perforare le strette maglie della censura militare. L’enfasi per un’avventura di potenza nella quale si sarebbe forgiato sul piano culturale il futurismo e su quello politico il nazionalismo, avrebbe coinvolto, ovviamente, anche quasi tutto il giornalismo italiano, ad eccezione principalmente di quello legato alla tradizione pacifista socialista. I giornalisti italiani in Cirenaica e Tripolitania non erano testimoni chiamati a raccontare gli avvenimenti bellici, ma si sentivano anch’essi combattenti, sia pure con la penna, ma molto spesso con le armi in pugno, della stessa causa. Questo sentimento di partecipazione nazionale, prevalente sul dovere professionale, li avrebbe portati a polemizzare con le autorità e con i colleghi delle potenze europee, che mal sopportavano l’ingresso dell’Italia sulla scena coloniale e la Federazione della Stampa dovette più volte intervenire a loro difesa, anche con accese proteste rivolte all’Unione Internazionale delle Associazioni di stampa, che rappresentava le organizzazioni giornalistiche di tutti i paesi europei e che era sorta proprio per la volontà e la tenacia delle associazioni italiane. Lo stesso scenario si sarebbe presentato qualche anno più tardi, con lo scoppio della grande guerra. Ancora una volta, le censura di guerra, le incomprensioni dei comandi militari, la libertà di movimento dei corrispondenti e, non ultime, le polemiche con i colleghi e i governi delle potenze avversarie e talvolta anche di quelle alleate, avrebbero impegnato la Federazione della Stampa in una costante e attiva azione di tutela delle condizioni di lavoro e delle prerogative professionali del giornalismo italiano. Quando nel ’36, in un clima decisamente diverso, una nuova impresa coloniale porterà in Africa Orientale le truppe e i giornalisti italiani, il Sindacato Nazionale dei Giornalisti, che dal ’27 aveva soppiantato e sostituito la Federazione della Stampa, facendone un’organizzazione pubblica inquadrata nello Stato corporativo fascista, si troverà di fronte gli stessi problemi. Se non si poteva più parlare di censura, almeno non nei termini in cui la questione era stata affrontata nelle occasioni precedenti, in conseguenza della soppressione della libertà di stampa, sanzionata dalle leggi del ’25, si doveva, però, ripresentare la necessità di difendere i giornalisti italiani, tutti, ovviamente, accesi sostenitori del destino imperiale dell’Italia fascista, che all’assemblea della Società delle Nazioni avrebbero tentato di impedire al Negus di parlare.
La vita dell’Italia unitaria, come si è visto da questi pochi esempi, è stata contrassegnata, in tutti i suoi passaggi cruciali, dalla presenza dei giornalisti e dall’azione delle loro organizzazioni professionali. Se spesso l’esercizio della professione giornalistica si confondeva e si sommava con l’esercizio di ruoli amministrativi ed imprenditoriali, ugualmente confusi erano i confini tra giornalismo e politica. Non a caso, la libertà di stampa è stata all’origine della stessa libertà politica. Molti parlamentari, quasi tutti, erano anche giornalisti e molti giornalisti, quasi tutti, se non erano parlamentari, aspiravano, comunque, a svolgere un ruolo politico nella realtà nazionale o in quella comunale nella quale operavano. Questa commistione tra politica e giornalismo non sarebbe stata estranea alla vita delle organizzazioni giornalistiche, anzi. Il primo presidente dell’Associazione della Stampa Periodica era stato Francesco De Sanctis, illustre letterato, ma anche parlamentare meridionale per otto legislature. Seguito da Ruggero Bonghi, deputato per dodici legislature, ministro dell’Istruzione Pubblica nel governo Minghetti, da Romualdo Bonfadini, deputato e senatore, da Luigi Luzzatti, più volte ministro, presidente del consiglio nel 1920, sostenitore convinto di una regolamentazione legislativa del contratto di lavoro giornalistico. Personaggi come Leonida Bissolati ne avrebbero guidato il collegio probivirale. L’Associazione Lombarda avrebbe visto tra i suoi quadri dirigenti uomini come Filippo Turati, Claudio Treves, don Davide Albertario, Carlo Romussi, Innocenzo Cappa, Ettore Janni e quasi tutto il ghota politico milanese. L’Associazione della stampa Subalpina sarebbe nata per impulso di Luigi Roux, parlamentare per quattro legislature, e di Alfredo Frassati, senatore del Regno. La Federazione Nazionale della Stampa, alla cui fondazione parteciparono, tra gli altri, Luigi Albertini, Filippo Meda, Claudio Treves e Leonida Bissolati, sarebbe stata presieduta da Salvatore Barzilai, anch’egli deputato per otto legislature e ministro nel governo Salandra nel corso della prima guerra mondiale, da Andrea Torre, deputato per cinque legislature e ministro dell’Istruzione pubblica nel primo e secondo governo Nitti, da Alberto Bergamini, fondatore de Il Giornale d’Italia, senatore del Regno, da Roberto Bencivenga, generale e deputato di opposizione, eletto nelle file amendoliane nel ’24.
Questo elenco, non esaustivo, dei quadri che diressero la Federazione e le Associazioni di stampa dalle loro origini sino al fascismo è la più eloquente dimostrazione dell’importanza che ad esse assegnavano sia il giornalismo sia la politica. Nella storia italiana, perciò, il loro ruolo non è stato affatto marginale, ma anzi, ancorchè poco studiato, ha avuto una notevole rilevanza. Non a caso nei lunghi anni che vanno dal 1919 al 1926 e che segnano la fine dello Stato liberale e la nascita dello Stato fascista, proprio per l’importanza che Mussolini e il fascismo assegnavano all’informazione, la Federazione e le Associazioni territoriali furono al centro dello scontro politico. Si posero all’avanguardia nella difesa della libertà di stampa, pur con i limiti che derivavano loro dal non essere associazioni di parte, bensì organizzazioni rappresentative di tutti i giornalisti, a qualsiasi fede politica essi appartenessero. Anche per questo il capo del fascismo pose tra gli obiettivi prioritari del suo movimento la conquista ad ogni costo delle Associazioni di Stampa e della loro Federazione Nazionale. Una conquista che non fu facile e che non riuscì quasi mai per via pacifica, come dimostrano le elezioni, in quegli anni tumultuosi, per il rinnovo dei vertici dell’Associazione della Stampa Romana, dove i candidati sostenuti dal fascismo sarebbero stati sempre sconfitti. Il fascismo le avrebbe conquistate soltanto grazie all’intervento dei prefetti che commissariando quasi tutte le Associazioni avrebbe, di fatto, consegnato, in una drammatica riunione del Consiglio generale, il 6 dicembre del 1925, la Federazione della Stampa nelle mani dei giornalisti fascisti.
Ma anche negli anni del fascismo, pur ridotti i giornalisti all’ubbidienza al regime e all’esaltazione delle imprese del Governo, il Sindacato Nazionale Fascista dei Giornalisti, erede della disciolta Federazione della Stampa, sarebbe stato guidato da personaggi chiamati a svolgere ruoli di primo piano nel nuovo Stato corporativo fascista, a dimostrazione della sua importanza e della particolare attenzione con cui il regime guardava al giornalismo. Ermanno Amicucci, Araldo Di Crollalanza, Lando Ferretti, Gaetano Polverelli, Francesco Paoloni, Carlo Ravasio, lo stesso Arnaldo Mussolini, furono tutti dirigenti sindacali dei giornalisti. Se il sindacato fascista non aveva più titolo per difendere la libertà di stampa e l’autonomia professionale dei giornalisti, aveva, però, grande spazio per difenderne gli interessi materiali. Non a caso, sotto la guida e le sollecitazioni del Sindacato fascista la categoria ottenne, sin dal 1926, il riconoscimento di un suo istituto previdenziale, l’INPGI, che pure era stato preceduto da un defatigante negoziato, durato anni, tra l’Unione degli Editori e la Federazione della Stampa, ma vide anche la nascita, per legge, dell’albo professionale, che pur viziato nelle sue modalità di accesso (occorreva il beneplacito del Prefetto per esercitare la professione), rispondeva ad una esigenza di chiarezza sentita da sempre dall’intera categoria. Né deve essere trascurato il tentativo di rendere più professionale il lavoro giornalistico mediante la realizzazione di una scuola di giornalismo che doveva consentire l’accesso diretto all’albo. Un esperimento durato soltanto un triennio, avversato da molti, ma caparbiamente voluto da Ermanno Amicucci, proprio sull’onda della più avanzata esperienza statunitense, che il segretario del sindacato fascista aveva avuto occasione di conoscere da vicino.
La storia della Federazione della Stampa e delle sue Associazioni territoriali è, quindi, in un certo senso anche la storia d’Italia, perché i giornalisti ne sono stati non solo i testimoni e coloro che l’hanno raccontata “in diretta”, ma ieri, molto più di oggi, anche gli interpreti.
 

(*) da "UN SECOLO DI GIORNALISMO. Storia della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (1877-1943)" di Giancarlòo Tartaglia, Mondadori Università, 2008