SUCCEDE OGGI

DUE OMAGGI
AL REPERTORIO
DI MATTEO
SALVATORE:
GIOVANNA MARINI
E IL GRUPPO
"SUDDISSIMO"

BEPPE LOPEZ

A quindici anni dalla morte di Matteo Salvatore e a due anni dall’uscita della sua biografia a mia firma – lo dico non per autoesaltazione ma per una specifica ragione, che qui appresso chiarisco - arrivano sul mercato due importanti novità a proposito del repertorio del cantastorie di Apricena. La grande Giovanna Marini ha deciso di pubblicare un Cd tutto dedicato a lui e al suo repertorio (“Giovanna Marini canta Matteo Salvatore”, blocknota, 15 euro). E contemporaneamente ha visto la luce “Suddissimo. Omaggio a Matteo Salvatore e Adriana Doriani”, Cd+Dvd, da parte, sorprendentemente, di un gruppo di cantori e musicisti salentini (Enza Pagliara, Dario Muci, Roberto Licci, Emanuele Licci) che sinora si erano occupati prevalentemente di pizzica e comunque di canti appunto salentini. Motivo di particolare interesse storico, in quest’ultimo caso, è che l’allegato Dvd contiene, a cura di Rina Santoro, un inedito: il video di un concerto, l’unico concerto, tenuto da Matteo in Francia, a Romans-Sur-Isère, nell’ottobre del 1999.
Come sa chiunque abbia seguito le vicende di Matteo e letto il mio libro o anche solo qualche recensione di esso, “Matteo Salvatore, l’ultimo cantastorie” (Aliberti editore) ha documentato due fakenews epocali che giravano da cinquant’anni sulla vicenda umana e sul repertorio di Matteo. La prima voleva che fosse più o meno innocente della morte della sua compagna e partner Adriana, tanto che ci sarebbe stata la revisione del processo (che l’aveva visto condannato a sette anni di carcere), con il suo proscioglimento e quindi il suo ritorno allo stato di innocenza e di libertà. La seconda, soprattutto, aveva indotto per cinquant’anni Giovanna Marini, Eugenio Bennato, Pino Daniele, Teresa De Sio, Goffredo Fofi, Renzo Arbore, Moni Ovadia, Vinicio Capossela, Otello Profazio, Giancarlo Governi, Felice Liperi, Lucio Dalla, Sergio Rubini, Ignazio Buttitta, Concetta Barra, ecc. ecc. ecc. – insomma tutti, praticamente tutti coloro che si sono occupati negli anni di musica popolare (ricercatori, cantatori, intellettuali, giornalisti specializzati…) a ritenerlo un grande poeta e un grande musicista, autore delle parole e della musica dei suoi canti.
Nessuno era andato a verificare – meno uno, Ambrogio Sparagna – ciò che Matteo aveva detto e fatto scrivere, agli inizi della sua carriera, negli anni Cinquanta, da Franco Antonicelli. Nessuno si ricordava del racconto che Matteo fece negli anni Sessanta a Michele Straniero – e che questi pubblicò – su come avesse imparato tutto e avesse acquisito “centocinquanta canti” dal suo maestro Vincenzo Pizzìcoli, cantastorie, figlio di cantastorie, nipote di cantastorie… Nessuno era andato a rileggersi le conferme di questo racconto fatte da Matteo e Adriana sino agli inizi degli anni Settanta, quando i due decisero di cambiare narrazione, veicolando la storia di Matteo autore di tutte le sue canzoni, parole e musica… Nessuno approfondì le pur evidenti incongruenze fra la persona e l’analfabeta Matteo, e il poeta e il musicista Matteo accreditato da quei testi e da quella musica… Nessuno che rilevasse la profonda difformità di ispirazione e di qualità che separava (e separa) nettamente la gran parte dei suoi canti più ammirati e una parte del suo repertorio decisamente priva di poesia e di grazia, quando non decisamente rozza. Solo Giovanna Marini, per la verità, negli anni rilevò queste incongruenze e difformità. Ma non portò alle logiche conseguenze questa intuizione…
La mia ricerca, il mio libro, la documentazione, le dichiarazioni e gli scritti relativi ai primi anni di attività di Matteo da me cercati, acquisiti e resi pubblici hanno consentito di convincere anche i più riottosi – devo ammettere, non sempre e non completamente (ma è comprensibile in considerazione degli impegnativi e pubblici giudizi che la seconda fakenews aveva prodotto in articoli, libri, saggi, presentazioni di dischi, trasmissioni televisione, ecc.) – che la gran parte del repertorio di Matteo e certamente i canti che più gli hanno conquistato l’ammirazione, la venerazione e la considerazione dei più competenti e dei più appassionati cultori di musica popolare, non contengono parole e note frutto della cultura e della competenza di Matteo, ma parole e note che vengono dalla tradizione popolare.
Sia chiaro, questo non menoma per niente la grandezza di Matteo. Semmai, dal mio punto di vista e soprattutto., quel che più conta, dal punto di vista della stessa Giovanna Marini, ne ingigantisce la figura. Una figura e una storia assolutamente atipiche nel mondo della cultura popolare. Sono stati la sua capacità rielaborativa del materiale popolare (già presumibilmente rielaborato da Pizzìcoli), la sua povertà e fame originarie, la sua capacità di apprendimento, le sue così strutturate caratteristiche esecutive vocali e strumentali, la sua fantasia, la sua sensibilità, il suo talento, la sua “ignoranza”, il suo persistente analfabetismo, la sua personalità, la sua tenacia, ecc. ecc. a consentirgli di portare nel terzo millennio un patrimonio di parole e musica, di cultura e di vita, di sofferenze e di valori antico, popolare, unico nel suo genere.

E veniamo ai due Cd. Cominciando da quello di Giovanna. I quindici canti da lei interpretati non sono scelti dal “meglio” di Matteo, ma rispettano ed esaltano una delle principali caratteristiche del suo repertorio: l’eterogeneità di generi. Come tutte le grandi tradizioni musicali – e la tradizione da cui vien fuori Matteo è grande – comprende tutti i registri: il drammatico, l’amoroso, il religioso, il ridanciano, la povertà, il lavoro pesante e mal pagato… Si fanno particolarmente apprezzare l’esecuzione de Lu forestiero, Lu polverone, La bicicletta, Lu polverone, il Lamento dei mendicanti e una splendida, drammatica versione de Lu bene mio, il cui ascolto evoca inevitabilmente la penosa morte di Adriana, per mano dell’uomo che pure l’amava…
Nello scritto che arricchisce il Cd, Giovanna conferma il suo amore, quasi la venerazione per il cantore pugliese. “Se mi ci è voluto tanto tempo per decidermi se incidere i canti che avevo imparato da Matteo, il fatto è dato da una timidezza dettatami dalla forza poetica e lirica che usciva da quelle canzoni”.
Per il resto Giovanna, senza citare mai la mia ricerca e il mio testo, ne sposa totalmente gli esiti e parla e riparla continuamente di “Don Vincenzo Pizzicoli”, delle sue arie “molto antiche” che Matteo “cantò sempre così come le aveva imparate da Don Vincenzo senza cambiare una nota o una sillaba del testo”… “Le arie del suo maestro Pizzicoli che l’hanno accompagnato in tutte le sue avventure e sventure, i suoi incontri e le sue paure, sono state veramente la sua fortuna come gli diceva Don Vincenzo Pizzicoli”.
Insomma anche Giovanna ha radicalmente ribaltato il suo giudizio su Matteo dopo la lettura del mio libro, come del resto è capitato a me cercando i documenti e scrivendolo: le sue arie non sono sue ma “molto antiche”, le aveva imparate da Pizzìcoli, Matteo non ha cambiato nemmeno “una nota o una sillaba del testo”.
Giovanna non ha più dubbi: Matteo è un grande, un gigante – come io affermo – ma non per aver composto parole e note dei suoi canti. E se non ha più dubbi, è perché ha letto il mio libro, che peraltro si fregia delle sue testimonianze e dei suoi ricordi, e il cui contenuto le è stato da me a suo tempo personalmente anticipato e illustrato. Infatti scrive in un passo che “dei suoi primi tempi con Don Vincenzo Pizzicoli, Matteo non parlò mai” e in un altro, contraddittoriamente, che “Di Vincenzo Pizzicoli Matteo a me non parlò mai, ma lo fece con Michele Straniero”. Infatti, a parte i precedenti articoli di Antonicelli e i successivi scritti di Adriana sino al Cantagiro del 1979, Matteo aveva raccontato tutto a Straniero e Straniero lo aveva scritto e pubblicato nel fascicoletto ciclostilato che accompagnava il primo, mitico Lp di Matteo Il lamento dei mendicanti datato 1966. Da allora, per cinquant’anni, sino al 2018, data di pubblicazione del mio libro, quel racconto in prima persona di Matteo (ma anche di Antonicelli e di Adriana) l’hanno dimenticato o addirittura ignorato tutti: Giovanna Marini, Eugenio Bennato, Pino Daniele, Teresa De Sio, Goffredo Fofi, Renzo Arbore, Moni Ovadia, Vinicio Capossela, Otello Profazio, Giancarlo Governi, Felice Liperi, Lucio Dalla, Sergio Rubini, Ignazio Buttitta, Concetta Barra, ecc. ecc..
Perché Giovanna non cita il mio libro? Perché non ha colto l’occasione per raccontare l’abbaglio cinquantennale preso da lei e da tutti gli altri a proposito di Matteo? Lo rilevo, evidentemente, non per la sgarbatezza (che il mio libro non meritava) né per rivendicare primogeniture, ma perché le ragioni – e qualche conseguenza – di quell’abbaglio hanno a che fare con contraddizioni, discontinuità e malintesi che hanno storicamente contraddistinto il mondo della musica popolare, non a caso tuttora privo di una sua descrizione organica, autorevole e documentata, piuttosto che frammentata e spesso quasi dopolavoristica.
Se Giovanna avesse scritto, francamente: ho letto il libro di Lopez e finalmente mi sono convinta di quello che Lopez mi aveva detto precedentemente a parole – cioè che Matteo non era un sublime poeta, che non era un delicato musicista, ma un grande portatore, uno straordinario esecutore, un preziosissimo testimone, un gigante della cultura popolare novecentesca - avrebbe convinto a riflettere tutti gli altri. Soprattutto li avrebbe convinti a guardare alla propria esperienza e a quella degli altri con maggiori capacità critiche. Avrebbe dato un contributo non superficiale alla comprensione delle dinamiche che hanno innervato il sistema di copia-e-incolla, di interessi, di ipocrite coperture, di superficialità e di improvvisazione che vige ovviamente non solo fra i cultori di musica popolare, ma fra gli intellettuali italiani in genere. E chi se non Giovanna, la più grande e la più autorevole, avrebbe potuto e dovuto farlo?

E passiamo al secondo Cd, anzi al Cd+Dvd di Pagliara e compagni.
Comincerei col dire del Dvd, del concerto “unique et extraordinaire (en France pour la première fois)” tenuto da Matteo nel 1999, su iniziativa della locale università, a Romans-sur-Isère. “Itinéraires de la culture des Pouilles racontés et chantés par la voix antique du poète des pauvres (en dialecte)”. Prezzo d’ingresso, ottanta franchi; ridotto, sessanta. Non l’avevo mai visto. Il video ha un indubbio valore storico, per chi ama Matteo, che vi canta una quindicina di canzoni. Ma lo fa in modo troppo disinvolto, sbrigativo, a tratti proprio mediocre. Del resto, quella era la fase peggiore della sua vita, dal punto di vista artistico, frastornato com’era fra una penosa situazione economica e gli omaggi che gli facevano in tanti come maestro della musica popolare. Quindi era consapevole della propria grandezza, ma senza la capacità di dedizione e di acribia che ne caratterizzavano una volta le esecuzioni. Più o meno lo stesso atteggiamento da lui esibito, cinque anni prima, nel documentario che gli aveva dedicato la francese Anne Alix. Faceva il superiore, lo spiritoso. Non sembrava un geniale analfabeta diventato semi-analfabeta, ma un uomo disincantato e furbo che faceva l’analfabeta. Un documento dunque, quello contenuto in questo Dvd, da conservare religiosamente in archivio, ma da dimenticare dal punto di vista umano e artistico. In esso si ritrova l’antica grazia di Matteo solo in Padrone mio, Prima seconda terza qualità, persino in Un pugliese a Roma e soprattutto in Ttuppe tuppe allu purtone.
Più interessante l’“omaggio” dei salentini. Vi sono completamente ignorati, nel volumetto che contiene Cd e Dvd, l’esistenza e il nome di Pizzicoli. In compenso è valorizzata, meritoriamente ma forse eccessivamente, la figura di Adriana, messa improppriamente allo stesso livello di Matteo. Infatti “Suddissimo” ha come sottotitolo: “I canti della Capitanata giunti a noi attraverso la voce di Matteo Salvatore e Adriana Doriani”. (Il titolo deriva da un infelice neologismo inventato proprio da Matteo, quando faceva lo spiritoso nel documentario della Alix. Nella scena finale, filosofeggiava scherzosamente parlando di “Sud, tutto il Sud del mondo, Sudissimo, e poi c’è come la bomba, il Sud-Sud, poi c’è il Sud Africa, dopo c’è il Sudore, e poi c’è il Sudario, solo Dio può sapere se le cose sono giuste o sono amare…”).
Il gruppo affronta tredici fra i più importanti pezzi del repertorio di Matteo, sette dei quali, i “classici”, coincidono con quelli eseguiti da Giovanna. Diversamente da lei, non scantona nei vari registri di Matteo, escludendo tassativamente quello rilanciano e quello religioso. Lo fa con rispetto ma senza tentare di fare Salvatore senza Salvatore, come capita a volte di fare, al suo livello, a Giovanna, culturalmente più vicino alle riproposizioni “classiche”. Usa sonorità non usuali, in qualche momento stranianti: clarinetto, flauto traverso, armonica a bocca, sax, corno, banjio, tuba, tromba, contrabbasso, tzourà, mandolini, ottavino, chitarra elettrica baritona, elettronica… Mischia i canti dell’apricenese con la recitazione di brani di Alessandro Leogrande e Cristina Cattaneo, da parte della bella voce di Fabrizio Saccomanno. Non vuole offrire un complesso di esecuzioni omogeneo, coerente, ma esecuzioni nuove, stimolanti. Quasi tutti i brani hanno, però, una loro compostezza e forza. Particolarmente apprezzabili Mo ve’ la bella mia dalla muntagna, Lu bene mie e Il lamento dei mendicanti. Toccante la voce della Pagliara in Tupp ttuppe allu purtone, sovrastata però nel finale da qualche rumore di fondo forse di troppo, non so se da parte della chitarra elettrica baritona o dell’elettronica…

In conclusione, ambedue le proposte sono un omaggio a Matteo Salvatore. Giovanna Marini non aveva bisogno di inventarsi nulla, offrendosi con nonchalance a tutti i registri salvatoriani. Il quartetto salentino ha ristretto la scelta ai classici, aggiungendovi “culture” nuove (sonorità e testi).
Ora, di qui sarebbe bello ripartire non per aggiungere qualcosa a Matteo, ma per valorizzarne, di volta in volta, uno alla volta, registri e temi. A cominciare da quello della fatica dei campi e dei braccianti, pur decantato ma mai catalogato e omogeneamente riproposto, e da quello delle donne, diseredate fra i diseredati.