IERI/OGGI

NO, IL LAVORO DI
UN GIORNALISTA
NON PUO' ESSERE
MISURATO
COME QUELLO
DI UN VENDITORE
DI PENTOLE

BEPPE LOPEZ

E’ più o meno normale e comunque accettato – diciamo così – che un produttore di pentole, con propria rete distributiva, istituisca un premiuccio per valorizzare (e indicare come esempio da imitare) il più abile venditore del mese o della settimana, fate voi. Insomma, una gratifica in aggiunta alla retribuzione pattuita, più magari una stilografica col cappuccetto dorato e le iniziali del premiato, per il dipendente o collaboratore che riesca a vendere più pentole. Diciamo che si tratta di un tipo di rapporto aziendale ed extra-retributivo arcaico, padronale, paternalistico e un po’ fantozziano.
Ma se invece la garuccia o concorso settimanale non fosse indetto fra un gruppo di lavoratori che vendono pentole o aspirapolvere o, mettiamo, utilitarie, ma fra un gruppo di lavoratori intellettuali che fanno il mestiere di giornalista in un’azienda che produce un giornale e un sito giornalistico, è evidente che sarebbe ancora peggio. Perché? Innanzitutto perché il numero di pentole vendute è più facile definirlo rispetto alla qualità e al livello di indipendenza e di autonomia che qualificano il buon giornalismo. E per un buon numero di altri motivi ancora.

No, il lavoro di un giornalista non può essere misurato come quello di un venditore di pentole, con tutti il rispetto.

La questione posta non è solo teorica. Quello che è avvenuto in questi giorni a Repubblica - pur essendo un passaggio effettivamente minore, ma non meno significativo, rispetto alle drammatiche vicende che sta attraversando quella splendida testata - impone qualche riflessione specifica, che non riguarda evidentemente solo quella redazione, quel direttore e quell'editore, né solo quel comitato di redazione. Ma tutti coloro che operano nel settore, a cominciare dal sindacato, e un po' tutti i cittadini, ai quali non possono non stare a cuore le sorti dell'informazione, strettamente intrecciata com'è a quelle della democrazia.

Esiste, in termini di rapporti aziendali, una differenza tra la produzione e la vendita di un’automobile, e la elaborazione e la vendita di un giornale? Esiste una differenza fra un’azienda nella quale operano in sostanza il padrone (o di chi ne fa le veci) e il dipendente, e un’azienda giornalistica nella quale opera anche una terza figura, quella del direttore responsabile di una testata?

E’ di qui che è forse utile partire per valutare l’opportunità e l’appropriatezza di una iniziativa assunta l’altro giorno da Maurizio Molinari, per cinque anni direttore della Stampa, a diciotto giorni dal suo insediamento alla direzione di Repubblica.

Eccola: “Cari colleghi, oggi è stato istituito un premio per il miglior giornalista della settimana. Il premio consiste in una R stilizzata con il nome del vincitore e un riconoscimento economico di 600 euro lordi in busta paga. Il premio verrà assegnato da me il lunedì mattina scegliendo fra le proposte che ogni responsabile di settore, in carta e digitale, può presentarmi entro il giovedì precedente. Ogni giornalista, collaboratore e dipendente di Repubblica può essere candidato e vincere il premio del direttore per chi ha svolto il proprio lavoro distinguendosi per qualità e professionalità. Buon lavoro, Maurizio Molinari”.

Erano tre i talloni d’achille che gli ipercritici attribuivano al nuovo direttore del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari: l’iper-atlantismo, l’iper-israelismo e l’iper-aziendalismo. Ed è su quest’ultimo, dopo la pubblicazione della letterina di Molinari istitutiva del premio settimanale, che si è appuntata l’attenzione dei molti che, dentro e fuori largo Fochetti, erano rimasti spiacevolmente sorpresi dalla sua nomina da parte da John Elkann e dalla Gedi, al posto di un Carlo Verdelli insediato dalla precedente proprietà (i figli di Carlo De Benedetti) solo da quattordici mesi.

Sia chiaro, in sé quei 600 euro lordi non sono poi una gran cosa in termini economici o strategici, per un’azienda oggetto di ridimensionamenti e trasformazioni epocali.

Sia chiaro, la pratica di premiare, fuori da contratto, i migliori e più affidabili per il direttore e per l’azienda, con incentivi, premi di produzione, aumenti ad personam, incentivi motivazionali et similia, non è estranea alla storia recente e meno recente del settore. Un po’ sottotraccia, un po’ paternalisticamente, un po’ tollerati e un po’ cogestiti, i premiucci ai fedelissimi hanno tenuto in piedi molti giochini di potere anche nelle redazioni.

Raccontano poi che proprio a Torino, nel 2009, dopo la morte del celebre inviato Igor Man, l’appena nominato direttore Mario Calabresi (che poi approderà alla direzione di Repubblica) decise insieme all’azienda di dirottare mille euro a settimana di quello che era stato il suo lauto stipendio al giornalista del “servizio più brillante della settimana”. Molinari, che sostituì Calabresi nel gennaio del 2016, cambiò l’intestazione di quel premio: non più a Igor Man, che peraltro passava per simpatizzante dei palestinesi, ma a Carlo Casalegno, il vicedirettore del giornale torinese ucciso nel 1977 dalle Brigate Rosse. Raccontano ancora che “qualcosa del genere” praticasse di fatto proprio a Repubblica già Ezio Mauro (peraltro proveniente dalla direzione della Stampa), sino a quando la sua direzione ventennale venne interrotta nel 2016 dalla decisione dei figli di De Benedetti di insediare al suo posto Calabresi.

Non si sa se Verdelli, il primo direttore di Repubblica, dopo il fondatore Scalfari, a non avere mai avuto niente a che fare con la Stampa, abbia avuto modo di occuparsi della cosa e di venirne anche solo a conoscenza. Era in largo Fochetti da soli quattordici mesi e non sospettava che i neo-padroni assoluti di Repubblica potessero soffiargli la direzione dopo così poco tempo, perdipiù mentre veniva fatto oggetto di minacce di morte e per questo scortato ventiquattr’ore su ventiquattro.

Fatto sta che Molinari, in diciotto giorni di direzione, ha avuto modo di lanciare solo un paio di generici segnali di cambiamento: titolazione meno forzata, vaghi e contraddittori cenni di riposizionamento nei confronti del governo Conte, in una occasione il dimezzamento della lunghezza in prima pagina del sermone domenicale d’apertura del Fondatore per sistemarvi nella seconda metà un proprio editoriale…

Niente di più. Meno, appunto, la notizia ufficiale, diligentemente pubblicata nel sito del giornale – non la continuazione di una pratica sottotraccia – della istituzione del premio “per il miglior giornalista della settimana”. Per la precisione, per “chi ha svolto il proprio lavoro distinguendosi per qualità e professionalità”, sulla base delle indicazioni dei responsabili di settore, Proposte da “presentarmi entro il giovedì precedente”, così “il premio verrà assegnato da me il lunedì mattina”. Il premio è doppio: una R stilizzata con il nome del vincitore e il riconoscimento economico di 600 euro lordi in busta paga”.

Solo il declino profondo dei giornali e il conseguente crollo di reattività delle redazioni possono giustificare questo tipo di iniziative, di tono e di pretese. I “premi di produzione” sono già previsti dal contratto nazionale e vanno concordati con i comitati di redazione. Quando fra direttori e redazione saltano criteri e procedure, reciprocamente garantiti, i primi si indeboliscono rispetto all’editore (ma pare che i diretti interessati non se ne preoccupino più di tanto) e la redazione si vede restringere i già strettissimi margini di autonomia e di indipendenza.

Cosa significa che, in assoluta autonomia, senza risponderne a nessuno, un direttore possa dare quel premiolino a chi si sia distinto in settimana “per qualità e professionalità”? In questa espressione, Molinari comprende anche l’autonomia e l’indipendenza del singolo redattore? Ma se a giudicare deve essere lui, monocraticamente, a che cosa si riducono qualità e professionalità di una settimana di lavoro? E se il candidato al premio fosse tanto autonomo e indipendente da non risultare molto apprezzato e nemmeno molto simpatico al direttore?

Almeno, il premiolino alla Stampa parlava (e probabilmente parla tuttora) del “servizio più brillante della settimana”. Un criterio, diciamo così, meno arbitrario e discutibile sul piano dell’oggettività, rispetto a quello delle caratteristiche di “qualità e professionalità” in relazione al comportamento settimanale di un redattore o collaboratore o corrispondente.

600 euro lordi, poi, significano nulla, anzi una cosa da evitare fiscalmente come la peste – a parte l’imbarazzo e il ridicolo – per chi gode di una esperienza e di uno stipendio medio/alto. Sembrerebbe quindi indirizzato a quadri redazionali giovani e poco retribuiti, che meriterebbero ben altra attenzione e ben altre garanzie, tanto per cominciare a livello contrattuale, piuttosto che una regalìa a discrezione insindacabile del Capo.

Da ultimo, nelle sue ridotte dimensioni ma anche nel suo alto significato simbolico, la formale istituzione del “premio del direttore”, a prescindere e al di là di qualsiasi regola contrattuale o trattativa aziendale, va esattamente nel senso opposto a quello che dovrebbero prendere invece i rapporti a tre, redazione-direttore-editore, nella fase devastante in cui il settore editoriale è da tempo sprofondato ma anche nella possibile fase di ristrutturazione e di rilancio problematicamente ma oggettivamente a portata di mano.