IERI/OGGI

GILETTI:
DA GIORNALISTA
A PRODOTTO MEDIATICO
(E CHISSA'
A POLITICO)

La marmellata mediatica italica – tv, politica, giornali, libri, ecc. - ha ingoiato, digerito e trasformato parecchi professionisti della parlata, dello spettacolo, dell’immagine, della scrittura, ecc. in prodotti mediatici. Diciamo che non si scappa. Se vuoi alta visibilità, alti compensi, alta tiratura, devi pagare il prezzo di trasformarti in “prodotto”. Un prodotto standardizzato, omologato (ovviamente anche su posizioni contrapposte preordinate), dal quale ci si aspetta qualcosa di specifico ed esso qualcosa di specifico, proprio quello, ti deve dare e ti dà, pena la sospensione o il rigetto dal sistema, dal mercato, dalle classifiche di audience e di vendita, dalla visibilità.
C’è chi mangia la foglia e ci sta (si pensi ai Funari, ai Costanzo, ai Camilleri…). Sono i più navigati. E c’è, soprattutto agli inizi, soprattutto se in età giovanile o giovanilistica, chi mangia la foglia ma si attarda a lamentarsi, a farela vittima, ad atteggiarsi a santone. Basti per tutti l’esempio di Roberto Saviano, che ha creato un’epica con Gomorra e poi…

Anche Massimo Giletti è stato un buon professionista. Ora, però, è un prodotto mediatico anch’egli.
Nella sua ultima uscita pubblica, per esempio, trova “sconvolgente finire sotto scorta soltanto perché si fanno inchieste che disturbano, ma in che paese viviamo?”. Quasi le stesse parole che, periodicamente, pronuncia lamentoso, insoddisfatto e rivendicativo Saviano.
Cioè tu fai un’inchiesta sulla mafia, la mafia ti minaccia, per questo lo Stato ti assicura una scorta e tu ti chiedi lamentoso “ma in che paese viviamo”. E che ti aspettavi, che la mafia ti portasse le granite di gelso rosso a casa? E che dovrebbe/potrebbe fare di più lo Stato che metterti a disposizione una scorta? Certo, dovrebbe sradicare il fenomeno mafioso. Ma, anche se e quando ci riuscisse, nessuno potrebbe impedire ai delinquenti di minacciare e tentare di far male ai cronisti e ai conduttori televisivi impavidi che ne denunciano le malefatte.

L'atteggiamento di Saviano - e ora di Giletti - sembra quasi un sogno/utopia/pretesa di tipo adolescenziale per cui ci si può e ci si deve battere per il bene, combattendo il male, e ci si sorprende e non ci si aspetta la non  legittima ma prevedibile reazione dei portatori e dei lucratori del male.

Questo è un Paese dove un giornalista può attaccare la mafia in una trasmissione di massimo ascolto e, a seguito delle minacce della stessa, aspettarsi, avere il diritto a una buona scorta affinché quelle minacce non si concretizzino. Questo non sempre è avvenuto e non sempre avviene, purtroppo. Ma, a Saviano prima e a Giletti dopo, la scorta è stata assicurata.

Quindi Giletti - insieme a Saviano - non se la prenda con questo “paese”. E’ un giornalista che, qui, può fare liberamente il proprio mestiere. Con qualche pericolo, certo, trattando la materia mafiosa (si ricordi solo la bomba che fece saltare in aria una via di Roma, ai Parioli, volendo colpire il pur pacioso e accomodante Costanzo, che in quella fase però si accompagnava all’“inchiestista d'assalto” Michele Santoro, antipatico, ma alla fine sottrattosi alla trasformazione senza-fine-mai in prodotto mediatico). Ma questo succede, è successo anche ad altri cronisti che, come Giletti, scelgono e insistono meritoriamente e coraggiosamente a parlare di mafia, di camorra, di ‘ndrangheta o di stidde o dei Casamonica…

Giletti si lamenta anche del ministro Bonafede. Beninteso, rileva, dalla politica la solidarietà è arrivata. Ma avrebbe preferito dal Guardasigilli “una presa di distanza pubblica anziché una telefonata privata” dopo le dichiarazioni minacciose del boss Graviano intercettate in carcere (a seguito delle quali il conduttore vive sotto scorta). Ma non spiega perché il guardasigilli avrebbe dovuto mettere in campo "una presa di distanza pubblica". Qualcuno lo ha accusato o lo ritiene connivente? Che avrebbe voluto, in effetti, Giletti. Che il Guardasigilli facesse ufficialmente pubblicità alla sua trasmissione? Una trasmissione seguitissima, di successo, che mette persino in difficoltà i mafiosi, non ha bisogno dei sigilli del Guardasigilli.
Ma Giletti è provato. “Quest’anno è stato umanamente durissimo: ho perso mio padre, ora mi occupo anche dell’azienda di famiglia con i miei fratelli; sono finito sotto scorta, ma devo ringraziare il mio editore Urbano Cairo perché difficilmente avrei potuto fare questa battaglia in un’altra rete”, mettendo insieme la disgrazia di essere finito sotto scorta insieme a eventi personali ben più gravi, di cui nessuno ha colpa ed eventi personali da privilegiato (“ora mi occupo anche dell’azienda di famiglia con i miei fratelli”) ai quali in definitiva, se volesse, potrebbe sottrarsi.
E poi: siamo sicuri che su nessun’altra rete televisiva si sarebbe potuto fare e si sarebbe mai fatto un lavoro – perché chiamarlo “battaglia”? – del tipo di quello fatto da lui sulla mafia?
Ma Giletti non si lamenta solo per la scorta e per Bonafede. E’ amareggiato – di più, incazzato (per usare una sua espressione televisiva) - per la solitudine in cui sarebbe stato lasciato dagli altri giornalisti e conduttori nella sua inchiesta sulle scarcerazioni dei mafiosi. “Da molti colleghi non ho ricevuto neanche un messaggino telefonico di facciata. Se facessi i nomi creerei un gran polverone, ho deciso di essere zen, e in fondo la solitudine è anche un valore. Ma il silenzio delle persone vicine pesa, qui non c’entra Giletti ma il Paese”.

A parte la tendenza a mettersi a confronto, quasi a identificarsi con il Paese, così come ritiene e gli scappa spesso di parlare in trasmissione a nome degli italiani, perché dovrebbe fare i nomi delle migliaia di colleghi che non gli hanno inviato un messaggino di solidarietà? Perché questa voglia e questa sindrome di “creare un gran polverone”? Perché, non facendo i nomi, sarebbe “zen”?
In realtà Giletti, essendo diventato - per scelta, a sua insaputa o suo malgrado - un prodotto mediatico, sembra aver perso il senso della realtà. Non può più accontentarsi di fare semplicemente e coraggiosamente il giornalista. Fa il giornalista, ha successo ma si lamenta di tutto e tutti, come se qualcuno lo obbligasse a fare quelle trasmissioni, mentre esse sono solo una sua libera scelta, e il successo ottenuto è ovviamente un successo legittimamente cercato. E tende non solo a lamentarsi del successo e dei mancati ulteriori riconoscimenti - i prodotti mediatici campano di questo: di successive, interminabili dosi di successo e di riconoscimenti, e più ne hanno e più se ne aspettano, e più ne hanno bisogno...-  ma anche a spogliarsi progressivamente della funzione e dello stile del giornalista, assumendo toni sempre più esaltati da predicatore, da santone, da sentenziatore, da condannatore…
E naturalmente Giletti non esclude, a questo punto, una sua discesa in campo: in politica. Del resto lo hanno fatto tutti: da Lilli Gruber, a Michele Santoro, a David Sassoli, ad Augusto Minzolini...