IERI/OGGI

Ricordi.
LE RAGAZZE
DEL LICEO FLACCO
E I LORO PROF

MARIATERESA GABRIELE

Quando approdai al liceo barese Quinto Orazio Flacco, avevo ovviamente completato il biennio del ginnasio. Approdai perché, a pensarci, quell’edificio austero anni Trenta, con i sui oblò e la vista sul mare ora oscurato dall’invadente autosilo, sembra proprio una nave. Ci ero arrivata dalle medie fatte in un piccolo, lontano paese di collina. La sfida era improba. Lo scetticismo di mio padre palese: “Sei stata brava ma vedremo adesso al liceo…”. In città, al prestigioso Flacco.

Gli inizi furono belli, quasi giocosi. Eravamo tredicenni alle prese con professori vetusti, d’un’altra epoca, di quando le luci pubbliche, a gas, venivano accese ogni sera a mano.

Donato Amoruso, la cui materia si estendeva dalle Lettere alla Geografia alla Storia, era un tipo severissimo, dall’aspetto dantesco: naso importante, piccolo, curvo, gli occhi di colore diverso (uno marrone e l’altro blu), un fil di voce, un cappotto liso e una sciarpa scozzese, si rintanava spesso in biblioteca e spaventava noi alunni per il sol fatto di spuntare da un armadio con un volume polveroso fra le mani. Ho saputo poi che lo soprannominavano “la salma”. Io però ne ho un tenero ricordo. Sulla sua preparazione non c’era da discutere. Dava dei temi poetici: sulle Madonne di Raffaello, sulle nostre famiglie, sul mare. Avere un 7 da lui allo scritto, era una vittoria. Era egli stesso un gran narratore. I suoi ricordi risalivano a un tempo anteriore alla Prima guerra mondiale ed erano i momenti più belli delle ore che trascorrevamo con lui. Asseriva che nell’ufficio di suo padre armatore, a Barletta, aveva conosciuto addirittura e qui assumeva un tono misterioso abbassava ancor più la voce… Mata Hari. Aveva poi il gran pregio di farci mandare a memoria le poesie più note, Leopardi in primis ma anche i canti della Divina Commedia, la vita dei re di Roma in latino. C’era una sola interrogazione, alla fine di ogni trimestre, ma in quella bisognava mostrare una conoscenza enciclopedica, quindi lo studio era davvero intenso.

Ciò non tolse che noi della Quarta e Quinta G, classe mista, ci dessimo alla goliardia più sfrenata, sia pur innocua e infantile. Suggerivamo ad alta voce a chi andava alla lavagna, con informazioni sbagliate, per dispetto; ci si passava le soluzioni durante i compiti in classe e si svolgevano frenetiche battaglie di freccette di carta. Senza escludere attacchi collettivi di ridarella e note sul registro, a firma di Amoruso, che citava il Giusti: “In tutt’altre faccende affaccendati”.

La professoressa titolare di francese somigliava all’attrice Simone Signoret e arrotava la erre alla perfezione, in un modo che cercavamo tutti di imitare. Una volta fu una sua supplente, una bella e raffinata giovane signora che veniva da “Bressia”, a stupirci con quell’accento inaudito, dalle esse al posto della sci.

La professoressa di Scienze era una tipa bonaria con la cadenza di Bitonto che traeva spunto dall’esperienza quotidiana per spiegarci la scienza: quando l’acqua bolle, quella degli spaghetti, a che temperatura lo fa? Mi parve comunque un passo indietro rispetto alle medie, quando gli esperimenti mi portavano a creare le salgemme. Anche grazie all’ausilio di una rivista di scienze per ragazzi che faceva furore all’epoca.La Matematica era competenza, per tutto il lustro, di Maria Parmiggiani, una signorina d’età, molto paziente, dimessa, così votata alla sua missione d’insegnante, cos’ compresa del suo ruolo, gentile e modesta. Ci guardava con nostalgia, ci trovava tutti così belli, della “bellezza dell’asino”, diceva, di quella bellezza cioè insita nella giovinezza e il bullismo non aveva moneta corrente nelle nostre aule. Piccola, i capelli raccolti, sapevamo di lei solo che veniva dal Nord ma risiedeva a Bari ormai da tempo. Ci accorgevamo che l’estate si avvicinava quando passava dalle scarpe chiuse ai sandali, sempre con le calze naturalmente. Come unico vezzo, ma molto bello, evidente, portava un bracciale d’oro giallo, rotondo, perfetto. Si divertiva anche lei con noi, nonostante il suo atteggiamento austero: “Ma perché guardi sempre là?”, mi chiedeva mentre mi distraevo fissando il banco di fronte per vedere cosa facessero i bei ragazzi, uno biondo l’altro bruno, che attiravano la mia attenzione. Non li ho più rivisti, nemmeno al liceo.

Facevamo ginnastica? Non lo ricordo francamente, so solo che la scuola stessa, con il suo vasto cortile senza un filo d’erba e nemmeno un alberello stentato, m’ispirava in certe mattine un rigetto assoluto, sarei voluta scappar via invece di salire ampie scale chiare. Poi mi facevo forza e salivo. Per tutto il tempo del liceo – niente gite scolastiche, niente escursioni – ho percorso via Trevisani all’andata e via Manzoni al ritorno, per arrivare in via Garruba dove abitavo.Com’è strano che quei cinque anni siano stati così lunghi mentre ora passano in un battibaleno! Dev’essere questa la relatività di Einstein…

Non andammo mai in gita, nemmeno per vedere Bari vecchia, allora fortino pressoché inespugnabile o il Museo archeologico, all’Ateneo. La storia dell’arte era la vera Cenerentola, collocata com’era all’ultim’ora e spiegata da una professoressa che sbadigliava ogni minuto, su un manuale poi pesante come l’Argan.

Al ginnasio dunque ci fu una certa spensieratezza, nonostante lo studio “matto e disperatissimo” che si protraeva fino a tarda sera. Al liceo tutto cambiò. La sezione G diventando E, venne anche mutata in femminile, dato che il nostro comportamento non era piaciuto a quell’entità invisibile che era il preside. Le cose sarebbero state ancor più complicate.

Il professore di lettere e latino, Michele D’Erasmo, di Sannicandro di nascita ma barese ormai, abitava in piazza Roma (ora piazza Moro), voce profonda, fare istrionico da attoreconsumato, sempre vestito con un abito scuro ma con una camicia candida spesso con colletto alla coreana, senza cravatta, solide scarpe, ci rassicurò fin dal primo giorno così: “Non vi preoccupate se non riuscirete a seguire il mio piano di studi, io vi aiuterò…a cambiare sezione”.

Ci chiamava le sue damigelle e citava a piene mani i capolavori della letteratura russa: “Pensate ai poveri mugik!” Sguardo perso di noi povere ignoranti: “Non avete letto Tolstoj?!”, protestava lui. Oppure citava il viaggio del principe Miskin, trovando lo stesso sperdimento in una platea ancora a digiuno del nutrimento dei sommi russi. Correvamo così a compulsare Dostoevkij. Aveva ragione lui, ovvio: “Guerra e Pace va letto a 16 anni, l’età di Natasha!”.

Ci narrava l’epopea di Giuseppe Di Vittorio, colui che aveva liberato i cafoni, come li chiamava Silone, dalla schiavitù degli agrari. “All’alba il soprastante sceglieva chi dovesse lavorare” e con il braccio destro e l’indice puntato su di noi, ideali braccianti, indicava. “Tu sì tu no”, “ed era la fame per gli esclusi”. Le sue non erano lezioni ma veri e proprio spettacoli teatrali: era un grande mattatore. Ci mimava le novelle di Maupassant, i versi di Saffo. Ci raccontava i suoi viaggi da Palermo a Istanbul. .Di com’era rimasto davanti al famoso muro giallo di Vermeer lustrato dalla pioggia nella “Veduta di Delft”. Peccato che usasse le stesse parole di Proust ma tanto noi non potevamo smascherarlo allora. O forse era il suo modo di farci leggere e conoscere non solo Manzoni ma tutta la letteratura.

Adoravo Dionisio Altamura, il professore di Greco. Una lingua che non si parla più da secoli sembrava una specie di dialetto della porta accanto, senza segreti per lui che infatti vinceva medaglie d’oro in astrusi concorsi che si svolgevano perlopiùin Olanda. Non per questo però si dava delle arie, anzi era l’uomo più gioviale e simpatico che sia mai salito in cattedra. Studiare il greco così era divertente e il rendimento di noi tutte lo dimostrava.

A proposito di medaglie, ecco che avanza la medaglia doro al valor civile. Un eroe della Resistenza: il professore di Storia e Filosofia, onorevole del Pci Renato Scionti, dai magnetici occhi azzurri, aspetto da Abelardo: lo amavamo come tante Eloisa, nonostante sapessimo che viveva con un polmone solo (ferita di guerra? avventure tremende? Non sapemmo), avesse una certa età e non ci parlasse mai di sé. Anche lui teneva lezioni con tono accademico e accento toscano (conservo ancora gli appunti, perfetti), anche se, seppi poi,veniva da Como, era figlio di una siciliana ed era cresciuto a Firenze. Ti scrutava con quel suo sguardo indagatore chiedendoti: “Cosa mi racconti?”, la lunga mano sul volto meditabondo in attesa di un discorso degno perlomeno di Socrate. Anche D’Erasmo del resto era stato un protagonista di Giustizia e Libertà, il movimento politico di sinistra che aveva contribuito a fare di Bari la prima città liberata nel 1944.

Erano fatti così: non si vantavano mai delle loro glorie, e sì che ne avrebbero avuto ben diritto! Del resto, erano all’ultimo ciclo d’insegnamento, vivevano nel presente infondendoci soprattutto fiducia: in loro, nelle battaglie che si conducevano allora, come quella per il divorzio nel 1974 e poi di politica parlavamo o piuttosto ascoltavamo durante le assemblee.

Il femminismo era ancora di là da venire. Ricordo che al ginnasio scomparve da un giorno all’altro la mia compagna di banco, Rosa, che veniva da un paese del circondario. Il motivo venne detto a bassa voce, forse fu addirittura una bidella a svelarcelo: la ragazza era rimasta incinta. “Incidente” occorso anche a una certa Maria di Toritto. Chissà, in paese doveva accadere prima e spesso. Comunque per loro le porte del Flacco si chiusero inesorabilmente, nessuno che cercasse, che s’interessasse di che cosa facessero. Restava l’ammonimento filosofico che, se ci volessimo sposare e fare figli, non ci sarebbe servito studiare. Del resto, anche le ragazze impegnate, capelli alla vita ed eskimo d’ordinanza. Le vedevo la mattina nella nebbia a distribuire volantini e poi correre al Pignone Sud, fabbrica occupata, sempre e solo la Pignone, forse non ce n’erano altre.

Nella fumosa aula magna dalle tende di velluto giallo parlavano sempre e solo loro due: Marco della Fgc e Antonio di Lotta continua. Se poi, oltre all’assemblea, c’era pure il corteo, ci si spostava nella vicina Sala del mutilato. Il tutto si concludeva con un bel pezzo di focaccia fumante o un mélange con tanta panna al bar del Liceo di via Pizzoli. Poi attraversavo piazza Garibaldi, stando attenta a scansare i micidiali colpi di fionda degli altrettanto micidiali ragazzini baresi, per andare a prendere mia sorella alla scuola Ferri, in corso Vittorio Emanuele.

Dopo tanto studio, la soddisfazione di andare a vedere i quadri era un rito da celebrare con la mia Mamma, il giorno più felice per me, a cui ci preparavamo entrambe con cura. Al punto da scegliere un vestito per l’occasione o da Pascal, all’angolo fra via Manzoni e via Garruba, o dall’Upim di via Crispi. Rammento ancora uno chemisier di seta celeste a fiori che mi piacque tanto come i miei voti di quell’anno. Vedere 9 in Greco, e tutta la media alta abbinati al mio nome, commentare con soddisfazione con la mia adorata Mamma e poi a casa con Papà, contento pure lui, era gratificante al massimo. Ormai il temuto Flacco era casa mia.

Perciò, quando arrivò quella mattina in cui il professor D’Erasmo mi chiese se avessi dormito come il principe di Condè prima dell’esame di maturità e quando poi, nel salutarci affettuosamente, accennò un galante baciamano, mi sentii, salutando la mia scuola, alla fine di un’epoca. Provai una malinconia infinita dando le spalle a quell’ingresso preceduto da pochi scalini. Il mio piccolo mondo Flacco si dissolse in un’assolata mattina di luglio.