BLOG N.1

40 ANNI FA
IL CASO-D'URSO
Il terrorismo,
la politica e i giornali
che contavano ancora
qualcosa

BEPPE LOPEZ

Un episodio significativo della storia e del clima di quegli anni, e insieme della centralità politica dei giornali in quella storia e in quel clima: la pubblicazione dei documenti dei brigatisti detenuti nelle carceri di Trani e Palmi. Le Br l’avevano posta come condizione ricattatoria per restituire la libertà - anziché ammazzare - il giudice Giovanni D’Urso, da esse rapito il 12 dicembre del 1980.

Tutti quelli della mia generazione lo ricordano come uno dei casi più angosciosi e laceranti di quegli anni, pure assai tormentati e drammatici. Analogo, per tensione emotiva e partecipazione collettiva, al caso-Moro. Pesavano su tutti, evidentemente, il lungo strazio per gli assassinii, le spaccature politiche e la mancanza di spiragli per un futuro di civile convivenza nel Paese. Si era accumulato troppo dolore. Le Br avevano affinato le strategie comunicative. I giornali erano sotto pressione. Una doppia pressione: quella del potere politico e quella dei terroristi. Erano radicalmente messi in discussione anche fondamentali principi di libertà, di moralità, di etica e di deontologia. Era trascorsa solo qualche settimana dalla formazione, il 18 ottobre. Del governo di “coesione nazionale” Dc-Psi-Psdi-Pri guidato da Arnaldo Forlani. “Erano stati reimbarcati i socialdemocratici. Craxi e Spadolini gongolavano. Persino da Botteghe Oscure erano arrivati segnali di distensione, se non di soddisfazione”, eppure leggo in un mio editoriale su Quotidiano di quel 14 dicembre (“Sempre più lacerato il fronte politico”) che “non solo la situazione italiana è andata nel senso esattamente opposto a quello della coesione, determinando il completo fallimento della strategia di Forlani e di questa maggioranza di governo, ma la classe politica nazionale deve registrare oggettivamente un livello di divisione, lacerazione e conflittualità che mai aveva raggiunto”… E non c’era solo l’instabilità politica (tre governi in dodici mesi, quasi un record). Era stato un anno nero per l’Italia: il terremoto del 23 novembre nel Sud (3.000 morti, 30 mila miliardi di danni), la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto, la più lunga crisi dell’economia nazionale (l’inflazione che aveva falcidiato il reddito, la richiesta Fiat di 24 mila operai in cassa integrazione, la “marcia dei quarantamila”, la lira che era diventata la moneta più debole d’Europa), gli scandali (Petrolio, Eni, Caltagirone, OP, ecc.), il grande ritorno della mafia, appunto il terrorismo (un morto ogni tre giorni)…
In questo quadro, venne “catturato e rinchiuso in un carcere del popolo” il magistrato D’Urso, capo dell’ufficio terzo della Direzione generale degli Istituti di prevenzione e pena presso il ministero di Grazia e Giustizia. Si anticipava che sarebbe stato “processato” e si mandava ai giornali una foto che lo ritraeva davanti a un drappo rosso con la stella a cinque punte. Un rituale che richiamò immediatamente alla memoria la vicenda-Moro, il suo tragico avvio, i suoi drammatici sviluppi e il suo macabro epilogo. Subito ci si ricominciò a dividere tra falchi e colombe sull’ipotesi di una trattativa per liberare D’Urso. “No, con le Br non si tratta” (il repubblicano Mammì a Quotidiano). “Evitiamo questa farsa dello Stato duro” (il socialista Maritati). Il 18 settembre cominciò un altro caso destinato a spaccare la politica: venne arrestato a Parigi, dopo una latitanza di sette mesi, Marco Donat Cattin, figlio del leader democristiano Carlo, accusato di essere uno dei capi di Prima Linea e di aver compiuto cinque omicidi. Il 21 dicembre fu catturato a Napoli - dopo Susanna Ronconi, Roberto Rosso, Ciro Longo e Donat Cattin - un altro “capo” di Prima Linea accusato del delitto Alessandrini. Il giorno dopo, furono presi altri due “capi” di Prima Linea a Torino. Mercoledì 24 dicembre, mentre venivano arrestati altri diciassette “presunti terroristi” di Prima Linea (a Milano, Bergamo, Brescia e L’Aquila), i rapitori di D’Urso emisero il quarto comunicato. Si lasciava intravedere uno spiraglio di possibile trattativa nel senso di un “mutamento dell’attuale situazione carceraria”. Stefano Rodotà (a Quotidiano): “Trattare con i terroristi significa accettare la logica del ricatto”. Il 26 dicembre, dopo la proposta del Psi di chiudere il supercarcere dell’Asinara, il ministero di Grazia e Giustizia faceva sapere che il piano di sgombero era già stato avviato e si sarebbe concluso in breve termine. “Il carcere dell’Asinara tornerà ad essere una colonia penale agricola, come era previsto nel programma di ristrutturazione al quale ha lavorato tenacemente per un anno Giovanni D’Urso”, annunciava il direttore generale delle carceri, “a condizione che il nostro collega venga rilasciato senza ricatti”. 28 dicembre: il capo del governo, Forlani, sostenne che lo Stato non aveva ceduto al ricatto delle Br, con il comunicato sullo smantellamento del carcere dell’Asinara. Critici repubblicani e comunisti. Sotto accusa Craxi per la sua pubblica presa di posizione a favore della chiusura del super-carcere. Difendeva invece la “politica più realistica” del governo, “meno declamatoria di quella che venne seguita durante il caso Moro” il vicesegretario del Pli Alfredo Biondi (a Quotidiano): “Alcuni rinfacceranno a Piccoli di aver ceduto ora a Craxi e di non averlo fatto in occasione del rapimento del presidente del partito”…
Anche sul caso-D’Urso, sin dal suo avvio, Quotidiano si muoveva dunque come un giornale nazionale, con un notiziario e interviste esclusive che si inserivano nel dibattito politico nazionale…
Il 29 dicembre, venne stroncata da un corpo speciale dei carabinieri una rivolta scoppiata nel carcere di Trani, ad opera di detenuti che avevano tenuto sequestrati per oltre 24 ore diciannove ostaggi. Le richieste dei detenuti (completo smantellamento del super-carcere dell’Asinara e abolizione del fermo di polizia) erano state poste come condizioni per la liberazione di D’Urso. E intervenne il presidente della Repubblica Sandro Pertini: “Bisogna respingere i ricatti”. Il 30 dicembre, l’Espresso preannunciava la pubblicazione dell’“intervista” concessagli dai rapitori di D’Urso, l’“interrogatorio” di D’Urso e una sua foto polaroid (volto provato, barba lunga, un maglione sportivo al posto della camicia). Lo stesso giorno, le Br “giustiziavano” il generale Enrico Galvanigi (coordinamento di tutti i servizi di sicurezza delle carceri) in risposta al blitz nel carcere di Trani. Il 1° gennaio 1981 finiva in galera per aver incontrato l’intermediario delle Br (“favoreggiamento e falsa testimonianza”) il giornalista dell’Espresso Mario Scialoja. Scoppiava la polemica sulla libertà di stampa.
Tre giorni dopo, Quotidiano pubblicava in prima pagina una feroce vignetta di Pillinini: la foto di D’Urso davanti al drappo delle Br e il ritratto di Scialoja davanti ad un drappo con la scritta e il simbolo della Repubblica Italiana. E un mio organico intervento sulla questione, con una posizione chiaramente espressa nel titolo. Facevo un ragionamento sui fatti, non un discorso ideologico…

NON SI COMBATTE IL TERRORISMO
AMMANETTANDO I GIORNALISTI

di Beppe Lopez
(Quotidiano, 4 gennaio 1981)

Diciamo subito una cosa: non ci stiamo a liquidare il caso Scialoja-D’Urso, facendo finta di credere che i giornalisti e il direttore dell’Espresso siano cinici e delinquenti (perché, pur di fare uno scoop e di vendere più copie del settimanale, darebbero oggettivamente una mano a terroristi e assassini) e che l’arresto di Mario Scialoja e quello di ieri di Giampaolo Bultrini siano sacrosanti.
Diciamo subito, anche, che non apprezziamo l’ipocrisia della gran parte di coloro che sui giornali hanno discettato vagamente sulla questione, non dicendo chiaro e tondo cosa avrebbero fatto (e cosa fanno di già, giorno per giorno, anche se ad altro livello, su questioni analoghe) nei panni dei giornalisti e del direttore dell’Espresso. Noi lo dichiariamo con chiarezza: pensiamo che, se ci fossimo trovati nella situazione di Scialoja e di Zanetti, forse ci saremmo comportati alla stessa maniera. Perché? Ecco la domanda da porsi. Ecco il contributo che possono dare in questo momento i giornalisti, partendo dalla vicenda di un loro collega, alla migliore comprensione di ciò che sta avvenendo nel Paese, della maniera in cui esso si sta trasformando, del ruolo che vi giocano i mass-media. Questo anche per evitare che, “tra le revolverate dei terroristi che non apprezzano i giornalisti indipendenti e le galere di chi vuole i giornalisti poliziotti per sopperire alle insufficienze dell’apparato repressivo dello Stato” ai giornalisti non resti “che una scelta: disertare. Nel nostro caso, concretamente, vuol dire non occuparsi più di terrorismo, abbandonare il campo, lasciare che a scrivere siano gli iscritti ai partiti, i mezzbusto, i commentatori autorizzati con la patente, i reporters stipendiati dai palazzi del Sid e dalle veline dei tribunali”.
Questa posizione, espressa ieri da Carlo Rivolta su Lotta Continua, a parte ogni altra considerazione, fa emergere un malessere e un dato di fatto che non possono non preoccupare ogni uomo dabbene. Rivolta, un tempo, si occupava di terrorismo: da democratico, non demonizzandolo ma descrivendolo per quello che è, tallonandolo, aiutando i lettoricittadini a comprenderlo e, in questo senso, la società a crescere e ad emarginarlo. È questo ciò che deve fare il giornalista che voglia essere e rimanere tale, e non diventare uomo di potere o valletto del potere. Un giorno Rivolta, come del resto Scialoja, fu condannato a morte in un documento delle Br. Mentre queste procedevano all’azzoppamento di un collega e amico di Rivolta, Passalacqua, e all’assassinio del giornalista che era il fiore all’occhiello del Corriere della Sera di Di Bella, Tobagi, Rivolta disertava. A scrivere, con coraggio e intelligenza, di terrorismo sono rimasti gli Scialoja.
Ora che avviene? Che i giornalisti alla Scialoja, già consapevolmente e coraggiosamente sotto la permanente minaccia dei terroristi (che come si sa non scherzano: uccidono), hanno di fronte un pericolo sempre più consistente: quello di finire in galera (tanto consistente da realizzarsi anche quando, come nel caso dell’Espresso, la pubblicazione di un certo articolo è gestito ad un notevole livello di consapevolezza giuridica e addirittura in collaborazione stretta con la magistratura). Di fatto, tagliati fuori dalla minaccia terroristica i Rivolta, dal lavoro di descrizione di ciò che avviene nel Paese rischiano di essere espulsi questa volta anche gli Scialoja. Così rimarranno sul campo - e qui ha ragione Rivolta - una società sfasciata che produce terrorismo, e con un terrorismo che produce sfascio nella società.
Scialoja, Bultrini e Zanetti non sono delinquenti. Rappresentano, e al livello più alto, un certo tipo di giornalismo e una precisa area politico-culturale. Bene. Scialoja, Bultrini e Zanetti si fanno contattare dai terroristi e pubblicano l’intervista alle Br. Se non si vuole liquidare tutto, demonizzando e criminalizzando, ma si vuole capire, ci si deve chiedere perché lo hanno fatto. Si capirà allora, forse, che c’è poco da mettere le manette a un paio di giornalisti, e magari dei migliori e dei più coraggiosi: comunque non serve a risolvere il problema o i problemi (sconfiggere militarmente il terrorismo, isolarlo e annullarlo sul piano politico-sociale, liberare D’Urso, ecc.).
Non entriamo nel merito giuridico della vicenda, della quale non si conoscono tutti i particolari, oggetto per altro dell’indagine della magistratura. Per quello che se ne sa ad oggi, i giornalisti dell’Espresso sarebbero stati contattati da un sedicente emissario delle Br, che avrebbe loro promesso del materiale da pubblicare. A quel punto, non sapevano se si sarebbe fatto rivedere con le risposte al questionario fornitogli e se fosse realmente in collegamento con i rapitori di D’Urso. Comunque, hanno deciso di non fare da esca: cioè di non farsi ammazzare dalle Br - e di non fare precipitare le cose nella “prigione del popolo” sino alla morte di D’Urso - provocando un improbabile pedinamento del sedicente emissario da parte della polizia, Un giorno, senza preavvertire, questo emissario fa effettivamente pervenire ai giornalisti il plico con il materiale promesso, e scampare nel nulla. All’Espresso, preso atto del materiale, si decide di avvisare il magistrato, che interviene, sequestra, non vieta la pubblicazione del materiale e mantiene buoni rapporti con i giornalisti. Il giorno dopo, improvvisamente, l’arresto di Scialoja (da parte di un altro magistrato, rappresentante della “linea dura” degli inquirenti). E ieri, infine, l’arresto di Bultrini, accusato come Scialoja di favoreggiamento e falsa testimonianza.
Anche un uomo al di sopra di ogni sospetto e certamente autorevole ed esperto come Giuseppe Branca, già presidente della Corte Costituzionale ed oggi senatore della Sinistra Indipendente, ha dichiarato ieri a Quotidiano che “il diritto d’informazione non deve essere represso in alcun modo, bisogna sempre fare sapere ai cittadini tutto quanto di bello o brutto avviene”, che forse nella decisione del magistrato di arrestare Scialoja c’è stata “un po’ di precipitazione” e che si sta troppo allargando il reato di favoreggiamento.
Comunque, aspetti giuridici a parte (assai complessi e presumibilmente ben considerati e ponderati anche dall’ufficio legale dell’Espresso in sede di decisioni attinenti il comportamento dei giornalisti e del giornale, dal momento in cui hanno avuto il materiale e quindi la certezza di un collegamento diretto con le Br), ci premeva rilevare che non è comunque mettendo in galera Scialoja, Bultrini e magari Zanetti che si combatte il terrorismo. Non è cosi, soprattutto, che si possono individuare e ci si può far carico delle due questioni di fondo che emergono dalla vicenda: 1) il ruolo dei mass-media e dei giornalisti oggi in Italia e in genere nella società; 2) l’esistenza di un’ampia, diffusa area politico-culturale in Italia (nella quale ci sono il ‘68, il Vietnam, la nuova sinistra, i radicali, i radical-chic,1’Espresso, le lotte civili, il movimento, il femminismo, gli stessi partiti della sinistra storica, ecc.), che da una parte confina e si confonde, sino a identificarsi, col sistema politico, e dall’altra confina e si confonde con l’area che ha poi prodotto anche il terrorismo diffuso e quello clandestino.
Ambedue le questioni pongono non solo ai giornalisti e agli intellettuali di sinistra, ma all’intero Paese, problemi inquietanti, scabrosi e inesplorati. È significativo che quasi nessuno si soffermi in questi giorni su questi elementi centrali del caso-Espresso e del futuro del Paese.
Nel momento e nella misura in cui alcuni settori del giornalismo italiano, i più moderni e avanzati, hanno cominciato a praticare e ad imporre una deontologia professionale (si dice cosi?) in base alla quale il giornalista fa il giornalista e basta, cioè fa il proprio mestiere (cronaca e informazione, e non politica e formazione), svolgendo correttamente la propria funzione di cittadino e di intellettuale (cioè facendo in effetti politica e “formazione”, attraverso la cronaca e l’informazione), si è scoperto quanto peso essi potessero avere nella storia del Paese. Sia la categoria giornalistica, sia le strutture economiche cui fa capo l’informazione, sia complessivamente la società italiana non sono stati e non sono all’altezza della riflessione che esige il fenomeno descritto (che è parallelo a quello che è avvenuto, ad esempio, nella magistratura e in altri settori particolarmente colpiti dalla rivoluzione culturale del ‘68).
Ma di questo bisognerà parlare più a lungo. Come ben altro spazio, attenzione e coraggio, da parte di tutti, occorrerebbe riservare alla questione dell’esistenza di quell’area politico-culturale di cui si diceva e nella quale ad esempio il sottoscritto individua gran parte della propria storia professionale e culturale. Ad essa va indubbiamente riconosciuto il merito di aver fatto da motore del cambiamento in Italia in questi ultimi dieci anni, ma al contempo il torto di aver fatto errori anche tragici.
Abbiamo appena lo spazio per accennare a queste due questioni, per ora. Ma non si arriverà mai alla sostanza dei problemi italiani, e tanto meno alla loro soluzione, se si continuerà - anche e soprattutto da parte della sinistra - a rimuovere certe questioni di fondo, perché ci imporrebbero riflessioni impegnative e inquietanti.
Siamo convinti di non essere cinici o delinquenti: ci poniamo con serietà il drammatico problema di offrire nei fatti la cassa di risonanza alle imprese di spietati assassini. Eppure, in onestà, confessiamo che al posto di Scialoja e Zanetti ci saremmo comportati alla stessa maniera. Perché? Ecco ciò che vorremmo capire. Ecco ciò su cui si dovrebbe discutere, con intelligenza e coraggio, per fare tutti quanti insieme. Non solo noi giornalisti o solo i magistrati impegnati nella lotta al terrorismo, dei passi in avanti.
Perciò non ci piacciono e riteniamo sbagliati l’ammanettamento di due giornalisti e il conseguente distorto dibattito esploso su questa vicenda.

Dunque “al posto di Scialoja e di Zanetti (direttore dell’Espresso, ndr) ci saremmo comportati alla stessa maniera”. Intanto la stampa (come la politica) pensava prevalentemente a dividersi tra innocentisti e colpevolisti. Fra i primi, con Quotidiano, troviamo il Manifesto e pochi altri. Per Valentino Parlato, che pure prendeva le distanze dalla pratica degli scoop (che “non amiamo e non pratichiamo”) e dal “massimo organo della moderna borghesia italiana, imparentato per legami proprietari con la Fiat e con la Repubblica”, realisticamente “si dovrebbe dire che arresti, condanne, codici di comportamento e silenzi stampa non servono affatto. Sono pericolosi per la democrazia e, con tutta probabilità, rientrano tra gli obiettivi megalomaniaci delle Br”. La grande stampa borghese - per non parlare di testate di destra “frementi” con Il Tempo - era invece tutta contro Scialoja e l’Espresso. Era contro anche la stampa comunista. Ed era contro i suoi allievi e continuatori di via
Po anche Scalfari. Per Leo Valiani (Corriere della Sera), “non solo la legittima ambizione del successo, ma lo stesso segreto professionale, indubbiamente doveroso, incontrano un limite nel dovere superiore, comune a tutti i cittadini, di impedire l’attuazione o la continuazione di reati gravissimi quali sequestri di persona e omicidi”. Vittorio Gorresio sulla Stampa affermava con determinazione: “La libertà di stampa in questo caso non c’entra. Il desiderio di uno scoop, di un clamoroso colpo a successo non legittima alcuna convivenza obiettiva con una banda criminale”. L’editoriale dell’Unità usava le stesse parole di Gorresio sin nel titolo: “Che c’entra la libertà di stampa?” (concettualmente l’opposto perfetto del suo “Non si combatte il terrorismo ammanettando i giornalisti”) e affermava che “non possono esservi zone franche dal dovere di lealtà verso il Paese colpito dagli assalti feroci e sanguinosi del terrorismo”. Anche su Paese Sera, tradizionalmente più libero dalle direttive dipartito, si poteva leggere: “Ci persuade poco l’immagine del giornalista fuori del tempo e della storia, solo produttore di notizie, qualsiasi notizia a qualsiasi costo posseduta, quale che sia il prezzo (giusto o ingiusto) che altri pagheranno”. Eugenio Scalfari, direttore di Repubblica e co-proprietario e membro del consiglio di amministrazione dell’Editoriale l’Espresso - dopo la neutra rilevazione degli aspetti giuridico, deontologico e morale della decisione dei giornalisti dell’Espresso di non prestarsi a “far da esca” fra polizia e terroristi - sosteneva con chiarezza: “Per quello che può valere l’opinione ‘da collega a collega’, noi riteniamo che essi avrebbero dovuto informare il magistrato non appena entrati in contatto con la banda dei rapitori di D’Urso. E ci dispiace che non l’abbiano fatto”. Insomma, io e Quotidiano avevamo assunto una posizione non condivisa nemmeno dal mio ex-direttore Scalfari, pure molto vicino alla sinistra…

Eravamo di fronte al lacerante contrasto trattativa/non trattativa già emerso con Moro (da una parte destra, Dc e comunisti, dall’altra socialisti, sinistra libertaria e movimenti). Già ai tempi del sequestro Moro, Scalfari e Repubblica - come il Pci - si schierarono per il “no” alla trattativa. Una posizione che in quella redazione era largamente maggioritaria, diciamo pure egemone, nonostante che molti redattori e collaboratori avessero radici culturali di tipo libertario. Ricordo che io, in quel
momento, pensavo - e penso tuttora - che in quella delicata fase storica Moro fosse fondamentale, per strane ma oggettive ragioni “non strutturali”, addirittura personalistiche, per la difesa della democrazia in Italia. Quasi da solo aveva imposto alla Dc l’apertura al Pci - che i socialisti come me ritenevano propedeutica alla costruzione dell’alternativa di sinistra - e solo lui (come i fatti avrebbero purtroppo confermato) poteva garantire quella svolta della storia nazionale. Con una facile battuta, pensavo che per questo, se necessario, ci si sarebbe potuti vendere anche il Quirinale. Che cos’erano, di fronte alla posta in gioco, la trattativa con le Br e la liberazione di due-tre terroristi? La redazione di Repubblica era tutta allineata. Ricordo un documento approvato quasi all’unanimità dall’assemblea di redazione, nel quale si rifiutava totalmente l’idea - sulla quale allora si discuteva molto animatamente - che le Br potessero appartenere all’“album di famiglia” della sinistra. Ricordo che quel documento non lo votai, insieme credo ad un’altra sola redattrice (Gusmana Bizzarri). Ricordo anche che un appello “umanitario” alle Br e allo Stato - pubblicato da Lotta Continua - aveva fra molte e autorevoli firme, quelle di soli cinque (su una cinquantina di) redattori di Repubblica: Beppe Lopez, Giampiero Dell’Acqua, Natalia Aspesi, Franco Belli e Leonardo Cohen. Forse vale la pena rileggersi quel documento ed anche l’elenco di quelle firme. Sono certamente significativi dell’epoca e dell’atteggiamento di certi settori della sinistra e del giornalismo italiano: sia per la vicenda-Moro sia per il caso-D’Urso, di tre anni dopo…
Tornando a quei giorni del caso-D’Urso, il contrasto subito emerso, trattativa sì/trattativa no, nel giro di qualche giorno avrebbe assunto specifica consistenza sul terreno che riguardava direttamente l’informazione, e che vide me e Quotidiano finire in una posizione mediana, diciamo così, fra i due schieramenti - per il resto quasi sovrapponibili a quelli su trattativa sì/trattativa no - che in questo caso si scontravano su “pubblicazione sì/pubblicazione no” dei documenti delle Br. Fra due schieramenti che potrebbero essere forse etichettati l’uno “scalfariano” (quelli che non volevano trattare e non volevano pubblicare) e l’altro “craxiano” (quelli che volevano trattare e
volevano che quei documenti, per ciò, fossero pubblicati).
Andiamo con ordine. La questione, come si dice, è complessa. La posizione “mediana” - come vedremo, non da noi scelta - venne fuori per ciò che poi facemmo con i documenti delle Br, quando fummo collocati d’imperio da alcuni nel fronte informativo prono alle direttive fatte arrivare da Craxi ai giornali “fiancheggiatori” e da altri, all’opposto, nel fronte dei “nipotini di Scalfari”. Ma al ricatto esplicitamente mosso dai rapitori di D’Urso agli organi di informazione e al Paese, con il comunicato n. 8 di domenica 4 gennaio 1981 - la libertà del giudice in cambio della pubblicazione sui giornali e dagli schermi televisivi “senza censurare anche le virgole” dei comunicati del comitati di lotta dei detenuti di Trani e Palmi - rispondemmo subito con una posizione precisa, inequivocabile: né fare da megafono delle Br, né attuare il blackout sulle notizie riguardante il terrorismo. Il primo a dichiararsi favorevole a questa seconda ipotesi fu, se ricordo bene, Gianni Letta, allora direttore del Tempo. Lo stesso fecero Gustavo Selva, direttore del Gr-2 e Indro Montanelli, direttore del Giornale Nuovo. Ma a fare la differenza fu il Corriere della Sera: “Completo silenzio stampa sulle richieste dei terroristi”. Proprio così: “completo”. Un giornale che rinunciava a fare il giornale, che decideva non solo di non pubblicare i comunicati delle Br, ma di non dare nemmeno le notizie che riguardavano le loro imprese. La direzione giornalistica e la direzione generale del più grande e autorevole quotidiano italiano (una doppia firma già di per sé significativa di una eccezionale perdita di distinzione tra funzione giornalistica e funzione editoriale) decidevano il silenzio stampa rifiutando “gli ordini di chi vuole diventare padrone della stampa sulla pelle dei sequestrati,per seppellire la Repubblica e la libertà”. Lo stesso facevano molte altre testate: Paese Sera, Il Giornale nuovo, Avvenire, La Nazione… Anche i telegiornali e i giornali radio rispettarono il silenzio-stampa. E invece noi ritenevamo di dover continuare a fare il nostro mestiere/dovere di giornalisti: dare le notizie. “Non saranno i brigatisti a convincerci”, concludevo l’editoriale del 6 gennaio, “che in questo paese non c’è più spazio e possibilità di azione per chi ha scelto una terza via, rispetto a quella del conformismo e a quella dell’imbarbarimento”. Il nostro giornale - in compagnia solo della Repubblica e del Manifesto - decideva, sì, di non pubblicare più una sola riga scritta dalle Br ma di continuare a fornire le notizie sul fenomeno-terrorismo.

ECCO COSA RISPONDIAMO AL RICATTO DEI TERRORISTI
di Beppe Lopez
(Quotidiano, 6 gennaio 1981)

Quotidiano non prende nemmeno in considerazione il ricatto delle Br. Quindi da un canto non decide alcun black-out sulle notizie riguardanti il terrorismo; dall’altro s’impegna, con particolare rigore, d’ora in poi, ad evitare di prestarsi di fatto a fare da canale di propaganda per le tesi di chi tiene prigioniero D’Urso e di chi compie simili ignobili imprese.
Riteniamo che questa sia la risposta più efficace che gli operatori dell’informazione possano opporre alla strategia di questi solitari e tristi assassini: continuare a fare il nostro mestiere, dare le notizie e non farsi strumentalizzare da nessuno, né dai ladri, di Stato, da chi, pur partendo forse e in qualche caso da posizioni ideologiche che appartengono alla storia della sinistra, fa della inumanità, della morte e del fascismo la propria prati6ca quotidiana.
D’ora in poi, non pubblicheremo più nulla, nemmeno una riga, dei documenti diffusi da chi rivendica attentati terroristici, da chi uccide o ha ucciso, da chi sequestra e tortura: le loro ragioni ormai le conosciamo benissimo e non le condividiamo; i loro metodi ci fanno schifo.
Ma continueremo a pubblicare tutte le notizie prodotte dalla vita quotidiana, anche le più brutte e tristi. E questo due motivi: 1) perché non riteniamo, come giornalisti, di avere il diritto decidere quali notizie facciano bene e quali facciano male alla gente, e non crediamo alla legittimità o all’efficacia di un’azione di tutela dall’alto della società; 2) perché l’azione e i ricatti dei terroristi puntano a dimostrare (e a determinare) l’impraticabilità del sistema democratico e, appunto, di un sistema dell’informazione in cui operino con efficacia intellettuali coraggiosi e indipendenti.
Noi crediamo che in Italia esistano ancora ampi margini per una politica e una pratica finalizzate alla trasformazione, a tutti i livelli e in tutti i settori. Per quello che riguarda l’informazione, un esempio di ciò che diciamo, e che ci costa molto quotidianamente, è appunto il nostro giornale: la sua esistenza, la sua sopravvivenza, il suo successo e, naturalmente i suoi contenuti.
Il nostro è stato fra i pochissimi giornali italiani che, in questi giorni, si sono sottratti al coro di riprovazione per la decisione dell’“Espresso” di pubblicare l’intervista alle Br: o meglio abbiamo affermato (come si leggeva letteralmente nel titolo del nostro fondo di domenica) che “non si combatte il terrorismo ammanettando i giornalisti”. Una posizione analoga l’hanno sostenuta, nel panorama della stampa quotidiana italiana, forse solo il Manifesto e Lotta Continua.
Ora c’è un fatto nuovo: il ricatto diretto delle Br (che hanno dimostrato di saper usare tanto bene i mass media) ai giornali. C’è chi, come il Corriere della Sera, ha deciso di rispondere con il black-out. Noi rispondiamo come abbiamo detto: continuando a fare il nostro mestiere di giornalisti, a farlo con accentuato senso della vigilanza e con accentuata consapevolezza.
Non saranno i brigatisti a convincerci che in questo paese non c’è più spazio e possibilità di azione per chi ha scelto una terza via, rispetto a quella del conformismo e a quella dell’imbarbarimento.

Due giorni dopo, l’8 gennaio, sembrò aprirsi uno spiraglio: i leaders dei “prigionieri politici” di Palmi, Renato Curcio e Corrado Alunni, facevano sapere di essere per la liberazione di D’Urso. Ma il 9 gennaio, rilanciarono il ricatto i “prigionieri” di Trani: liberazione in cambio della pubblicazione di tre documenti (quello pro-liberazione, quello sulla “rivolta” e il comunicato sulla “rivolta”). E il 10 gennaio, come già avvenne su Moro, Craxi ruppe formalmente il fronte politico anti-trattative: raccogliendo l’appello di Franca D’Urso, moglie del magistrato, l’organo ufficiale del Psi l’Avanti! pubblicò ampi stralci dei documenti brigatisti. Scoppiarono polemiche e contrasti da crisi di governo. “Il Psi ha ceduto, maggioranza a pezzi”, titolava nel pomeriggio Paese Sera. Il Pci si apprestava a presentare una mozione di sfiducia contro il governo. E i rapitori di D’Urso, con abile tempestività, mentre era in edicola l’organo di un partito al governo che aveva soddisfatto almeno in parte le loro richieste, si facevano vivi con un ultimo, definitivo, drammatico ricatto: ammazziamo D’Urso se entro 48 ore la stampa, la radio e la televisione non pubblicheranno integralmente i documenti dei detenuti politici. Ed è a questo punto che - mi pare dopo Lotta Continua, il Manifesto, Il Lavoro di Genova e i Diari – Quotidiano pubblicò i documenti brigatisti.
Il 12 gennaio feci anticipare dalle agenzie che sul giornale del giorno dopo avrei pubblicato una pagina autogestita dalla sezione regionale pugliese di Magistratura Democratica contenente i testi dei comunicati dei detenuti di Palmi e di Trani. “La direzione del giornale, d’accordo con la stragrande maggioranza del corpo redazionale, opportunamente consultato, ha deciso di accogliere l’istanza di Magistratura Democratica, derogando ‘per scopi esclusivamente umanitari e solo per questa volta’ alla linea adottata da Quotidiano che, dal ricatto delle Br a oggi, non aveva pubblicato una sola riga dei loro documenti”. Successe il finimondo. Mi telefonò fra gli altri l’allora segretario regionale del Pci, Massimo D’Alema, per manifestarmi il suo stupore e la sua contrarietà.
Ricordo anche che accennò ad una qualche logica di scuderia - tipo: capisco che sei un socialista e dirigi un giornale socialista… - ma con scarsa convinzione. Sapeva benissimo con chi aveva a che fare. Non ero un tipo da accettare ordini di scuderia. Di più: era così notorio il mio spirito di autonomia e di indipendenza - la mia intrattabilità in materia - che nessuno, ma proprio nessuno, né in quella occasione né in altre, mi fece anche solo una pressione o una telefonata di sollecito.
Nemmeno Signorile. Per tutto il tempo che ho diretto Quotidiano, non mi ha mai fatto nemmeno una telefonata. In quei due anni e mezzo, ci saremo visti cinque-sei volte, ma per parlare di strategie aziendali o della situazione politica in genere. Evidentemente gli andava bene così. E comunque ero l’ultimo giornalista al mondo che avrebbe potuto fare una cosa “craxiana” o un favore a Craxi: lo ritenevo - e ne scrivevo - come il peggio che potesse capitare al Psi, alla sinistra e al Paese. L’idea di pubblicare quella “pagina autogestita” fu esclusivamente mia. La richiesta dei dirigenti pugliesi di Magistratura Democratica era limpida, comprensibile, legittima. Sapevo di avere a che fare con persone perbene e coraggiose (fare il “magistrato democratico” nel Sud, in quegli anni!). E poi, avevo sempre teorizzato – e praticato - l’idea che un giornale democratico e in particolare il giornale “locale e popolare”, il giornale ”di servizio”, il “giornale servizio sociale” non poteva essere evidentemente né al servizio della politica, né etero-diretto da un editore non puro ma nemmeno essere concepito come orticello privato dei giornalisti o del suo direttore. Io, esercitando in piena autonomia le mie funzioni e assumendomi le responsabilità che mi competevano, avevo deciso di non pubblicare più una sola riga dei documenti delle Br. Ma chi ero io, quale concezione privatistica, personalistica e corporativa del mio mestiere avrei dovuto avere, per dire di no a quei magistrati? Del resto, avevo sempre concesso a partiti, associazioni e movimenti effettivamente rappresentativi di pezzi di società - anche i più lontani dalla mia visione delle cose - di poter autogestirsi delle pagine per far sapere della propria attività e delle proprie posizioni. Mi consentii, per quell’unica volta nella mia vita, geloso come sono delle mie prerogative professionali, persino di consultare la redazione. Non amo le cialtronate, le approssimazioni. L’iniziativa aveva un senso e una logica. Perciò decisi, alla fine, che la cosa si poteva e si doveva fare. Ovviamente stabilii di pubblicare quella pagina - sapendo anche del clamore che avrebbe suscitato e delle incomprensioni con le quali avrebbe potuto essere accolta - con un mio editoriale in cui ribadivo la mia posizione sulla controversa questione e spiegavo perché non avevo il diritto e comunque non volevo esercitare il potere di negare una pagina del giornale da me diretto a quel gruppo di magistrati.
Quella sera, scoppiò immediatamente una spaccatura anche dentro Magistratura Democratica. Evidentemente la segreteria nazionale di quel movimento - oggi la chiamerei associazione - era politicamente più vicina o organica al Pci, mentre nella sua sezione pugliese prevalevano tendenze più vicine alla “nuova sinistra” se non (questo proprio non lo ricordo, ma lo azzardo) ad ambienti socialisti o più semplicemente a istinti libertarii. Fatto sta che la sera il Tg2 dette notizia della nostra iniziativa partendo dalla polemica del vertice nazionale di Md nei confronti dei dirigenti pugliesi.
Anzi, se ricordo bene, quella dichiarazione nazionale era fatta come se volesse sconfessare e delegittimare Quotidiano, come se noi non fossimo autorizzati a firmare quella pagina, come fu infatti firmata, “a cura della sezione pugliese di Magistratura Democratica”. Rivendicai subito la trasparenza e la correttezza del nostro operato, che difatti non furono mai messe in discussione. I romani di Md se la presero giustamente, dal loro punto di vista, con i colleghi pugliesi, peraltro perfettamente autorizzati a rappresentare la “sezione”.
E il giorno 13 gennaio, sotto il titolo di prima pagina “Oggi scade l’ultimatum. Tragica attesa per la sorte del giudice D’Urso prigioniero delle Br”, Quotidiano pubblicava il suo editoriale nel quale si annunciava la pubblicazione all’interno dei “documenti delle Br” e si dava conto delle ragioni che l’avevano spinta ad accettare la proposta di Magistratura Democratica.

UNA PAGINA TARGATA MD, NON BR
di Beppe Lopez
(Quotidiano, 13 gennaio 1981)

Mentre scadeva l’ultimatum delle Br, la sezione pugliese di Magistratura Democratica ha chiesto ieri a questo giornale una pagina autogestita, preannunciando di volerla utilizzare a scopo umanitario: pubblicare i documenti dei detenuti di Palmi e di Trani, cosi come chiedevano le Br, per contribuire ai tentativi in atto di salvare la vita di D’Urso.
Questi giudici sapevano di rivolgersi a un giornale, la cui direzione aveva annunciato, in risposta al ricatto delle Br, che non avrebbe pubblicato più nulla, nemmeno una riga, dei documenti diffusi da chi, al di là delle motivazioni e delle ragioni politico-sociali, teorizza e pratica l’assassinio. Un giornale, però, che aveva già dato prova di indipendenza, rispetto al potere e, nella fattispecie, al conformismo dilagante (che è poi la stessa cosa), sia nel caso-Scialoja sia in sede di risposta al ricatto delle Br: non faremo da cassa di risonanza alle ragioni dei terroristi - avevamo detto - ma nemmeno cederemo alla tentazione del black-out, non a caso rivendicato da Curcio come il più grosso successo ottenuto dai terroristi in queste ultime drammatiche settimane. Avremmo continuato, e continueremo a svolgere il nostro mestiere (dare notizie), fornendo così il nostro contributo alla creazione di un sistema di rapporti
più civili nella società italiana...
Magistratura Democratica ci ha dunque posto, ieri, un gravissimo problema politico, professionale e umano. Esisteva, poi, un problema di coerenza. Che fare? Come rifiutarsi - per la nostra coerenza, per le nostre convinzioni, per la nostra deontologia - alla disperata iniziativa umanitaria chiestaci non dalle Br ma da un gruppo di persone, appunto i magistrati democratici, che pagano quotidianamente il prezzo di una professione difficile e di una difficile collocazione di frontiera?
Non avevano e non hanno anch’essi il diritto a comportarsi e ad esprimersi in base alle proprie convinzioni? E quale diritto avevamo noi, come giornale e come direzione, di chiuderci superbamente e sdegnosamente a riccio, di fronte a un gruppo di persone, non seconde a nessuno in quanto ad attaccamento alla democrazia e a lavoro quotidiano in favore dello sviluppo complessivo del Paese? E dove sta scritto che abbiamo senz’altro ragione noi a pensarla come la pensiamo sulla questione, e che la ragione stia tutta da una parte? E che significa, allora, essere un giornale libero e democratico, e soprattutto un giornale- servizio, un giornale aperto a tutte le componenti democratiche e popolari della nostra società?
È del resto in questa logica che Quotidiano ha pubblicato, in altre occasioni, “pagine autogestite” da gruppi e associazioni il cui contenuto la direzione e la redazione non condividevano. Ma abbiamo voluto fare una verifica: la consultazione del corpo redazionale. Quasi all’unanimità, coloro che confezionano giorno per giorno Quotidiano, pur avendo opinioni divergenti per altri aspetti della questione, si sono compattamente dichiarati favorevoli alla pubblicazione della “pagina autogestita” chiesta da Magistratura Democratica.
A questo punto, esclusivamente per scopi umanitari e solo per questa volta, per una volta, abbiamo deciso che non aveva senso intestardirsi su una rigidità e un rigore formali.
Complessivamente e sostanzialmente, Quotidiano ha avuto, ha e continuerà ad avere un atteggiamento rigido e rigoroso sulla questione: niente cassa di risonanza per i terroristi (che è cosa diversa dal confronto e dalla descrizione delle tesi dei “rivoluzionari”), ma le notizie sì, come sempre e tutte.

La pagina di Md - graficamente sobria, anzi austera - era correttamente inserita fra le pagine di cronache locali e il paginone culturale, nettamente separata e lontana dalle
pagine con le cronache sul caso-D’Urso. Come una qualsiasi inserzione pubblicitaria o istituzionale. Nel colonnino d’apertura, affianco alle due mezze pagine con il “documento dei detenuti di Palmi” e il “documento dei detenuti di Trani”, i “magistrati democratici” spiegavano con chiarezza le motivazioni della loro iniziativa.

ECCO PERCHÈ ABBIAMO CHIESTO QUESTA PAGINA
della sezione pugliese di Magistratura Democratica
(Quotidiano, 13 gennaio 1981)

D’Urso ha scelto di prestare servizio in un ufficio che lo esponeva ogni giorno al rischio della vita e svolgeva il suo compito con una grande carica di umanità, sensibile quanto altri mai alle esigenze dei detenuti e tutto proteso all’attuazione di una riforma carceraria che potesse rendere più umana l’espiazione della pena. Alla sua scelta era stato indotto dalla piena consapevolezza che, nell’attuale momento, la salvezza delle istituzioni democratiche esige da ognuno l’adempimento fino in fondo del proprio dovere, anche a rischio della vita.
La salvezza di D’Urso è oggi condizionata alla pubblicazione dei due documenti che Quotidiano, su nostra pressante sollecitazione, ha accettato di ospitare in questa pagina.
A tutti è chiaro che subiamo un ricatto. Non per questo ci arrendiamo di fronte a chi col terrore pretende di sovvertire l’ordine democratico, perché anzi riaffermiamo, in questa occasione, il nostro impegno di combattere con tutte le nostre forze a difesa delle istituzioni democratiche.
Non è vero che subire il ricatto delle Br significa aprire la strada ad altri ricatti, se tutti da questa drammatica esperienza trarranno forza per la lotta al terrorismo; è vero invece che il sacrificio della vita di D’Urso, oltre che inutile, costituirebbe anche una vittoria per le Br, perché creerebbe smarrimento e sconforto in tutti coloro che lo Stato devono difendere e porrebbe inevitabilmente le premesse di un’escalation del terrore. Né vediamo fermezza o coerenza nel rifiuto opposto alla pubblicazione dei documenti delle Br se le conseguenze di tale rifiuto dovranno ricadere solo su un uomo che, scegliendo di difendere lo Stato, ben altra fermezza e coerenza ha dimostrato, sicché oggi ha pieno titolo per chiedere, come chiede, che gli sia salvata la vita.
È in questa prospettiva che ancora una volta chiediamo a tutti i giornali di mutare il loro atteggiamento: lo chiediamo con insistenza perché il ricatto delle Br non comporta affatto una grave compromissione della legalità che possa lontanamente giustificare il sacrificio di una vita umana; lo chiediamo perché chiunque leggerà i documenti in questione sarà in grado di giudicare da quale parte sta la ragione e le istituzioni democratiche, ne siamo certi, ne usciranno rafforzate.

Il 13 gennaio, tutti i giornali erano pieni delle cronache e delle decisioni assunte dai singoli giornali sulla pubblicazione di quei documenti. Assemblee infuocate si svolsero un po’ in tutte le redazioni. Alcune direzioni traballarono. In primo piano, la vicenda del Quotidiano di Lecce e le polemiche interne a Magistratura Democratica. “Adesso sono i magistrati che fanno pubblicare i documenti dei terroristi” è l’attacco dell’articolo del Giorno: “Il Quotidiano di Lecce stampa questa mattina una pagina autogestita… La direzione del giornale ha comunicato di aver deciso di accogliere tale richiesta dopo aver consultato la redazione e in via assolutamente eccezionale (sinora Il Quotidiano si era attenuto a una linea di rigoroso oscuramento delle notizie riguardanti le Brigate Rosse)”. Inciso, come abbiamo visto, poco esatto. Altri giornali, come Paese Sera, riportavano la smentita di Salvatore Senese, segretario nazionale di Md, di essere a conoscenza dell’iniziativa.
Se ricordo bene, ruppero il fronte del no alla pubblicazione – ben presidiato da Corriere della Sera, La Stampa, la Repubblica, Osservatore Romano, la nostra concorrente La Gazzetta del Mezzogiorno, Il Mattino…- una decina di testate. Dopo la pubblicazione sull’Avanti! e una lettera dello stesso D’Urso dalla “prigionia” nella quale si ribadiva che la pubblicazione dei documenti avrebbe effettivamente determinato la sua liberazione, si decisero a metterli in pagina Il Messaggero, il Secolo XIX e La Sicilia. Il direttore Gianfranco Piazzesi li pubblicherà sulla Nazione, nonostante l’opposizione dell’editore. Il Giorno lo farà dopo la liberazione del magistrato.
Sui giornali del 14 febbraio, continuavano le polemiche. Sull’Avanti!, in particolare, Quotidiano era schematicamente aggregato - con il Lavoro, il Giornale d’Italia, il Manifesto, Lotta Continua, La Sicilia e il Giornale di Sicilia - fra le testate che “ora si battono per la salvezza di D’Urso”. Su tutti gli altri veniva ricostruita la polemica interna a Magistratura Democratica per la “pagina autogestita” su Quotidiano. Per il segretario nazionale Senese, “una scelta del genere, per le gravi implicazioni politiche che comporta, non avrebbe potuto essere presa se non dal comitato esecutivo di Md che invece è rimasto completamente all’oscuro della vicenda”. Franco Ippolito, un magistrato tarantino membro dell’esecutivo nazionale di Md, contestava persino che quella iniziativa potesse “essere attribuita alla sezione pugliese di Md, dato che l’unica autorizzata ad esprimere un parere del genere - l’assemblea generale - non è stata chiamata a dare un parere”. Ippolito rilevava anche “con meraviglia la singolare differenza di metodo tra l’iniziativa verticistica dei singoli esponenti, per quanto autorevoli, del gruppo pugliese di Md e le decisioni assunte in queste drammatiche ore da molti direttori di quotidiani dopo democratica consultazione dei comitati di redazione”. Rispondeva ai due il responsabile della sezione pugliese di Md, Elio Marzano: “Con l’utilizzazione di Quotidiano, l’iniziativa dei giudici democratici pugliesi, legittimata e confortata dalla larga maggioranza degli iscritti al gruppo regionale, ha inteso obbedire alla necessità ed evidente esigenza di esperire ogni tentativo legalitario per sottrarre un innocente alla follia omicida dei terroristi”. Del resto, pur in presenza di un “possibile difetto di conoscenza”, Senese era rimasto “estraneo ad un’iniziativa adottata nell’ambito dell’autonomia delle rappresentanze locali della corrente”. I giornali riportavano anche una dichiarazione del direttore di Quotidiano: “La contestazione di Senese riguarda i rapporti interni a Magistratura Democratica, organizzativi e politici. Certo, Senese non può smentire un’iniziativa assunta non da lui ma dalla sezione pugliese di Magistratura Democratica, ed è stata questa sezione a chiederci e a firmare la pagina autogestita. Precisiamo: non a pagamento”. Le tre posizioni di Senese (“I giudici pugliesi non potevano farlo”), Ippolito (“Dissento anch’io”) e Marzano (“Non ci sono implicazioni politiche”) erano puntualmente ed estesamente pubblicate sul Quotidiano del 14 gennaio, insieme alla puntualizzazione della posizione del giornale. “… E quale diritto avevamo noi, come giornale e come direzione, di chiuderci superbamente e sdegnosamente a riccio di fronte ad un gruppo di persone non seconde a nessuno in quanto ad attaccamento alla democrazia? E dove sta scritto che abbiamo senz’altro ragione noi a pensarla come la pensiamo sulla questione, e che la ragione stia tutta da una parte? E che significa, allora, essere un giornale libero e democratico, soprattutto un giornale di servizio aperto a tutte le componenti democratiche e popolari della nostra società?”.

RISPETTARE LE RAGIONI DEGLI ALTRI:
NON DEVE ESSERE UN’IPOCRISIA

di Beppe Lopez
(Quotidiano, 14 gennaio 1981)

Man mano che passano le ore, si moltiplicano e si accavallano le iniziativi cosiddette umanitarie, estremi e disperati tentativi di fare qualcosa che possa valere per salvare la vita di D’Urso. Contemporaneamente, si fa sempre più tenue la speranza e diventano sempre più deboli le ragioni di coloro che hanno puntato con decisione sul trattativismo e sull’umanitarismo, considerandoli risposte adeguate all’impresa e ai ricatti delle Br.
Tutti quanti speriamo e non potremmo non sperare sino all’ultimo, in un felice colpo di scena. In questo momento, naturalmente, non interessa a nessuno il senso logico e politico di quella che sarà la decisione dei rapitori, né i risultati che essi sperano di ottenerne. Tutti vogliamo che D’Urso esca vivo da una segregazione infame che è infame definire “prigione del popolo”, anche se ognuno di noi si comporta poi, rispetto a questa speranza, cosi come gli dettano coscienza e cultura, e così come può in base al proprio livello e tipo di partecipazione alla vita collettiva.
Da un canto i sostenitori della fermezza a livello politico (capeggiati da Pci e Pri) e del black-out a livello di informazione (capeggiati dal Corriere della Sera) sono particolarmente preoccupati dallo sfaldamento dell’autorità dello Stato dal “riconoscimento” delle Br, dal cedimento ai nemici della democrazia e dalle oscure, tragiche prospettive di una situazione nella quale la cultura del terrorismo si consolidasse in un ruolo protagonistico ed egemone.
Dall’altro canto, i sostenitori della trattativa (capeggiati dal Psi e dai radicali) e dell’umanitarismo giornalistico (capeggiati da Avanti!, Lotta Continua, Messaggero) sono allarmati dall’ipotesi di uno Stato insensibile alla vita umana e dal rischio di un avvitamento autoritario della vita politica italiana che, partendo dalla reazione al terrorismo, riuscirebbe a coinvolgere e ad amalgamare la componente laico-risorgimentale e la componente comunista, con alcune frange democristiane di sinistra, complessivamente rappresentabili dal nome e dal pensiero di Leo Valiani, che avrebbe nel frattempo sostituito nel ruolo il defunto Ugo La Malfa.
Queste due posizioni, che naturalmente in un momento drammatico come questo vengono drammatizzate e portate alle estreme conseguenze, esaltando il ruolo degli oltranzisti delle opposte schiere e aprendo varchi ampi alle strumentalizzazioni, tendono a schiacciare o a ridicolizzare o a criminalizzare, sino ad annullarle, le posizioni intermedie. E anche le posizioni più ragionate o più complesse o più sofferte.
Si tende, in definitiva, a una società blindata, nella quale si sta o da una parte o dall’altra, nella quale ci si deve schierare e osservare sino in fondo le direttive e il conformismo di gruppo. Niente dubbi, eliminate le individualità, nessun rispetto per le ragioni degli altri.
È, questa, una tendenza insita nell’organizzazione della società borghese e capitalistica. Grazie al cielo, essa ha avuto ed ha delle contraddizioni al proprio interno. Consente e produce non solo opposizione, ma anche momenti di problematicità e di ragionevolezza.
È in questo spirito che ci siamo mossi, ospitando ieri una “pagina autogestita” dai magistrati democratici pugliesi contenente i documenti dei detenuti di Palmi e di Trani, pur avendo deciso di non pubblicare più una sola riga dei proclami-Br e pur ritenendo sbagliato politicamente e quasi certamente inutile sul piano umanitario farlo. La dizione “pagina autogestita” non è stata una foglia di fico, né un’astuzia da quattro soldi. Basta, tanto per cominciare, avere un minimo di rispetto per gli uomini, capaci e coraggiosi, che hanno firmato quella pagina per rendersene automaticamente conto (oltre al rispetto che naturalmente non si può non avere per un giornale di cui tutto si può dire salvo che sia pavido e non democratico).
Se si dice di avere rispetto per le ragioni degli altri e se si pretende di averlo realmente, nei fatti - meno che per i fascisti e gli assassini – come si può affermare che mezza Italia e centinaia, migliaia di giornalisti, intellettuali, politici e persone pensanti stanno collaborando con i terroristi? Come si può liquidare con l’aggettivo “sconcertante”, come fa Paese Sera, la sofferta iniziativa di Magistratura Democratica pugliese? Come si fa a schematizzare a tal punto la questione, da accusare di contraddittorietà e di incoerenza un giornale che, pur non pubblicando e continuando a non pubblicare una sola riga dei proclami-Br, accetta con angosciosi interrogativi di ospitare l’iniziativa umanitaria che, in base alle proprie convinzioni e alla propria cultura, avevano deciso di adottare quei magistrati?’
Sappiamo di dire cose folli in questa società in cui la pigrizia e il conformismo tendono a farsi strada, ma non concepiamo la professione di giornalisti (e di direttore) in termini di potere. Il giornale non solo non è, né deve essere lo strumento di un gruppo di potere economico e politico per parlare ad altri gruppi di potere economico e politico (come è successo e succede alla gran parte della stampa italiana), ma non è, né deve essere l’orticello corporativo di chi lo fa o, al meglio, la palestra in cui esercitare e imporre le proprie convinzioni, sempre vincenti su quelle egli altri, per la sola ragione che questi non fanno i giornalisti.
A questo giornalismo non crediamo. Da questo giornalismo siamo usciti. Questo è il giornalismo che vogliamo fare: il giornalismo-servizio, aperto realmente a tutte le componenti democratiche e popolari della società, e fatto da persone che non hanno la smania di esercitare potere o di diventare notabili, piccoli o grandi, ma da cittadini la cui sola differenza rispetto gli altri è che invece di manovrare trattori o di avvitare bulloni debbono osservare e descrivere la realtà con il massimo di onestà e di perizia possibile.
Però, si può solo obiettare, quelli che contano sono i fatti: avete consentito a quelli di Magistratura Democratica di utilizzarvi come cassa di risonanza delle elaborazioni dei terroristi. Ma questa obiezione sarebbe profondamente sbagliata, proprio su1 piano dei fatti. Il fatto, in effetti quello che conta al di là delle parole, è la complessiva connotazione e la sostanziale funzione svolta da un giornale all’interno di una data società. Ed è anche, per scendere nel particolare, la linea complessiva e sostanziale mantenuta, con convinzione e rigore, dal giornale sulla questione del terrorismo in genere e, in particolare, dopo il ricatto delle Br.

Il 15 gennaio, alle ore 7,38, l’attesa telefonata: “Qui Br, abbiamo lasciato D’Urso vivo in via Portico d’Ottavia”. Ventuno minuti dopo la notizia ufficiale e definitiva: “Il giudice D’Urso è stato liberato. È in buone condizioni di salute”. I terroristi avevano mantenuto l’impegno preso con il comunicato n. 10.
Aggiungo, con qualcosa di più di un pizzico d’orgoglio, che quel piccolo giornale di provincia - nato da poco e in perenne crisi, sprovvisto di mezzi e delle condizioni più elementari di agibilità tecnica e organizzativa - nel giro di un paio d’ore era già in tutte le edicole delle sue tre province con una splendida edizione straordinaria. Con una prima pagina doppia (formata dalla prima e dall’ultima), un titolo (“LIBERO!”) sparato a caratteri cubitali, la ricostruzione dell’evento e ben cinque interviste esclusive “a caldo” con Leo Valiani, Giorgio Benvenuto, Giuseppe Branca, Giuseppe Tamburrano e Francesco Piscopo (un avvocato noto per aver difeso alcuni brigatisti)…
E il giorno dopo ci inventammo un altro format: un doppio titolo sullo stesso servizio di prima pagina. La liberazione di D’Urso aveva riproposto le divisioni fra umanitari e legalisti. O forse, più esattamente, riproposto la realtà, una realtà pur drammatica, nella sua irriducibile complessità. Certo, proprio la consapevolezza della complessità può portarti a individuare ciò che prevale, perché nei fatti vale ciò che prevale. Ma in quel caso forse eccezionale non v’era un aspetto della vicenda che prevalesse nettamente sull’altro, da un punto di vista etico e politico o anche solo dal punto di vista della “cronaca”. Come la complessità richiede e la consapevolezza della complessità consente di distinguere senza dividere, di distinguere senza separare artificiosamente la realtà, così, sul sommarione dei servizi e delle interviste, invece di un titolaccio a tutta pagina, feci due titoli affiancati: di uguale corpo e rilievo tipografico, ambedue peraltro costituiti da una frase virgolettata (non era quindi il giornale che le enunciava, ma le registrava). Uno diceva: “Ha vinto la vita”. L’altro: “Ha perso lo Stato”. E in effetti, erano successe ambedue queste cose…

(*) da GIORNALI E DEMOCRAZIA di Beppe Lopez, Glocal Editrice, 2009